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La concisa storia dello studio del ceco in Italia

Lo studio della lingua ceca in Italia ha affrontato un percorso complesso e irto di burocrazie tipiche del Belpaese. La persona a cui è possibile dare il merito di primo boemista è sicuramente Emilio Teza, poliglotta e filologo veneziano, tra i primissimi traduttori della letteratura afferente le cosiddette Terre ceche. Questo era il periodo in cui la slavistica stentava ancora a muovere i primi passi e in cui la maggioranza degli studiosi iniziava a sviluppare un interesse per la lingua e la letteratura russa ancor prima di quella ceca. In quanto precursore, diede poi il via a quelle che possiamo definire come le quattro generazioni della boemistica italiana, sviluppatesi dopo la sua morte.

L’insostenibile leggerezza della slavistica

La prima, che va dalla metà degli anni Venti fino alla fine della Seconda guerra mondiale, è costellata di slavisti e professori di lingua russa presso le università di Roma e Padova, non a caso le uniche due città che dedicano a Emilio Teza una via. Tra questi spicca il nome di Ettore Lo Gatto, che visse a Praga nel periodo antecedente lo scoppio del Secondo conflitto mondiale, riprendendo poi a Roma la sua opera di divulgazione con Giovanni Maver, opera che li coronò veri fondatori della slavistica in Italia, grazie all’interesse di ampliarne lo studio per ogni singola lingua slava. Bisogna fare presente che lo studio della ancora neonata Cecoslovacchia era un’idea lontana, ma Lo Gatto e Wolfango Giusti, docente di letteratura cecoslovacca, furono una scintilla culturale decisiva che fece fiorire l’interesse in Italia per la Cecoslovacchia.

Nel dopoguerra sarà infatti un allievo dello stesso Lo Gatto, Angelo Maria Ripellino, a essere incaricato come professore di Filologia slava e Lingua ceca all’Università di Bologna: è il 1948 e l’insegnamento del ceco è ufficialmente un corso di studi. Grazie a Ripellino, la letteratura ceca assume un punto di vista più europeo. Nel 1968 viene inviato dall’Espresso a Praga dove sarà testimone degli eventi della Primavera che porteranno alla luce “Praga magica” (1973) con cui esprime il rimpianto per la città tanto amata, gli avvenimenti e l’atmosfera che si vivevano pochi anni prima. Conclude questa seconda generazione l’allievo Sergio Corduas che nel 1971, nelle terre del Teza, prende posto come docente di Lingue e letterature della Cecoslovacchia.

Un’eredità troppo rumorosa

Dalla metà degli anni Settanta, però, la burocrazia italiana iniziò a minare la stabilità dell’insegnamento a Roma, perché si avvicinava sempre di più l’età pensionistica per Ripellino e ciò avrebbe potuto portare alla chiusura del corso. Nel momento in cui un professore si ritira, infatti, in mancanza di pari merito, viene sostituito da docenti a contratto annuale. Quest’ultimo è rinnovato in base alle iscrizioni e rischia di essere cancellato nel caso in cui gli iscritti siano pari a zero. È quello che appunto quasi successe a Roma post-Ripellino e che interruppe gli studi del ceco a Venezia, al ritiro di Corduas nel 2010. In questo periodo arrivano, però, gran parte dei docenti che Giuseppe Dierna, noto traduttore dal ceco e anch’egli allievo di Ripellino, definirà poi parte della vera e propria ‘normalizzazione’ della boemistica italiana. Se da un lato i docenti praghesi ricevevano il benservito, dall’altro in Italia “si reclutavano tacitamente dipendenti dalle discutibili competenze accademiche”. Casi più unici che rari per la rigida burocrazia italica ma che portarono personalità come quelle di Alena Wildová Tosi, Jaroslav Stehlík e Sylvie Richterová a prendere il posto di professore rispettivamente a Roma, Napoli e Padova (poi Viterbo), e ancora Lucia Kubištová Casadei e François Esvan, l’una lettrice di lingua ceca a Roma e l’altro professore di letteratura ceca a Udine (poi Napoli). Nonostante le accuse di Dierna, è innegabile il loro contributo alla boemistica italiana, anche fosse solamente un assestamento che mantenesse in vita i corsi di studio delle università, cosa che si è dimostrata non propriamente vera, grazie ad alcuni allievi della generazione successiva. È in questo periodo che Bologna continua a vantare l’insegnamento del ceco ed eccezionalmente dello slovacco – tuttora presente all’Alma Mater.

