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Intervista con il presidente e fondatore dell’Inter Club Praha, alla vigilia della sfida di Champions League contro lo Sparta.

Colorare Praga di nerazzurro: il sogno realizzato di Filippo Falcinelli

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Italo-ceco, manager nel settore marketing, con una laurea in ingegneria meccanica, interista sfegatato sin da bambino, Filippo ha trasformato il suo amore per i colori nerazzurri in una comunità che oggi conta a Praga 163 soci. “Ma siamo soprattutto un gruppo di amici”, racconta.
Un sodalizio nato per celebrare la passione per l’Inter, ma che è diventato molto di più: una opportunità di incontro e di amicizia, dove italiani, cechi e tifosi di altre nazionalità si uniscono sotto i colori nerazzurri.
A cinque anni dalla fondazione del Club, nato ufficialmente il 26 novembre 2019, Filippo ci parla del suo percorso personale e professionale, della sua vita a Praga e della sua passione per l’Inter.

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Filippo, prima di parlare di Inter, raccontaci di te e della decisione di trasferirti a Praga: cosa ti ha spinto a fare questo passo?
Iniziamo col dire che sono mezzo ceco e mezzo italiano, perché mia madre è di Praga. Sono cresciuto a Perugia, ma sin da giovane ho avuto il desiderio di vivere un’esperienza all’estero. Durante gli studi universitari – sono laureato in ingegneria meccanica – avrei voluto fare un Erasmus, ma non è stato possibile perché a Ingegneria non mi avrebbero riconosciuto i crediti. Così nel 2007, dopo la laurea, ho colto un’opportunità lavorativa trovata su un forum online italo-ceco e mi sono trasferito a Praga. Essere mezzo ceco mi ha facilitato molto: parlavo già la lingua, avevo il doppio passaporto e una casa qui. Questo ha semplificato tutta la burocrazia e il processo di ambientamento. Inoltre, grazie a una rete di contatti costruita velocemente, mi sono inserito facilmente nella vita della città.
Quali differenze principali hai notato tra l’Italia e la Repubblica Ceca nel modo di vivere?
Io amo l’Italia, ma devo dire anche di avere un rapporto contrastante col mio Paese. Ci torno regolarmente almeno un paio di volte l’anno. Quando sono qui, mi manca come un po’ a tutti gli italiani che vivono all’estero. Poi però, ogni volta che ci vado, noto una serie di cose che non vanno, che mi irritano. Parlo di Perugia, la mia città, ma la situazione è simile da tante altre parti. A Perugia, per esempio, la macchina è indispensabile: chi ama camminare, come me, si sente fuori posto, finisce con l’essere considerato “un po’ strano”. I mezzi pubblici scarseggiano, i marciapiedi sono malridotti. E così avviene per una serie di altri servizi.
Perugia poi è una tipica città di provincia: bella, ma con poche opportunità e una vita che può diventare monotona. Vedo i miei amici rimasti lì, che seguono una routine abbastanza prevedibile, tra padel, fantacalcio, qualche birra e un cinema ogni tanto.

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A Praga quindi tutto rose e fiori?
Qui la mia vita è più dinamica. La città offre una qualità della vita molto alta. Posso camminare tranquillamente ovunque, la città è piena di parchi e i mezzi pubblici sono efficienti, e la vita sociale è ricca di opportunità. Qui frequento tanti italiani ed altri stranieri espatriati. Ho anche tanti amici cechi, anche se qualche volta noto una mentalità differente, punti di vista completamente diversi. A me, per esempio, non piace questa abitudine di andare a sedersi la sera da qualche parte, cinque o sei ore, a bere la birra. Io dopo un po’ che sto seduto non ce la faccio, muoio. E’ però anche un fatto personale, perché io di birre ne bevo al massimo due. Va invece molto meglio quando incontro gli amici cechi sul campo da golf.
Oltre a essere il presidente dell’Inter Club, sei un manager di notevole esperienza. Raccontaci della tua carriera in Repubblica Ceca.
Il mio primo lavoro a Praga è stato presso ExxonMobil, dove sono rimasto per circa un anno. Successivamente, ho avuto l’opportunità di lavorare per Agip e, attualmente faccio parte del dipartimento marketing di Škoda Auto. L’esperienza lavorativa in Repubblica Ceca è stata molto positiva. Le aziende qui ti offrono condizioni, ad iniziare dall’ambiente di lavoro e dai benefit, che in Italia si sognano. Alla Škoda Auto abbiamo le cucine a disposizione, il caffè gratis, la tessera multisport, la palestra. Gli uffici son belli, moderni, al contrario di quanto accade spesso in Italia, dove spesso, a parità di mansioni, ti ritrovi in ambienti rimasti agli anni ‘60 e ’70 e magari devi lavorare con computer antiquati e modelli vecchi di cellulare. Qui succede il contrario. Talvolta arrivo a pensare che i miei colleghi italiani siano un po’ sfortunati. Più in generale, a livello professionale, credo di aver trovato qui più dinamismo e maggiori opportunità di crescita rispetto all’Italia.

