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Nato e cresciuto in Italia, formatosi tra Pisa, Amsterdam e Bruxelles, Francesco Kinský dal Borgo, 43 anni, appartiene a uno dei più antichi casati aristocratici della Boemia. Oggi gestisce in Repubblica Ceca, insieme alla sua famiglia, un patrimonio fatto di castelli e foreste restituiti dopo il 1989: una realtà che unisce memoria storica, impresa e responsabilità

Custodire il passato, costruire il futuro: la sfida di Francesco Kinský dal Borgo

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Per diversi anni, la Boemia è stata per Francesco Kinský dal Borgo soprattutto un racconto di famiglia: una storia lontana, fatta di memorie frammentarie, di castelli perduti dopo il 1948, di fotografie e ricordi custoditi dai nonni durante i decenni vissuti in Italia dopo la fuga dalla Cecoslovacchia comunista. Quando il regime crollò, lui aveva appena sei anni e non immaginava certo che quei luoghi sarebbero diventati il centro della sua vita.
Oggi, invece, Francesco Kinský dal Borgo è uno dei responsabili della gestione del patrimonio familiare in Repubblica Ceca: oltre ottomila ettari di foreste, una segheria, attività venatorie e due tra i più noti castelli della Boemia, Karlova Koruna e Kost. Un patrimonio restituito alla famiglia dopo il 1989 e che, negli ultimi trent’anni, è stato non solo recuperato e restaurato, ma anche trasformato in una realtà economicamente sostenibile.
Parlare con lui significa attraversare secoli di storia, ma anche confrontarsi con temi profondamente contemporanei: la crisi climatica, il flagello del bostrico che negli ultimi anni ha colpito i boschi dell’Europa centrale, il difficile equilibrio tra conservazione storica e sostenibilità economica, la volontà di ridare vita a luoghi che fanno parte della storia della Boemia.
In questa intervista Francesco Kinský dal Borgo racconta il percorso che lo ha portato dall’Italia alla Repubblica Ceca e riflette sul significato di ereditare una storia così lunga, tra responsabilità, identità europea e visione del futuro

02-foto-14Da bambino, che immagine aveva della storia della sua famiglia in Boemia? Il comunismo è caduto quando lei aveva sei anni e prima di allora non era mai stato in questo Paese.

Avevo un’immagine molto frammentata. Mio nonno non parlava quasi mai di quello che c’era qui. Solo dopo le restituzioni cominciò a raccontarmi qualcosa in più della storia della famiglia e dei nostri avi, ma sempre in modo storico, più che personale.
La prima volta che venni in Repubblica Ceca avevo circa dieci anni. Guardavo tutto con gli occhi di un bambino, quindi non avevo alcuna percezione dell’estensione del patrimonio o della sua complessità. Però, venendo qui un paio di volte all’anno, iniziai a conoscere le persone che lavoravano per noi. Molti di loro erano già legati alla famiglia da tempo; alcuni, come l’attuale direttore forestale, avevano cominciato giovanissimi a lavorare qui.
Questa continuità umana è stata importante. Mio nonno, però, non avrebbe mai immaginato che tutto sarebbe stato restituito. Per lui era un capitolo di vita chiuso: la sua nuova vita era in Italia, bisognava andare avanti.
Dopo le restituzioni, mio padre Giovanni e mio zio Pio si trovarono invece, più o meno alla mia età attuale, a gestire una realtà enorme: in un paese straniero, in una lingua straniera, e in condizioni difficili. Ancora oggi mi chiedo come abbiano fatto.
L’azienda come la conosciamo oggi l’hanno costruita loro. Per vent’anni hanno reinvestito tutti gli utili generati dalle proprietà qui in Repubblica Ceca, e anche risorse proprie. Allora la famiglia viveva soprattutto di ciò che aveva in Italia. Oggi, paradossalmente, la situazione si è ribaltata.

