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Dalla Biennale di Venezia 2017, padiglione ‘Cecoslovacchia’, un nuovo sguardo sugli edifici eredità del periodo comunista

Varcato il portale di marmo rosso sul quale tuttora campeggia la grande scritta ‘Cecoslovacchia’ un misterioso oggetto metallico scarlatto accoglie il visitatore al centro della stanza quasi completamente spoglia. Solo alcuni video scorrono su schermi fissati alle pareti sui quali si intravede l’alternarsi di mezzi busti e piani americani intervallati da immagini d’architettura. Null’altro. Al centro del padiglione progettato dal cèco Otakar Novotný nel 1926 – che le due repubbliche continuano ad utilizzare unitamente, una lattiginosa luce zenitale bagna ed avvolge tanto i visitatori incuriositi quanto l’ermetica installazione metallica, oggetto della loro curiosità. Complici il suo colore rosso sgargiante e l’astrazione delle sue forme – rese con griglie e scatolari metallici, l’installazione lascia spazio alla fantasia prima di essere identificata per ciò che realmente è. Un edificio del futuro, un gioco per bambini e persino un attrezzo per acrobati si sente suggerire da alcuni visitatori che bisbigliano camminando attorno all’installazione, fintanto che un moto di stupore sui loro volti non indica che tra quelle linee affascinanti e leggere hanno riconosciuto la gigantesca maquette della Slovenská národná galéria.

Il protagonista del padiglione Cecoslovacchia alla quindicesima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia è un esempio solo in apparenza esclusivamente slovacco. Il complesso che ospita la Slovenská národná galéria (SNG) di Bratislava si offre come caso paradigmatico per introdurre un tema che riguarda tutti i paesi del blocco orientale. La scelta di questo complesso dal destino travagliato e ampiamente dibattuto permette infatti alla curatela congiunta delle due repubbliche di affrontare la delicata e scivolosa questione riguardante il futuro del patrimonio architettonico, eredità degli anni della dominazione comunista.

L’ardimento, il gigantismo e la solennità che vestono questo vasto lascito appaiono agli occhi di molti quale incessante celebrazione del vecchio regime, trasformando per costoro tali edifici in sbeffeggianti simboli di un recente passato che punteggiano il territorio. La connotazione politica di tale patrimonio risulta a quegli occhi talmente radicata e viscerale da contaminarne qualsiasi altro carattere, obliterandolo e configurando quelle architetture come oggetti destinati ad una demolizione senza compromessi.

Questo modo d’intendere la questione ricorderà ai lettori i rapidi eventi precedenti l’epilogo della vicenda dello storico hotel Praha – il solitario gigante di calcestruzzo a cinque stelle che per poco più di trent’anni ha dominato la città dalla collina di Hanspaulka. Di particolare interesse per questo discorso fu il dibattito generato dalla risoluta volontà di ‘cancellare’ l’hotel, relegandolo senza appello alle pagine di qualche volume di storia dell’architettura.

Certo per una decina d’anni l’albergo costituì una vera fortezza dorata per illustri delegati dei partiti Comunisti dei paesi del blocco. Tuttavia, superata quella fase rimaneva senza ombra di dubbio un’interessante opera d’architettura armonizzata nella collina – realizzata per esibire conseguimenti tecnici e stilistici, mettendo in campo ingenti risorse – e nella cultura, grazie a tutto ciò che nel tempo ha alimentato la nebulosa di discorsi che circondano l’edificio, stratificandosi.

In questo ‘tutto’ – obietterà legittimamente il lettore – vi è innegabilmente anche la pagina politica, il volto di propaganda e di controllo, ma è solo una delle tante possibili sfaccettature di quanto può essere detto di quell’architettura – sebbene per qualcuno questa sfaccettatura surclassi ogni altro possibile aspetto.

Sulla scorta di questo atteggiamento si legittima – non senza una certa urgenza – l’interrogarsi sul destino di questa eredità, ma soprattutto sulla possibilità di poter godere ancora di questi oggetti architettonici prescindendo in qualche modo dal greve fardello identitario che li contraddistingue. In altre parole, il quesito non è solo se le architetture dell’era sovietica debbano necessariamente essere demolite o salvate, ma se queste possano avere un’altra vita oltre il simbolo di regime ed essere guardate con occhi nuovi, seppur non ingenui.

Intorno a questo interrogativo si anima il dibattito sul quale è incentrato l’allestimento del padiglione Cecoslovacchia, che si inserisce nel più vasto tema ‘Reporting from the front’, titolo di questa quindicesima edizione della Mostra curata e diretta dal cileno Alejandro Aravena.

Una sottile ed eterea frontiera culturale e temporale tutt’altro che effimera è dunque quella indagata e narrata dalle exhibition commisioners Monika Mitášová e Monika Palčová e da Benjamin Bradňanský, Petr Hájek, Vít Halada, Ján Studený e Marián Zervan – autori e curatori di questo allestimento – attraverso le vicende per il mantenimento, la ricostruzione, il rinnovo del complesso della SNG.

Nata dopo la seconda guerra mondiale, l’idea di una grande galleria nazionale per Bratislava giunge con grande fatica ed alterne fasi alla configurazione progettata da Vladimír Dědeček tra gli anni Sessanta e Settanta.

Mai interamente né accettata né realizzata, la galleria è al centro di un’ampia discussione pubblica la cui scintilla scatenante risale alle proposte post-1989 di radere al suolo l’intera area per fare spazio ad una galleria completamente nuova. Ad oggi, questo dibattito ha dato origine a due concorsi finalizzati a raccogliere proposte per un rinnovo ed un ampliamento di questi spazi.

Il grande modello tridimensionale di metallo rosso sollevato su palafitte astrae quasi in una danza le forme della Slovenská národná galéria, offrendone una nuova prospettiva dal sotto in su che permette ai visitatori di ottenere uno sguardo nuovo ed inconsueto sull’oggetto. Il nuovo sguardo dall’alto valore metaforico sembra suggerire la necessità di concentrarsi sulla complessità tout court dell’oggetto architettonico e di tutto l’intangibile universo culturale che vi gravita attorno e non solo su quella meramente spaziale articolata in anfiteatri, cortili e gallerie ponte.

I frammenti video riprodotti sui monitor che si fronteggiano disposti lungo i muri perimetrali raccolgono interviste riportanti variegate idee e pareri su quale debba essere il destino del progetto SNG, mostrando differenti forme di premura nei confronti del complesso. Da un lato – denominato ‘fight wall’ – si possono seguire negli spezzoni video le posizioni legate alla lotta per la meticolosa conservazione del progetto nelle sue forme originali corredate da un repertorio di materiali storici sul complesso. Sul lato opposto – detto ‘dance wall’ – si possono invece ascoltare le ragioni e le proposte di chi, districandosi in una sorta di danza consapevole dei particolari ambientali e culturali, punta ad un rinnovamento degli edifici ospitanti la galleria.

Il padiglione ravviva sotto una nuova luce l’annosa questione del potenziale sopito dell’Architettura. Un potenziale che deve potersi librare liberamente grazie al coraggio di progetti culturali intrepidi incentrati su cura ed attenzione a scapito di mediocri soluzione di compromesso, che fingendo attenzione ignorano e rifiutano di lanciarsi nella danza dell’universo culturale che ogni oggetto architettonico è capace di attrarre a sé.

di Alessandro Canevari