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Parliamo di Inter. Come è nata questa tua passione per la Beneamata? Un ricordo, un momento, una scintilla che ti ha fatto innamorare dei colori nerazzurri?
La mia passione per l’Inter è nata per tradizione familiare. Mio padre è un grande tifoso nerazzurro e anche mio nonno lo era, così questa passione è stata trasmessa a me. In realtà, fino ai 10-11 anni non seguivo molto il calcio, mentre tutti i miei compagni di scuola erano già fanatici. Un giorno, tornai a casa e chiesi a mio padre per quale squadra tifasse. Mi rispose: “Inter”. E da quel momento decisi di tifare anche io per quei colori.
Negli anni ‘80 l’Inter aveva giocatori incredibili, e questo ha consolidato il mio amore per la squadra. Ricordo Walter Zenga, che diventò subito il mio idolo, anche perché allora mi facevano sempre giocare in porta. Poi i campioni tedeschi come Matthäus e Brehme, che fecero parte dell’Inter dei record sotto la guida di Trapattoni nella stagione ‘88-’89. Amavo leggere la Gazzetta dello Sport e immaginare le azioni dei gol, dato che il calcio in TV era molto meno accessibile.

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Se dico Inter, qual è la prima immagine che ti viene in mente? Un gol, un trofeo, un’emozione unica che porti nel cuore?
La prima immagine che mi viene in mente è senza dubbio la vittoria della Champions League del 2010, nella finale contro il Bayern Monaco a Madrid. Quel giorno è stato magico e rimarrà per sempre nel mio cuore. Ricordo l’affanno nel reperire i biglietti per il Bernabeu, l’emozione di essere lì con mio padre, entrambi sopraffatti dalla gioia di vedere l’Inter alzare il trofeo in quella indimenticabile stagione del Triplete, sotto la guida di Jose Mourinho. Vivere quel momento è sempre speciale: i gol di Milito, la festa sugli spalti e la sensazione di far parte di qualcosa di storico. È stato il culmine di anni di passione e sacrifici per una squadra che regala emozioni uniche.
Ma quest’Inter, non neghiamolo, è anche un po’ pazza…
Sì, è vero, l’Inter è come una bellissima donna: affascinante, imprevedibile, capace di farti innamorare ogni giorno, ma anche un po’ capricciosa e bizzarra. È quel tipo di amore che ti tiene sempre sulle spine, perché non sai mai cosa aspettarti. Ma è proprio questa sua “pazzia” che la rende unica. L’Inter ti fa provare emozioni che poche altre squadre riescono a trasmettere. Quella con l’Inter è la classica storia d’amore infinita, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.

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Per quale squadra simpatizzi in Repubblica Ceca? E in Italia, oltre l’Inter?
In Repubblica Ceca simpatizzo per lo Sparta Praga, una scelta legata anche in questo caso alla tradizione familiare, perché mio nonno materno era un grande tifoso dello Sparta e questa passione mi è stata trasmessa da bambino. Ricordo che avevo persino comprato una maglia dello Sparta, forse anche un modo per avvicinarmi alle mie radici ceche.
In Italia, invece, a parte l’Inter, simpatizzo per il Perugia, la squadra della mia città.

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Cinque anni fa, la fondazione dell’Inter Club. Come è nata l’idea? E soprattutto, ti aspettavi un riscontro così grande?
L’idea di fondare l’Inter Club Praha è nata proprio nel 2010, dopo la storica vittoria dell’Inter in Champions. Tornai così gassato da Madrid che mi venne voglia di fare qualcosa di concreto per unire i tifosi interisti a Praga. Tuttavia, seppi che sarebbero serviti almeno 50 soci per fondare un club ufficiale, e a quel tempo non riuscivo a raggiungere quel numero, ne conoscevo solo una decina.
La svolta è arrivata nel 2019, grazie a un evento organizzato dall’Inter a Praga: la fondazione di un’Inter Academy, serata alla quale ho avuto l’opportunità di partecipare. In quella occasione ho avuto la possibilità di conoscere Javier Zanetti e alcuni altri dirigenti dell’Inter, i quali sono stati gentilissimi e disponibili, concedendomi la deroga di poter fondare il club con soli 25 iscritti il primo anno. Così, con l’aiuto di alcuni amici e attraverso un passaparola mirato, siamo riusciti, il 26 novembre 2019, a inaugurare ufficialmente l’Inter Club Praha, proprio alla vigilia di uno Slavia-Inter di Champions a Praga.