Quando ha capito che la Boemia non apparteneva soltanto al passato della sua famiglia, ma avrebbe fatto parte anche del suo futuro? E qual è stato il percorso personale e professionale che l’ha portata a scegliere di vivere stabilmente in Repubblica Ceca?
All’inizio non pensavo affatto di costruirci un futuro: avevo altri progetti. Poi, poco alla volta, si è creata una connessione molto forte, con i luoghi e soprattutto con le persone. Ricordo, per esempio, che il primo capriolo che ho cacciato è stato qui, non in Italia: sono esperienze che, da ragazzo, creano un legame.
Io ho frequentato la facoltà di Agraria in Italia, poi ho fatto un master nei Paesi Bassi. In quel periodo ero interessato alle energie rinnovabili, in particolare al recupero di materiali ed energia dai flussi reflui, e immaginavo di costruire un percorso professionale in quel settore, magari in una multinazionale. Mi sono laureato nel 2010, subito dopo la crisi finanziaria, con un profilo un po’ ibrido — né ingegnere né economista — e non era semplice trovare una collocazione.
A quel punto sono andato a Bruxelles, dove ho iniziato uno stage alla European Landowners’ Organization, che poi è diventato un lavoro. Lì mi occupavo di un progetto chiamato “Wildlife Estates Label”, legato anche alla Repubblica Ceca. Ed è stato proprio in quel periodo che ho ricominciato a venire qui con maggiore continuità, anche per lavoro. A quel punto ho iniziato a mettere insieme i pezzi.
Ricordo anche una conversazione con un amico che mi disse: “Ma perché ti stai complicando la vita? Hai già in casa qualcosa di enorme.” Aveva ragione. È stato lì che ho capito che questa non era soltanto una storia di famiglia, ma poteva diventare anche il mio futuro.

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Guardando al suo percorso, quale pensa sia stata la rinuncia maggiore che ha dovuto fare per scegliere questa strada e assumere questo ruolo in Repubblica Ceca?
Se devo essere sincero, la rinuncia più grande è stata quella a una realizzazione puramente personale. Ho sempre avuto — e probabilmente avrò sempre — questo cruccio: non poter dire di avercela fatta da solo. Non partire da zero, non costruire qualcosa interamente mio.
Non è una questione economica, è una questione di identità. Penso a chi ha costruito tutto da sé, passo dopo passo. Io, invece, mi trovo a gestire qualcosa che esiste da secoli.
In questo senso, più che un creatore, sono un custode. E sarò fortunato se riuscirò a lasciare una mia impronta all’interno di una storia così lunga.
Forse, col senno di poi, avrei potuto fare più esperienza fuori prima di tornare qui, farmi le ossa in modo più completo. Ma non lo sapremo mai. È anche possibile che, arrivando più tardi, avrei dato un contributo minore rispetto a quello che posso dare oggi.
È vero che ho studiato e che ho lavorato a Bruxelles, ma è diverso rispetto a costruirsi una carriera autonoma per anni. Mio zio Constantin Kinský, per esempio, ha fatto un percorso diverso, entrando nell’azienda di famiglia dopo aver raggiunto il vertice di una importante società internazionale di consulenza. Sono strumenti che io ho dovuto acquisire qui, direttamente sul campo.

Ci sono stati dei momenti, in questi anni, in cui ha pensato che sarebbe più semplice vendere tutto e fare una vita diversa?
Sì. Lavorare in famiglia non è mai semplice e comporta dinamiche particolari. Quando hai un capo, è un capo, ma quando si tratta di un padre o di un parente, il rapporto non può mai essere solo professionale.
E poi c’è un altro aspetto, che probabilmente dipende anche dal mio carattere. Io sento molto il peso della responsabilità. È come portare sulle spalle uno “zaino” fatto di storia, di tradizione, di aspettative. In certi momenti, inevitabilmente, ti chiedi se non sarebbe più facile fare una vita completamente diversa, più semplice, più tua.
Vivere in un castello, appartenere a una famiglia aristocratica e di tale prestigio significa – credo – anche avere dei privilegi. Come si pone Lei davanti a questo punto di vista? Ci sono momenti, situazioni nelle quali sente più il peso di appartenere a una famiglia come la sua?
Le rispondo con un’immagine forse un po’ insolita: ha presente il film su Spider-Man? C’è una frase molto famosa: “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Ecco, credo che questo riassuma abbastanza bene il punto.
Oggi, in realtà, la nobiltà non ha più grandi poteri: non contiamo più molto né politicamente né economicamente. Quello che resta è soprattutto una tradizione, un’eredità.
E proprio per questo, per quei pochi “privilegi” che ancora esistono, io sento che il dovere è quello di restituire qualcosa: cercare di essere un esempio, incarnare determinati valori.
Questo però comporta anche un peso. Perché le persone si aspettano qualcosa da te, danno un significato a quello che fai e a quello che dici. Lo si sente anche nelle scelte. Se, per esempio, dovessimo trovarci nella situazione di vendere una parte del patrimonio storico, per me sarebbe un peso enorme. Vorrebbe dire essere il primo, dopo più di trecento anni, a interrompere una continuità.
E poi c’è un altro aspetto: molti dei miei antenati hanno fatto cose che io non potrò mai fare — carriere politiche, grandi opere, decisioni di portata storica. Io non costruirò un castello, né avrò quel tipo di ruolo.
Il mio obiettivo, semmai, è un altro: riuscire a trasmettere quello che abbiamo ricevuto in condizioni almeno non peggiori — idealmente migliori — e fare in modo che, per la prossima generazione, sia un’opportunità e non un peso.

