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Venticinque anni dopo la Rivoluzione di Velluto, è un miliardario, ex comunista, il leader della nuova ribellione

Andrej Babiš, almeno come persona, con  Silvio Berlusconi non ha proprio niente a che fare. Il primo – quando era sulla cresta dell’onda – era il piacione per eccellenza, l’istrione che faceva di tutto per riuscire simpatico lasciandosi andare alle battute e alle barzellette più o meno spiritose, che si metteva in mostra e si compiaceva del successo. Babiš – anche visto da vicino – è un tipo completamente diverso. Sempre serio, quasi ombroso, con una evidente propensione alla riservatezza. Gira con alcuni gorilla, ma per quanto può cerca di condurre una vita all’insegna della normalità. Anche di recente è stato avvistato in un noto centro fitness del centro di Praga – un posto non per tutte le tasche, ma non certo il più caro della città – mentre, confuso fra decine di altri sportivi, si cimentava tranquillamente nei propri esercizi.

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Curiosamente, durante la campagna elettorale, una delle battute più ad effetto Babiš l’ha riservata proprio al suo precursore italiano: “Io come Berlusconi? Neanche per idea. A me le minorenni non interessano” ha cercato di scherzare davanti alle telecamere. Una freddura sin troppo scontata, pronunciata in modo impacciato, del tutto innaturale, che probabilmente gli aveva suggerito poco prima uno degli spin doctor dei quali si circonda.

Eppure, pur così poco trascinatore di folle, Babiš – con il suo partito Ano 2011 – è riuscito a imporsi come la vera novità delle ultime elezioni in Repubblica Ceca. Anche lui è sceso in campo con una forza politica nuova di zecca, organizzata come un partito azienda, esattamente sul modello di Forza Italia nel 1993.

Come Berlusconi al tempo del suo esordio in politica, anche Babiš cita delle motivazioni di carattere quasi salvifico: “Non sono un politico e non ho mai desiderato esserlo, ma il nostro paese sta prendendo una piega così negativa, che è mio dovere impegnarmi personalmente per evitare il caos”. Il tutto dall’alto del suo impero imprenditoriale, che gli consente spesso di ricordare di essere uno dei primi contribuenti del paese.

Gli elettori li ha convinti con una campagna elettorale lautamente finanziata e tutta a base di slogan di facile presa, di cui uno su tutti: “facciamo in modo che i nostri bambini non si vergognino di vivere nel nostro Paese”.

Così come capita a Berlusconi, gli avversari politici non perdono occasione di ricordare a Babiš le presunte ombre del suo passato e alle origini del suo impero imprenditoriale. Gli rinfacciano soprattutto di essere fra coloro che si sono compromessi col regime pre ‘89, durante il quale Babiš era iscritto al Ksč, il partito Comunista dell’allora Cecoslovacchia, e lavorava come direttore commerciale, all’estero, di aziende statali. Di aver saputo sfruttare, in maniera anche spregiudicata, subito dopo la Rivoluzione di Velluto, tutte le occasioni del neonato e selvaggio capitalismo degli anni Novanta.

Alcuni documenti, affiorati dagli archivi pre ‘89, attesterebbero anche una sua passata appartenenza – come collaboratore, forse addirittura come agente – all’allora polizia segreta comunista, la famigerata StB, nome in codice “Bureš”. Gli ultimi documenti che lo testimonierebbero sono spuntati a Bratislava, la città dove Babiš è nato nel 1954, come ricordano le frequenti parole slovacche del suo vocabolario.

Nonostante il successo elettorale, proprio il supposto coinvolgimento con la StB potrebbe costare a Babiš la carica di ministro. Il capo dello stato Miloš Zeman ha infatti fatto sapere – subito dopo il voto – che nel futuro governo non accetterà la nomina di ministri non in regola con la cosiddetta “legge sulla lustrazione”. Si tratta della normativa che vieta una serie di funzioni pubbliche agli ex membri e ai collaboratori dei vecchi servizi di sicurezza, nonché a chiunque abbia svolto determinati ruoli nel precedente regime comunista.

Anche se il Castello non ne ha fatto esplicita menzione, la questione riguarda in primo luogo Babiš, il quale a questo proposito ha sempre risposto: “Con i servizi segreti non ho mai avuto a che fare. Se negli archivi della StB ci sono dei fascicoli che mi riguardano, è stato fatto a mia insaputa e io non ne sono mai stato al corrente”. Per liberarsi dai sospetti ha anche avviato un procedimento giudiziario in Slovacchia, ma il giudice non si pronuncerà prima di gennaio. Ad ogni buon conto Babiš, dopo aver più volte manifestato interesse per il ministero delle Finanze, ultimamente ha fatto un passo indietro, dicendo di non considerare necessaria una propria partecipazione in prima persona al governo.

Quanto al resto, Babiš risponde in questo modo: “È vero, sono stato iscritto al partito comunista, ma fu il classico errore di gioventù. Lo feci perché me lo chiese mia madre, la quale diceva che sarebbe stato l’unico modo per poter studiare ed essere tranquillo nel lavoro e nella vita. Nella mia carriera imprenditoriale, ho solo sfruttato le mie competenze e i risultati dimostrano che ho saputo farlo nel migliore dei modi. Gli elettori sappiano che non ho mai fatto fallire alcuna azienda, non ho mai corrotto nessuno”.

Per rivendicare la propia integrità Babiš – è necessario dargliene atto – negli ultimi anni ha partecipato in prima persona ad una campagna diretta a denunciare e fronteggiare la corruzione nel business e nella politica. In questa battaglia Babiš non ha avuto peli sulla lingua nel manifestare il proprio sdegno verso i piani alti della politica ceca. A tal punto da indicare nel 2010 l’allora capo dello Stato Václav Klaus come il punto di riferimento storico di tutti i corrotti del paese. Un’accusa non generica, visto che Babiš, in quella occasione, è giunto persino a ricordare di quando un fedelissimo di Klaus gli chiese una tangente per evitare che il capo dello Stato ponesse il veto su una legge sui biocarburanti.

“Nel nostro paese la vera rivoluzione l’ha fatta Václav Havel nel 1989 – ha detto Babiš, ricordando l’ex presidente – ma poi ad aver abusato e approfittato dei cambiamenti sono stati altri. Ora la degenerazione è fuori da ogni controllo, la corruzione è diventata la regola. È giunto il momento di fare qualcosa”.

Quando sono trascorsi quasi 25 anni dalla Rivoluzione di Velluto, oggi a Praga – a quanto pare – è proprio lui, il Berlusconi alla ceca, il leader riconosciuto di questa nuova ribellione.

di Giovanni Usai