Oggi, con più di 160 soci, il club ha superato le mie aspettative. Non mi sarei mai immaginato un riscontro così grande. È stata una sfida, ma vedere il gruppo crescere è una soddisfazione enorme.

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Avete una sede dove vi ritrovate per seguire le partite?
Non abbiamo una nostra sede, ma ci riuniamo abitualmente per vedere insieme le partite. All’inizio andavamo in un locale chiamato Rugantino, purtroppo chiuso durante il periodo del Covid. Successivamente ci siamo trasferiti al Fasù di Vyšehrad, poi qualche bar sport. Tuttavia, la vera svolta è arrivata grazie a Mario D’Innocenzo, il proprietario del ristorante Il Palazzo, nel centro storico di Praga. Nonostante lui sia romanista, ci ha accolti con grande disponibilità, mettendo a nostra disposizione uno spazio riservato, completo di un televisore da 55 pollici per seguire le partite. Una sala solo per noi, dove non disturbiamo nessuno col nostro tifo e il nostro entusiasmo. Questo è fondamentale per il club, perché ci permette di avere un punto di riferimento stabile e accogliente. A Mario siamo davvero grati. Il suo ristorante è ormai diventato la nostra casa durante le partite dell’Inter.

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Qual è il segreto di questo successo? La passione nerazzurra indubbiamente unisce, ma penso ci abbia messo anche tanto del tuo, nel senso, della tua esperienza professionale di esperto di marketing e di pubbliche relazioni.
Credo che il segreto sia il forte senso di comunità che siamo riusciti a creare con l’Inter Club Praha. La passione nerazzurra ha un potere incredibile di unire le persone, e questo è stato il motore di tutto. Tuttavia, riconosco che anche la mia esperienza nel marketing e nelle pubbliche relazioni abbia giocato un ruolo importante. Ho dedicato molto tempo a curare la comunicazione del club, costruendo una presenza efficace sui social media come Facebook e Instagram, che ci hanno permesso di raggiungere più persone e ampliare la nostra rete. Cerco anche di gestire al meglio le dinamiche interne: moderare le discussioni, risolvere piccoli conflitti che inevitabilmente sorgono quando c’è di mezzo il tifo calcistico e assicurarmi che tutti si sentano bene accolti.
Un altro elemento è stata l’attenzione ai dettagli: abbiamo creato un nostro piccolo merchandising personalizzato, come magliette, polo e sciarpe con il nostro logo, ideato dal nostro socio Dario. Questo ha contribuito a rafforzare l’identità del club. Sicuramente ci ho messo tanto del mio, ma devo dire che è stato il supporto dei soci e l’amore comune per l’Inter a fare davvero la differenza.

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Chi sono i soci dell’Inter Club Praha?
Siamo un gruppo molto eterogeneo e internazionale. La maggioranza è composta da italiani che vivono a Praga, ma ci sono anche cechi, slovacchi, francesi, macedoni e persino un bielorusso che è tifoso dell’Inter più di molti italiani. La grande soddisfazione è per esempio vedere che nel club sono nate nuove amicizie, persino opportunità di lavoro. Uno degli aspetti più belli del nostro club è che è diventato uno spazio accogliente e inclusivo. Abbiamo però stabilito regole precise per mantenere un’atmosfera positiva: niente politica o religione, solo calcio e amore per lo sport. Questo ci ha permesso di crescere e diventare una vera comunità.
Oltre a guardare le partite insieme, organizzate altre attività? Qual è stato il momento più speciale che avete vissuto come gruppo?
Sì, oltre a guardare le partite insieme, organizziamo molte altre attività. Giochiamo spesso a padel, a calcetto e ci ritroviamo per cene o eventi in occasione delle feste, in primo luogo prima del Natale. Questi momenti ci permettono di creare rapporti che vanno oltre il semplice tifo calcistico.
Uno dei momenti più speciali è stato senza dubbio la visita di Nicola Berti, una vera leggenda dell’Inter. È rimasto con noi per un’intera serata, dimostrando grande umiltà e simpatia. Ha trascorso il tempo a parlare con i soci, firmare autografi e raccontare aneddoti, mostrando un’umanità che raramente si trova nei grandi personaggi del calcio. Siamo anche rimasti amici.
Un altro momento indimenticabile è stata la nostra trasferta a Plzen, alcuni anni fa, dove abbiamo seguito l’Inter tutti insieme: eravamo una cinquantina di soci, con tanto di striscione personalizzato. Anche la trasferta a Istanbul per la finale di Champions 2023 è stata memorabile, sebbene fossimo solo una decina e nonostante l’immeritata sconfitta.

