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Havel rimane punto di riferimento anche per la nuova classe politica ceca e per i grandi del mondo. Il simbolo della lotta per i diritti umani e della libertà
Prima di lasciare Praga e il suo tour europeo Obama ha voluto un incontro con l’ex presidente

Capi di stato, di governo, ospiti in visita diplomatica, politici internazionali. Chi passa da Praga ha più di una tappa obbligata. Il Ponte Carlo, il Castello, la Piazza dell’orologio. Monumenti simbolo della storia della capitale ceca. Un altro degli intoccabili punti di riferimento è nello stesso tempo un’icona storica e un potentissimo talismano del presente. Václav Havel, presidente, politico, drammaturgo, intellettuale, protagonista della Rivoluzione di Velluto è ancora il punto di riferimento della politica e della diplomazia della Repubblica Ceca dalla sua nascita in poi. Nell’esame di maturità che la Repubblica Ceca sta affrontando con la presidenza di turno dell’Unione europea, Havel è stato in più di un’occasione chiamato in causa, regista e docente della politica estera ceca.
08 Havel
All’ex presidente, che nel mondo rimane l’emblema della rivoluzione ceca, della lotta al regime sovietico, si sono rivolti in modi e tempi diversi i rappresentanti del governo del Paese della Nuova Europa, ma anche politici da tutto il mondo. Che la figura di Havel sia ancora al centro della scena politica ceca è apparso chiaro in occasione della visita del presidente americano Barack Obama. Non soltanto i roumors sull’interesse del numero uno della Casa Bianca ad incontrare il drammaturgo, ma anche l’importanza data dallo stesso Obama e dai media internazionali al meeting hanno confermato la centralità di questa personalità. Il neopresidente Usa non ha stentato a definirsi “fan” di Havel per i suoi scritti teatrali, ma anche per quello che ha rappresentato per la storia dell’ex blocco sovietico. E sarebbe stata proprio la promessa di un incontro con l’ex capo di stato a convincere definitivamente Obama a fare di Praga una delle tappe del suo viaggio europeo. A confessare questo “escamotage” è stato l’ex premier Mirek Topolánek, che ha chiesto esplicitamente ad Havel di scrivere alla Casa Bianca per convincere Obama ad atterrare nella capitale ceca. La chiacchierata con l’artefice di quella Rivoluzione di Velluto da lui stesso nominata nel discorso davanti al Castello di Praga e la cena romantica con la sua Michelle, hanno sancito il definitivo via libera per la visita in terra ceca.

E Obama non è l’ultimo ad avere chiesto di concludere la sua permanenza a Praga con un incontro speciale, lo stesso presidente israeliano Simon Peres, prima di ripartire ha chiesto di incontrare Havel. Un sigillo. Un’impronta. Un segno. Lo stesso che il governo sfiduciato ha chiesto all’ex presidente ceco – appena dimesso dall’ospedale dopo un’operazione all’apparato respiratorio – in difesa dei diritti umani. Il lavoro di diplomazia della presidenza di turno ceca, infatti, avrebbe dovuto segnare un grande passo avanti con una dichiarazione sulla difesa dei diritti dell’uomo redatta proprio da Havel. Un testo che, però, tra gli altri criticava la Russia, proprio quella Russia con cui i grandi dell’Ue e gli Usa in prima linea hanno cercato di non avere attriti. Complice la temporanea “armonia” tra Mosca e Washington e la debolezza dell’esecutivo ceco, il testo scritto proprio da colui che firmò il manifesto Charta 77 sui diritti umani, non ha mai raggiunto le scrivanie dei potenti nel vertice di Praga.

Un dietrofront timoroso che non offusca le convinzioni di Havel, secondo cui “non bisogna essere indifferenti a ciò che avviene in Cina, Russia, Birmania, a Cuba, Bielorussia e in altri Paesi” e l’Ue “non deve privilegiare gli interessi economici a scapito dell’essenziale, cioè il rispetto dei diritti umani”. Una critica a Mosca, che rimane uno dei punti focali delle attenzioni anche da “pensionato” politico dell’ex presidente. Uno dei temi che ha rinnovato l’attrito tra Praga e il Cremino è lo scudo antimissilistico Usa, progetto che Mosca ha criticato. Per Havel, però, il reale obiettivo russo è “mettere alla prova la capacità che hanno di farci paura” perché “probabilmente sarà di nuovo nell’Europa centrale che si deciderà la struttura politica dei futuri equilibri politici mondiali”. Dopo 20 anni la partita si gioca a Praga e Havel non resta a guardare.

di Daniela Mogavero