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L’architetto di Poděbrady, tra bellezza e funzionalità delle sue opere di inizio Novecento

Dinnanzi al nome di Antonín Engel non si può fare a meno di pensare all’acqua. Nonostante una carriera eclettica e brillante da urbanista, teorico ed accademico il suo nome è infatti indissolubilmente legato a due capolavori ‘infrastrutturali’: il monumentale complesso del Podolská vodárna – moderno acquedotto del quale si dotò Praga sul finire degli anni ‘20 – e la centrale idroelettrica di Poděbrady, piccolo gioiello di architettura industriale.

Ironia della sorte, del tutto estranea per funzione al ‘mondo idraulico’ ma non a quello delle infrastrutture, l’altra opera che lo ha reso celebre specchia la sua partitura astratta e severa nelle acque della Vltava, poco lontano dal centro di Praga: l’imponente edificio del Ministero delle Ferrovie, oggi Ministero dei Trasporti. Sebbene poche altre sue opere abbiano avuto una certa notorietà per il vasto pubblico e si ritenga usualmente che a consegnare il suo nome alla storia siano proprio le tre poc’anzi menzionate, Engel fu una tra le figure più interessanti della scena architettonica ceca del XX secolo. Lo testimonia la sua stessa capacità di trasformare in Architetture con la ‘A’ maiuscola costruzioni nate con intenti decisamente pragmatici quali una centrale idroelettrica o l’impianto di filtraggio e pompaggio di un acquedotto, oggi perfino meta di turismo internazionale.

La centrale idroelettrica di Poděbrady © Michal LoučSin dagli esordi della sua carriera il giovane Engel si delinea quale promessa dell’architettura ceca. Appena laureato aderisce all’Associazione Mánes, punto di contatto tra gli artisti cechi e le avanguardie straniere. Più tardi si iscriverà come molti intellettuali della sua generazione anche al Klub Za starou Prahu, organizzazione volta alla tutela del patrimonio cittadino, attiva ancora oggi. Dopo una breve esperienza professionale praghese si trasferisce a Vienna per approfondire gli studi presso l’Accademia di Belle Arti, cuore pulsante della vita artistica di tutta l’Europa Centrale. In quel contesto elitario si distingue immediatamente, entrando nello studio del grande Otto Wagner e vincendo numerosi premi. Uno studio urbanistico su Letná gli vale addirittura la prestigiosa borsa di studio a Roma. Al suo rientro dal viaggio in Italia, Engel vince anche il concorso in forma anonima per il progetto del Letenský tunel che lo vedrà suo malgrado coinvolto in una importante polemica. Il fatto di aver svelato che il vincitore fosse allievo di Wagner innesca un durissimo attacco da parte dei nazionalisti cechi che sollevano immediatamente dubbi sul reale autore del progetto con il sospetto che alle spalle di Engel vi sia il suo maestro viennese. A nulla vale un intervento scritto dello stesso Wagner nel quale si dichiara estraneo al progetto che cadrà dopo poco nell’oblio. Proprio in quegli anni il giovane Engel rientra a Praga, inizia la sua carriera di docente presso la Státní průmyslová škola e a soli trentaquattro anni progetta il suo primo capolavoro: la centrale idroelettrica di Poděbrady, sua città natale.

L’idea di regolamentare il corso del fiume Elba a Poděbrady, storica città termale della Boemia Centrale, risale all’inizio del secolo scorso. I primi lavori di leggera deviazione e sistemazione del letto del fiume iniziarono già nel 1903, prevedendo per il futuro l’idea di realizzare una chiusa dotata di un passaggio navigabile. Un decennio più tardi Engel presenta il suo progetto per la chiusa a cui è annessa una centrale idroelettrica, avvalendosi del supporto tecnologico di Eduard Schwarzer. La proposta sembra avere un’anima sfaccettata e molteplice, coniugando all’efficienza tecnica d’avanguardia un’attenta ricerca formale, a sua volta sintesi tra anime differenti. Se l’impronta generale è caratterizzata da austere ed essenziali forme classiche stilizzate e risente fortemente della lezione wagneriana – seppur astratta e geometrizzata, l’intero progetto non è esente dall’influsso cubista di quegli anni, che nel progetto di Engel raggiunge l’apice nell’edificio di controllo della centrale.