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Calcio e tifoseria organizzata: qual è la tua opinione sui problemi che emergono spesso in Italia?
Purtroppo, il tifo organizzato in Italia è spesso associato a problematiche gravi, come ricatti alle società calcistiche, episodi di violenza e una mentalità che spesso fa diventare le curve un luogo pericoloso e da evitare. Non è certo una novità: situazioni simili le ho viste anche in realtà più piccole, come a Perugia, dove la curva dettava legge, condizionando persino le scelte societarie o tecniche. Questo tipo di potere è preoccupante, perché spesso mette in secondo piano il rispetto per i tifosi normali e la serenità negli stadi.
Che soluzione proporresti?
Personalmente, credo che il tifo organizzato andrebbe regolamentato in modo più severo o, nei casi estremi, eliminato, come è stato fatto in Inghilterra sotto il governo Thatcher. Là, gli hooligans sono stati ridimensionati e oggi gli stadi sono luoghi dove le famiglie possono vivere il calcio in tranquillità. È vero, mancano le coreografie spettacolari, ma il rispetto e la sicurezza sono garantiti.
In Italia, invece, la situazione rimane critica: credo che un cambiamento sia necessario per riportare il calcio a essere una festa per tutti, non un terreno di scontro o di prevaricazione. Il calcio dovrebbe unire, non dividere, ed è questo lo spirito che cerco di portare nel nostro Inter Club. Noi siamo un gruppo di tifosi, ma non siamo “tifo organizzato” in senso tradizionale, proprio per evitare dinamiche tossiche o divisive.

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E adesso arriva il grande evento: Inter contro Sparta Praga. Che aria si respira tra voi tifosi a pochi giorni dalla partita? Come vi state preparando? Come è andata la caccia al biglietto?
C’è una grande attesa e un’enorme emozione tra noi tifosi per l’arrivo della partita dell’Inter contro lo Sparta Praga. È un evento ovviamente speciale per il nostro club, e tutti lo stiamo vivendo con entusiasmo. La possibilità di vedere l’Inter giocare nella nostra città è qualcosa di unico.
La caccia al biglietto è stata una vera impresa. Lo stadio dello Sparta ha una capienza ridotta, e, come squadra ospite, all’Inter sono stati assegnati pochissimi posti. Questo ha creato non poche difficoltà nel soddisfare tutte le richieste. Noi come club abbiamo ricevuto solo una ventina di biglietti, un numero limitatissimo rispetto alle richieste dei nostri soci. Per questo abbiamo adottato un sistema equo: uno dei biglietti è stato assegnato tramite una lotteria che abbiamo organizzato prima di Natale, mentre gli altri sono stati estratti a sorte tra i soci interessati.
L’allenatore dell’Inter, Simone Inzaghi, ha fior fiore di collaboratori e osservatori. Ma tu che suggerimento gli daresti in vista della sfida di mercoledì?
Se potessi dare un suggerimento a Simone Inzaghi, ma soprattutto ai giocatori, sarebbe quello di affrontare la partita con la giusta umiltà, senza sottovalutare lo Sparta Praga. Anche se sulla carta l’Inter è superiore, sappiamo bene che ogni partita nasconde delle insidie, soprattutto quando l’avversario gioca in casa ed è spinto dall’orgoglio dei propri tifosi. Lo Sparta viene da un periodo non brillante in Champions League e in Campionato, vorrà riscattarsi davanti al proprio pubblico.
La storia dell’Inter, d’altronde, ci insegna che prendere sottogamba una sfida può essere pericoloso, e la Beneamata, come dicevamo poco fa, è famosa proprio per la sua “pazzia”.
Guardando al futuro, dove immagini l’Inter Club Praha tra cinque anni?
Tra cinque anni immagino un Inter Club Praha ancora più grande e consolidato. Vorrei che il club continuasse a crescere, sia in termini di soci che di attività, diventando una comunità sempre più indipendente da me, capace di funzionare un giorno anche senza di me.
Poi mi piacerebbe che il club mantenesse lo spirito che lo ha contraddistinto finora: un gruppo di amici uniti dalla passione per l’Inter, ma anche dall’amore per lo sport e dal desiderio di condividere momenti belli insieme.

(di Giovanni Usai e Luca Bechi)

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