Arriva la libertà, è il 1989, finalmente la caduta del Muro abbatte le frontiere e gli italiani riescono a visitare più facilmente la Cecoslovacchia. Inizia un periodo di entusiasmo per quella che viene ancora considerata per molti “Europa dell’Est”. Nel giro di dieci anni si forma un’intera nuova generazione di boemisti che si spostano per otto università della Penisola. Di queste, ad oggi, risultano avere corsi di lingua ceca soltanto cinque: Napoli, Padova, Roma, Udine e Venezia; che possiamo considerare i cinque pilastri della boemistica italiana. Se ne aggiunge una sesta che annovera lo studio del ceco in chiave comparatistica insieme al polacco e al serbo-croato, ossia Firenze. Le restanti, Pisa e Viterbo, conservano ancora docenti e ricercatori con competenze in lingua ceca, ma nessun insegnamento vero e proprio. Attualmente, si contano al massimo cinquanta studenti (includendo tutti i livelli di studio) per ciascuna delle cinque università. Alla Sapienza è adesso docente di Lingua e letteratura ceca Annalisa Cosentino, a Venezia invece, dopo il ritiro di Corduas, si riaprì la cattedra attraverso contratti annuali, dapprima con Massimo Tria, poi dal 2014 con Tiziana D’Amico. Dal 1995 a oggi, presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” troviamo François Esvan, mentre all’Università di Udine – dal 2003 – Anna Maria Perissutti. Dal 2006, infine, Alessandro Catalano cura la cattedra di boemistica all’Università di Padova.

Le vicende del bravo studente di ceco

Da studente, penso alle parole di Angela Zavettieri, boemista e traduttrice, che ricorda lo studiare il ceco a Napoli con queste parole: “Non era da tutti studiare ceco o serbo, anche in un Ateneo come l’Orientale. Eravamo a nostro modo… creature esotiche”. È indubbio passare per “quelli strani”, ma lo studio di una lingua minore dà molte opportunità e soprattutto soddisfazioni: studiare in piccoli gruppi permette di essere seguiti meglio, ciò spinge ogni studente a diffondere una lingua che per alcuni è ancora solo parte del fantomatico “cecoslovacco”. Per non parlare delle infinite occasioni per conoscersi, considerando il numero piuttosto ristretto di boemisti e le dimensioni della Repubblica Ceca, che facilitano senza dubbio un rapporto più orizzontale tra gli studiosi delle due nazioni.

Semplificano tutto ciò le iniziative delle università in Italia, da una parte, e degli enti cechi, dall’altra. Si pensi alle attività dei Centri Cechi, quello di Milano e quello di Roma, inaugurato nel 2019 dopo una pausa di dieci anni, o quelle del Centro letterario ceco, CzechLit, di Brno che ogni anno offre finanziamenti per soggiorni di traduzione in Repubblica Ceca. Sono proprio questi due enti a organizzare dal 2014 il premio internazionale per la traduzione “Susanna Roth”, i vincitori ottengono un soggiorno in Repubblica Ceca che include seminari di boemistica e laboratori di traduzione. Grazie, inoltre, alla collaborazione tra il Ministero degli Esteri italiano e quello dell’Educazione, della Gioventù e dello Sport ceco, ogni anno tantissimi studenti hanno la possibilità di frequentare una delle scuole estive: un’esperienza più unica che rara che permette di avvicinarsi alla cultura, agli usi e ai costumi della Repubblica Ceca, nonché di poter migliorare le proprie competenze linguistiche, stando a contatto ravvicinato con la lingua. Molteplici, inoltre, le possibilità di soggiorno di ricerca, attraverso la presentazione di un progetto di ricerca è possibile ottenere una borsa ministeriale della durata minima di due mesi. Ultimi, non certo per importanza, le conferenze e i seminari che si tengono nelle varie università sopracitate. Tra queste l’ateneo di Venezia che da tre anni, grazie all’impegno della professoressa D’Amico, offre il “Laboratorio di traduzione ceco-italiano”, con tantissimi ospiti e iniziative mirate a traduzioni più consapevoli da parte degli studenti. Partecipano sin dalla prima edizione gli studenti delle università di Padova, Udine e Napoli. Hanno collaborato il Centro Ceco di Milano, CzechLit, l’Ambasciata della Repubblica Ceca a Milano, l’Università Carlo di Praga e varie case editrici.

Nonostante la boemistica in Italia nasca come studio di nicchia all’interno della slavistica, ha avuto modo di delinearsi maggiormente e raggiungere uno spessore in grado di permettere a sempre più studenti di approfondire la lingua e la letteratura ceca, nella speranza che dall’una e dall’altra tasca, per citare Karel Čapek, ogni diversa personalità realizzi parte della boemistica italiana futura.

di Oliver Mandlík