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Lei ha raccontato che imparare il ceco da adulto ha cambiato la sua vita e l’ha aiutata a non sentirsi più uno straniero in questo Paese. C’è stato un momento preciso in cui ha sentito questa nuova sensazione?
Il momento in cui ho capito davvero di non essere più uno straniero è stato quando sono riuscito a raccontare una barzelletta in ceco e a far ridere le persone che mi stavano attorno. Sembrerà una cosa semplice, ma in realtà non lo è affatto. Significa padroneggiare la lingua a un livello più profondo: non solo capirla, ma riuscire a giocare con le parole, con i doppi sensi. Ecco, in quel momento ho avuto la sensazione di essere davvero entrato nella lingua — e, in un certo senso, anche nel paese.
Ci saranno però ancora degli aspetti che non la mettono a suo agio…
Sì, ci sono ancora alcune piccole cose della vita quotidiana in cui mi sento un po’ straniero. Per esempio, l’abitudine di togliersi le scarpe quando si entra in casa: qui è praticamente una regola, quasi una religione. Io, invece, faccio ancora fatica ad abituarmi. È una cosa che non mi viene davvero poco naturale.

Oggi lei è uno dei responsabili della società Kinský dal Borgo. Di che cosa si occupa concretamente la vostra attività? Quali sono oggi le attività più importanti per la sostenibilità economica della società e quali invece hanno soprattutto un valore storico o simbolico?
La società, la Kinský dal Borgo akciová společnosť, è nata con l’obiettivo di gestire il patrimonio storico della famiglia Kinský (il ramo primogenito di Chlumec), che è principalmente un patrimonio fondiario e immobiliare.
Oggi gestiamo circa 8.300 ettari di bosco, concentrati soprattutto nella zona di Chlumec nad Cidlinou, ma anche intorno a Jičín e Holovousy. L’attività agricola, invece, non è il nostro focus: i terreni agricoli — circa cinquecento ettari — sono dati in affitto, così come i laghi e la cava di sabbia a Pamětník. Abbiamo scelto abbastanza presto di non occuparci direttamente di queste attività.
Il nostro core business è la gestione forestale. Proprio per questo mio padre ebbe l’idea di costruire una segheria circa vent’anni fa, con il principale obbiettivo di dare valore aggiunto a parte del legname estratto dalle nostre foreste. Oggi non solo questa segheria é diventata uno dei principali motori economici dell’azienda, la stiamo ammodernando considerevolmente.

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I pilastri economici sono essenzialmente tre: la vendita del legname grezzo, la lavorazione in segheria, gli affitti e in misura minore i castelli.
A questo si affianca anche l’attività venatoria, che considero parte integrante della gestione del bosco. La proponiamo sia a clientela locale sia internazionale.
Parallelamente gestiamo i beni storici, in particolare i castelli di Karlova Koruna e Kost. Ci sarebbero anche altri immobili, ma di dimensioni molto più ridotte.
Dal punto di vista economico non sono il cuore dell’attività, ma dal punto di vista simbolico lo sono sicuramente. Karlova Koruna, in particolare, rappresenta la sede storica della famiglia, il fulcro del ramo di Chlumec che é se vogliamo il ramo maggiore tra quelli ancora esistenti.
Devo dire che siamo stati anche fortunati. In fase di restituzione, a mio nonno fu offerta la restituzione del castello di Karlova Koruna con solo una piccola parte dei boschi, 250 ettari per la precisione. Lui rifiutò: disse “o tutto, o niente”. E fece bene.
Molte altre famiglie si sono ritrovate con il solo castello, senza una base economica per sostenerlo. In quei casi diventa molto difficile mantenerlo.
Nel nostro caso, invece, il patrimonio è stato restituito in modo più completo, e anche in condizioni relativamente buone. Questo ci ha permesso di costruire un equilibrio tra sostenibilità economica e conservazione storica.

