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Il destino della zona industriale praghese, simbolo del Novecento ceco

Grandi capannoni in abbandono, con vetri rotti e tetti sfondati, in mezzo ai quali (e dentro ai quali) crescono degli alberi. Vista di giorno l’area industriale Čkd che sorge attorno a via Kolbenova a Vysočany (da cui prende il nome colloquiale “Kolbenka”) è dotata di un suo desolante fascino, quello della natura che si riprende i luoghi da cui il genere umano la aveva sfrattata. L’area potrebbe tranquillamente far concorrenza ad un fruttivendolo. Ci trovate di tutto: ciliegi, meli, cespugli di more e pure delle zucche.

Attività umana ve ne è ancora, altrimenti non si spiegano nell’ordine: un recinto con delle oche, macchine parcheggiate nei cortili, un potraviny russo e pure un ostello. In effetti nella zona è presente anche uno stabilimento tessile vietnamita. Ma è senza dubbio una fine ingloriosa per quello che, all’inizio del secolo scorso, era uno dei siti industriali più famosi di tutto il mondo.

La Čkd di Vysočany ha infatti compiuto 120 anni nel 2016. Fondatore fu l’imprenditore e inventore ceco Emil Kolben (uno che oltre a dare il nome alla via ha collaborato con Edison e Tesla, per dire). All’inizio, l’impianto produceva principalmente motori elettrici di varie dimensioni, alternatori, dinamo, fino a turbine per centrali idroelettriche. Nel 1910, la fabbrica di Vysočany sfornava in media diecimila macchinari l’anno.

Con il primo conflitto mondiale la produzione della Čkd aumentò notevolmente, ovviamente con il reindirizzamento nel settore bellico, e anche la fabbrica si espanse.

Dopo la guerra, l’impianto continuò a crescere e fu istituita una nuova entità, la Českomoravská-Kolben. La successiva fusione del 1927 portò all’acquisizione della compagnia Strojírny, che inizialmente si chiamava Breitfeld-Daněk. Nacque così la Českomoravská-Kolben-Daněk, e da qui viene il celebre acronimo Čkd.

Durante gli anni Trenta, il colosso industriale si concentrò sulla produzione di aerei e contribuì all’elettrificazione della Slovacchia. L’attività proseguì fino all’occupazione tedesca nel marzo del 1939. Occupazione che segnò anche il tragico destino di Emil Kolben, di origine ebraica: fu deportato a Terezín, dove morì. Durante l’Olocausto perirono 26 membri della sua famiglia.

Smembrata la Cecoslovacchia e creato il Protettorato di Boemia e Moravia, i tedeschi disposero per la Čkd il nuovo nome di Böhmische-Moravische Maschinenwerke AG. Per tutta la seconda guerra mondiale l’azienda fu indirizzata a sostenere le forniture belliche necessarie alla Germania nazista e produsse per la Wehrmacht in primo luogo i Panzer 38. Negli ultimi mesi del conflitto la grande fabbrica praghese venne colpita da pesanti bombardamenti da parte delle forze alleate.

Con l’avvento del regime comunista giunse anche la inevitabile nazionalizzazione, il medesimo destino che toccò ad altre importanti aziende di tutto il Paese. Molte di quest’ultime furono incorporate nella Čkd che diventò una delle più grandi industrie della Cecoslovacchia, attiva nella produzione di motori, compressori e soprattutto di mezzi di trasporto: locomotive, vagoni e tram, tra cui anche i primi esemplari dei mitici Tatra T3. In quest’ultimo settore diventò un autentico leader mondiale, tant’è che alla fine degli anni ‘80 un terzo dei tram in servizio in tutto il mondo veniva proprio dagli stabilimenti della Čkd. Nell’ultimo decennio prima della Rivoluzione di velluto, lavoravano per questo gruppo oltre 50.000 persone.

A dire il vero la Čkd nel secondo dopoguerra è ricordata anche per un avvenimento politico. Fu infatti nella sala mensa di Kolbenova che si tenne l’assemblea straordinaria del Partito comunista cecoslovacco (Ksč) del 22 agosto 1968, raduno convocato clandestinamente all’indomani della invasione del paese da parte degli eserciti del Patto di Varsavia. I membri del Ksč quel giorno condannarono fermamente l’occupazione e chiesero il rilascio di Dubček e degli altri dirigenti tenuti in ostaggio nell’Unione sovietica. Non è tutto: quel 22 agosto anche l’emittente televisiva nazionale, la Československá televize, trovò asilo a Vysočany e dai capannoni della fabbrica trasmise clandestinamente gli avvenimenti di quelle tragiche giornate, dopo che la sede centrale era stata occupata (non esattamente con le buone, ovviamente).