Accanto alla sobria monumentalità dei grandi pilastri sfaccettati in calcestruzzo della chiusa stessi, gli edifici più interessanti sono proprio la sala macchine con la sua successione di colonne, frontoni e grandi vetrate colorate a decorazione geometrica e l’edificio di manovra e controllo. Quest’ultimo, oltre a contenere al suo interno uno straordinario quadro di comandi realizzato in granito nero, è sormontato da una torretta cubista a base ottagonale che assolve alle funzioni di distribuzione elettrica parafrasando al contempo l’antica torre del castello di Poděbrady.

I lavori per la costruzione della chiusa si avviano nel 1914 e quelli della centrale l’anno successivo, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Sebbene il conflitto abbia rallentato pesantemente la realizzazione delle opere – ultimate solamente nel 1923, non le ha interrotte, permettendo l’entrata in funzione dell’impianto nel 1919, anche grazie a una cinquantina di prigionieri italiani che lavorarono al cantiere durante la loro detenzione.

Risale all’inizio degli anni ‘20 anche il progetto per il complesso del Podolská vodárna a Praga. Già da tempo era infatti necessario un nuovo acquedotto per la città, poiché il vecchio acquedotto Kárany non era più capace di soddisfarne il crescente fabbisogno idrico, specialmente dopo l’attuazione della Grande Praga nel 1922. Proprio in quell’anno dopo varie indagini e vicissitudini durate quasi un decennio si individuano una soluzione tecnica e una location per il nuovo impianto a Podolí – a sud del centro cittadino, sulla sponda destra della Vltava.

Sebbene per la fornitura di un moderno impianto di filtraggio la municipalità si fosse affidata alla famosa ditta francese Chabal & Cie. l’anno precedente, alla vista dei progetti dell’edificio che avrebbe dovuto contenerne le installazioni indice immediatamente un concorso di architettura per dare alla nuova grande costruzione forme architettoniche adeguate. Engel vince la competizione con un progetto organizzato su pilastri che si rivela da subito eccessivamente complesso, spingendolo alla ricerca di una soluzione migliore. Mette così a punto un ingegnoso sistema strutturale in calcestruzzo di archi parabolici, consentendo la realizzazione di un enorme salone lungo sessanta metri, largo ventiquattro e alto sedici nel quale impilare le vasche di filtraggio. Questa acuta soluzione tecnica è racchiusa in un armonioso complesso monumentale la cui imponente e immacolata eleganza ne fa una grandiosa cattedrale all’acqua. Interamente scandito da colonne che intervallano enormi vetrate, il fronte principale che volge verso sud è suddiviso in due ali che cingono un alto corpo centrale. La torre centrale che svetta sull’intero quartiere è decorata da nove sculture, allegorie della Vltava e dei suoi affluenti.

Il complesso della Podolská vodárna ancora dotato di strumentazione funzionante è stato ampliato negli anni secondo il progetto di Engel ed è stato definitivamente pensionato nel 2002, anno della catastrofica alluvione, rimanendo tuttavia pronto ad intervenire all’occorrenza.

Sebbene già in parte musealizzata, la Podolská vodárna è stata – con alcuni giorni di apertura al pubblico – fra le protagoniste della manifestazione Dnů architektury, I giorni della architettura, il cui tema era “L’acqua, la gente e la città”.

L’attento impiego di un duplice linguaggio capace tanto della monumentalità che compete una grande opera pubblica – celebrando il progresso e la nazione – quanto dell’essenzialità tecnica che compete un’infrastruttura rivela in queste opere della «prima età della macchina» la maestria e la sensibilità di un grande architetto del Novecento.

di Alessandro Canevari