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Karlova Koruna e Kost sono i simboli più visibili del vostro patrimonio. Che cosa significa nel XXI secolo, nella pratica quotidiana, “gestire” un castello?
Significa, prima di tutto, poter contare su persone molto capaci e dedicate. E qui mi sento di dire che la figura del castellano è spesso sottovalutata: in realtà è una sorta di “supereroe”. Per fare un lavoro del genere bisogna essere un po’ tutto: saper gestire il pubblico, avere competenze di marketing, essere un buon manager, ma anche capire di conservazione, di normativa sui beni storici, di lavori e restauri. È una figura estremamente trasversale.
In concreto, significa riuscire a mantenere degli immobili molto complessi, confrontandosi continuamente con le autorità di tutela — le soprintendenze, le belle arti — e al tempo stesso cercare utilizzi alternativi che consentano un ritorno economico. Spesso allineare tutti questi fattori ed esigenze è complicato.
E significa anche accettare un dato di fatto: i castelli non sono mai stati costruiti per generare profitto. Sono nati come simboli di potere e di prestigio. E, in fondo, è ancora così.

04-foto-13È raro che un castello produca davvero reddito. Forse succede in contesti particolari, come nel centro di Praga, o a Český Krumlov dove la posizione e il flusso turistico cambiano completamente le cose. Ma in generale, soprattutto fuori dalle grandi città, è un equilibrio molto delicato.

Il nostro lavoro è proprio questo: trovare un equilibrio tra il mantenere l’autenticità e la storia, e allo stesso tempo “far quadrare i conti”.
Negli anni passati abbiamo investito moltissimo nei restauri, soprattutto grazie ai fondi IROP stanziati all´85% dall’Unione Europea. A Kost, per esempio, siamo intervenuti in modo radicale: consolidamento strutturale, drenaggi, messa in sicurezza, restauro delle facciate. Era un castello che rischiava davvero di crollare.
Questo ci permette finalmente di concentrarci sulla gestione: visite, eventi, attività che devono coprire almeno i costi operativi — il personale, la manutenzione ordinaria — e, se possibile, creare un margine per il futuro.
Non è un sistema che genera grandi profitti, ma l’obiettivo è la sostenibilità: fare in modo che questi luoghi possano continuare a esistere e a essere mantenuti nel tempo.

Negli ultimi anni avete investito molto non solo nella conservazione, ma anche nell’apertura del patrimonio al pubblico. Quali sono i progetti, gli eventi o le iniziative di cui va più orgoglioso e che consiglierebbe di scoprire? Che cosa può trovare oggi un visitatore che decide di venire qui, e che cosa rende questi luoghi diversi da tanti altri castelli della Boemia?
Se penso a quello che oggi può trovare un visitatore, partirei da Karlova Koruna. La prima cosa che mi sento di citare è il museo, perché è stato completamente ripensato da noi, in particolare da mia madre in quanto curatrice. Rispetto a com’era in passato, quando ci é stato restituito, è stato trasformato in modo radicale, e continuiamo a lavorarci per migliorarlo ulteriormente.
Poi ci sono tutti gli spazi connessi: il maneggio coperto, le scuderie, il locale delle carrozze. Sono stati completamente restaurati e riaperti al pubblico grazie anche ai fondi Europei IROP. Oggi fanno parte integrante dell’esperienza di visita.
A Kost il lavoro è stato simile, anche se il punto di partenza era diverso.
Negli anni abbiamo lavorato molto per restituirgli un’identità coerente. Mio padre, per esempio, ha dedicato anni a ricostruire l’allestimento per ricreare un percorso che ne raccontasse davvero la storia.