Dopo il 1989, iniziò il declino. L’azienda perse buona parte dei suoi clienti, che erano gli stati dell’ormai ex Patto di Varsavia. L’avvio della privatizzazione, nel 1994, e il ritorno all’iniziativa privata, peggiorarono ulteriormente le cose. La holding fu smembrata in diverse società: alcune fallirono e altre furono acquisite da nuovi proprietari. Da allora lo stabilimento di Vysočany, è andato in disfacimento.

Ciò non toglie che l’ex sito Čkd sia protetto dai beni culturali perché, secondo gli esperti, la “Kolbenka” ha un notevole valore storico. Di recente, tuttavia, il vecchio sito industriale ha vissuto diverse disavventure. Ad agosto del 2017, ad esempio, un deposito tessile dei commercianti vietnamiti è stato distrutto da un incendio. Nemmeno un anno e mezzo dopo, a dicembre 2018, la situazione si è ripetuta, sicché molti alberi sono bruciati e i tetti di svariati capannoni sono crollati.

Non si fa nulla per salvare Kolbenova? Beh in realtà di iniziative ce ne sono parecchie, anche se molte hanno secondi fini. L’area in effetti ha una grande potenzialità dal punto di vista edilizio. Sono le dinamiche della bolla immobiliare di Praga, che stanno trasformando il centro della città in un immenso centro turistico. I “veri praghesi” cominciano a trasferirsi e nei prossimi anni dovranno farlo ancora maggiormente, in zone più periferiche e relativamente a “buon mercato” (più o meno). Bene: a Kolbenova c’è una fermata della metropolitana e ci sono diversi terreni inutilizzati.

E difatti lo spazio attorno alla fabbrica è già in fase di c.d. valorizzazione. Una nota società di sviluppo immobiliare ha costruito, sul lato nord dell’area, quello che si può definire un “sídliště capitalista”, ovvero schiere di condomini che sarebbero in tutto uguali a quelli pre ‘89, non fosse che hanno qualche piano in meno e sono più colorati; elemento quest’ultimo che non serve, ad ora, a migliorare la desolazione che vi regna.

Ora, prima o poi, si arriverà a mettere le mani anche sulla fabbrica. Da un lato i privati, dall’altra il pubblico. Di progetti, in effetti, ce ne sono due e sono uno privato e l’altro simil pubblico. Un nuovo “sídliště del 2000” dovrebbe sorgere invece nell’area più esterna, in direzione Hloubětín e di fronte al Möbelix. Secondo un progetto di sviluppo immobiliare, che fa capo all’ex tennista Milan Šrejber, titolare della società Pankrac, saranno costruiti oltre un migliaio di appartamenti. Certo, il progetto parla di costruire case che siano “in linea con il profilo architettonico della zona”, non di meno entro il 2021 gli edifici attualmente esistenti dovrebbero essere rasi al suolo.

Al lato opposto della Čkd, su via Poštovská (vicino al quartiere di Vysočany), dovrebbe sorgere invece “Nová Praga II”: il piano punta a recuperare alcuni dei magazzini, rimettendoli a nuovo per trasformare la zona in un centro per artisti completo di una galleria e due musei (dopotutto nelle sale della Kolbenka aveva sede la galleria Pragovka), ma anche creare “duemila unità abitative”. Il progetto, che tenta di mantenere intatti gli edifici (ancora rimasti in piedi) è sostenuto da ministero dell’Ambiente e Ue. I lavori dovrebbero essere iniziati nel 2018, ma non è che in giro si veda granché.

Il destino dell’area rimanente, incerto più che altro solo dal punto di vista estetico, sembra quello di diventare il teatro di una battaglia tra Comune, che tenta di riutilizzare i capannoni, e speculatori, che comunque se vogliono costruire qualcosa devono rimanere fedeli alla linea estetica della fabbrica. L’impressione è però che, al momento, la roba che viene giù di suo sia più di quella che viene rimessa a nuovo.

di Tiziano Marasco