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Oggi la visita è molto più immersiva: non è solo un museo, ma un viaggio nella storia che passa per le varie famiglie che hanno posseduto il castello di Kost.
Credo che ciò che ci distingue da molti altri castelli sia proprio questo: il fatto che si tratti di luoghi raccontati e gestiti dalla famiglia che li custodisce da secoli. Non sono spazi “neutri”, ma ambienti che cercano di restituire una continuità tra passato e presente.
Dal punto di vista del pubblico, oggi abbiamo ancora una forte prevalenza di visitatori cechi. La presenza di visitatori stranieri è limitata, anche se stiamo cercando di lavorare su questo, per esempio puntando sulla Polonia, che è un mercato molto interessante.
In parte è una questione di promozione, ma anche di accessibilità: al di fuori di Praga, per un turista straniero che non viaggia con mezzi propri non è sempre semplice muoversi e raggiungere questi luoghi.
Per questo il nostro obiettivo è duplice: da un lato continuare a migliorare l’esperienza di visita, dall’altro rendere questi castelli più visibili e accessibili anche a un pubblico internazionale.

C’è un luogo, un paesaggio o un dettaglio dei vostri castelli e delle vostre foreste che, secondo lei, racconta meglio di ogni altro lo spirito della vostra famiglia?
È una domanda difficile… Se devo scegliere, dico due luoghi. Il primo è la villa nell’Obora, il parco di caccia. E il secondo è la grande sala di Karlova Koruna. Credo che insieme rappresentino bene lo spirito della nostra famiglia. Se dovessi riassumerlo in poche parole, direi: la caccia, i cavalli e il senso del bello. Sono tre elementi che attraversano tutta la nostra storia.
La sala di Karlova Koruna, con la sua architettura e il suo cerimoniale, rappresenta proprio questo: il gusto estetico, la dimensione rappresentativa, la tradizione venatoria.

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L’Obora, invece, è il legame diretto con il territorio, con la natura, con la caccia.
Insieme, questi luoghi raccontano abbastanza bene chi siamo stati — e, in parte, chi siamo ancora oggi.
E per quanto riguarda i boschi, qual è la vostra filosofia nella gestione di un patrimonio forestale così grande?
Il nostro obiettivo è fare né più né meno di quello che hanno fatto le generazioni prima di noi: gestire il bosco in modo responsabile, ricavando le risorse di cui abbiamo bisogno, ma senza sfruttarlo oltremisura.
È fondamentale mantenere sempre una riserva, una capacità di risposta in caso di eventi imprevisti, come calamità naturali o crisi.
La differenza rispetto all’agricoltura è che il bosco non si basa su cicli annuali. È un lavoro di lungo periodo, che si sviluppa nell’arco di decenni, se non di generazioni.
Per questo, ogni decisione deve essere presa con una prospettiva molto ampia: non pensando all’immediato, ma a quello che accadrà tra molti anni, addirittura tra secoli.

Negli ultimi anni avete dovuto affrontare l’infestazione del bostrico e penso che nella vostra attività incidano anche i cambiamenti climatici. Qual è stata la decisione più difficile — o più rischiosa — che avete dovuto prendere come famiglia e come azienda? Quali lezioni ne avete tratto?

È stata una fase molto dura, durata alcuni anni. Il paradosso è stato questo: ci siamo trovati a lavorare tre volte tanto… per guadagnare un terzo.
Abbiamo dovuto tagliare molto più legname del normale per contenere l’infestazione, ma il prezzo del legno è crollato. In parte perché il materiale era danneggiato, ma soprattutto perché il mercato era saturo: ce n’era troppo, e quindi valeva molto meno.
La decisione più difficile è stata proprio questa: continuare a tagliare, anche quando economicamente sembrava quasi un dissanguamento. Ma era inevitabile, perché se non intervieni, l’infestazione si espande e il danno diventa ancora maggiore.
Se invece parliamo di rischio, oggi direi che la scelta più impegnativa è l’investimento nella nuova segheria. Stiamo investendo risorse molto importanti, con la consapevolezza che, se non si innova, si rischia di rimanere indietro e prima o poi chiudere.

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È una scommessa. Noi partiamo da un vantaggio — abbiamo il nostro legname — ma dobbiamo comunque sperare che il mercato tenga: che ci sia domanda, che i prezzi restino sostenibili.
Allo stesso tempo, la crisi del bostrico ci ha costretto a cambiare modello. Prima, circa il 60% del nostro patrimonio era costituito da conifere, soprattutto pino. Oggi quella risorsa è drasticamente diminuita.
Dobbiamo ripensare tutto: puntare di più sulle latifoglie, in particolare sulla quercia, e adattare anche la lavorazione.
C’è poi tutto il tema del rimboschimento. È fondamentale, ma è anche un investimento a lunghissimo termine: bisogna aspettare decenni prima di vedere i risultati.
È un lavoro che, in realtà, non riguarda solo noi. È qualcosa che si costruisce per le generazioni future.
Oggi si parla molto di sostenibilità, filiera corta e gestione responsabile del territorio. In che misura pensa che il vostro modo di lavorare possa essere un modello anche per altre realtà?
La nostra è, prima di tutto, un’azienda familiare profondamente legata al territorio. Non vendiamo prodotti astratti: lavoriamo su risorse concrete — il bosco, la terra — e questo ci obbliga a essere in equilibrio con l’ambiente e con le persone che vivono qui, proprio perché da entrambi dipendiamo.
In questo senso, il nostro successo dipende anche dal successo di chi ci sta intorno. Se il territorio non funziona, se le comunità locali non prosperano, anche noi abbiamo difficoltà a portare avanti la nostra attività.
Credo che questo sia forse l’aspetto più “modello”: una gestione che non guarda solo al risultato economico immediato, ma alla sostenibilità complessiva del sistema — ambientale, sociale ed economico.
Questo si vede anche nella gestione del lavoro. Non è facile trovare personale: lavorare nel bosco è un’attività faticosa e anche rischiosa, e le nuove generazioni spesso fanno scelte diverse.
Ma proprio per questo diventa ancora più importante costruire un rapporto solido con il territorio e con le persone. Senza questo, nessun modello di gestione — per quanto teoricamente sostenibile — può funzionare davvero.
Che rapporto c’è, nella sua esperienza, tra tradizione e innovazione? Quanto pesa il passato e quanto conta invece la capacità di reinventarsi?
Io credo che non si possa mantenere una tradizione senza innovare. Spesso si pensa il contrario, ma non è così.
Mantenere la tradizione non significa fare le cose esattamente come si facevano cento anni fa. Non tagliamo gli alberi a mano come allora: utilizziamo le tecnologie di oggi, proprio per preservare quella stessa tradizione — la gestione del bosco, la cura del territorio, la conservazione dei beni storici.
In questo senso, non c’è una contraddizione tra tradizione e innovazione. Al contrario: l’innovazione è lo strumento che permette alla tradizione di sopravvivere.
Questo è un punto che a volte è difficile far capire anche alle autorità di tutela. Se un edificio storico viene “congelato” e non può essere utilizzato — per esempio non può essere riscaldato con technologie moderne, non può ospitare eventi — allora non genera risorse. E senza risorse, alla lunga, non si riesce nemmeno a mantenerlo.
La crisi del bostrico ci ha insegnato anche un’altra cosa: che nelle situazioni difficili non si può aspettare che arrivi qualcuno a risolvere il problema al posto tuo.
Lo Stato può aiutare — e in effetti ha dato un sostegno economico importante — ma spesso interviene tardi. Nel nostro caso, alcune misure si sarebbero potute adottare prima per limitare i danni.
Per contenere l’infestazione è fondamentale rimuovere rapidamente il legname dal bosco. Ma per farlo servono autorizzazioni, spazi dove stoccarlo, tempi rapidi. Se questi meccanismi non funzionano, il rischio è che il problema si amplifichi.
In definitiva, l’innovazione non è solo una questione tecnologica. È anche capacità di adattarsi, di prendere decisioni in autonomia e di reagire in tempo. Senza questo, anche la tradizione più solida rischia di non reggere.

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In che modo la sua formazione “italiana” le è stata utile nella gestione delle attività in Repubblica Ceca?
Direi soprattutto nell’aspetto dell’ospitalità. È un’impostazione che, in realtà, è stata introdotta già da mio padre e da mio zio nei primi anni Novanta, quando hanno iniziato a sviluppare l’attività legata all’accoglienza, in particolare con l’albergo all’interno dell’Obora. Uno dei primi progetti, per esempio, era quello di creare una sorta di “vetrina” per i prodotti italiani in collaborazione con il signor Cortellazzi. Forse era un’idea un po’ prematura per il contesto dell’epoca, ma indicava già una direzione.
In generale, credo che l’approccio italiano si senta nel modo di accogliere le persone: nell’attenzione ai dettagli, al bello, al cibo, all’atmosfera. Questo vale sia per l’albergo sia per attività come la caccia organizzata, dove il rapporto umano è fondamentale.
L’italiano, in fondo, ha una certa naturalezza nello stare con le persone — e questo, nel nostro lavoro, fa la differenza.

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Mi sembra di capire che la divisione del patrimonio non sia una variante presa in considerazione dalla vostra famiglia. Come siete riusciti in questi anni a mantenere una visione comune all’interno della famiglia? Qual è, secondo lei, il segreto per trasmettere non solo dei beni, ma anche questa visione condivisa?
Non è facile. E soprattutto non credo che esista una “ricetta segreta” valida per tutti.
Ogni famiglia deve trovare il proprio equilibrio. Nel nostro caso, significa discutere molto — discutere, discutere, discutere — e poi cercare un accordo. E gli accordi, spesso, passano attraverso compromessi.
Ovviamente esistono differenze di carattere, di idee, di visione. Non è che siamo sempre d’accordo su tutto. Sarebbe irrealistico. Quello che fa la differenza, credo, è il riconoscere che esiste qualcosa che va oltre il singolo. Se si resta chiusi nel proprio punto di vista, diventa molto facile arrivare alla divisione. Ma se si accetta che c’è un bene più grande — qualcosa che trascende la persona — allora diventa possibile trovare un terreno comune.
Io e i miei familiari non abbiamo sempre lo stesso carattere né le stesse idee. Però credo che condividiamo questa consapevolezza: non stiamo lavorando solo per noi stessi.
In fondo, è anche una forma di rinuncia. Rinunciare a una parte del proprio ego per preservare qualcosa che viene dal passato e che deve arrivare al futuro.

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Quando pensa al futuro e alla generazione che verrà dopo la sua, qual è la preoccupazione che sente più forte qui in Repubblica Ceca — il cambiamento climatico, il rischio di una frammentazione familiare, gli equilibri geopolitici? E qual è, invece, la speranza che le dà più fiducia?
La frammentazione familiare è sempre un rischio. Se le nuove generazioni non avranno interesse a portare avanti questo lavoro, l’unica soluzione sarebbe affidarsi “ad interim” a una gestione esterna e sperare che, in futuro, qualcuno voglia riprendere il timone.
Ma, guardando al contesto più ampio, la mia preoccupazione principale riguarda l’evoluzione economica e sociale del paese.
Oggi la Repubblica Ceca è in una fase positiva, di crescita: è un paese stabile, sicuro, con un’economia che funziona. Il timore è che, nel tempo, si possano ripetere errori già visti altrove in Europa — penso a sistemi di finanza pubblica che diventano insostenibili, a un calo demografico, a un eccesso di burocrazia che finisce per frenare l’iniziativa del paese.
Il rischio è quello di trovarsi, tra qualche decennio, in una situazione simile a quella di altri paesi dove la crescita si è fermata e il sistema fatica a sostenersi.
Allo stesso tempo, però, credo che ci sia ancora molto potenziale. La Repubblica Ceca ha dimostrato, negli ultimi trent’anni, una grande capacità di trasformazione.
La speranza è che si riesca a imparare dagli errori altrui e a mantenere questo equilibrio tra sviluppo economico e qualità della vita. E, nel nostro piccolo, che anche noi si riesca a fare la nostra parte, lasciando qualcosa di solido e sostenibile a chi verrà dopo.

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Guardando al suo percorso, pensa che la sua esperienza possa essere anche un esempio di come si possa costruire un ponte tra culture diverse — italiana, ceca in ambito europeo?
Lo spero. In fondo, se ci pensa, le famiglie nobili sono state tra le prime realtà veramente europee. Hanno sempre trasceso confini linguistici, culturali e geografici con grande naturalezza. Nel caso della mia famiglia, per esempio, era normale vivere tra più luoghi: mio bisnonno passava del tempo qui, a Chlumec, ma anche a Praga, a Vienna, e poi si spostava per visitare parenti in altri paesi. In casa si parlavano più lingue — il francese, soprattutto, che era la lingua comune. Ancora oggi, in famiglia, mio padre e mio fratello parlano in francese.
In passato c’erano relazioni, amicizie, parentele in tutta Europa. Si viaggiava, si viveva tra contesti diversi: in un certo senso, l’Europa era uno spazio unico e naturale, dove coesistevano valori comuni insieme a particolarità regionali.
Se oggi la mia esperienza può essere letta come un ponte tra culture, è anche perché si inserisce in questa tradizione. Non è qualcosa di completamente nuovo, ma la continuazione, in forma diversa, di una storia che è sempre stata europea.

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di Giovanni Usai