Carlo Capalbo, patron della Maratona di Praga e di RunCzech, racconta trent’anni di maratone, visione e passione, che hanno trasformato la Repubblica Ceca in un running country
Dalla birra con Zatopek e Bordin alle Gold Labels
A volte i grandi progetti iniziano così, con una birra in mano e un’idea ancora vaga. A maggior ragione a Praga. Siamo nei primi anni ’90 e la Capitale della neonata Repubblica Ceca ha appena voltato pagina dopo la caduta del Comunismo. Carlo Capalbo, napoletano, giovane manager internazionale, decide di scommettere sulla Nuova Europa e trasferirsi qui con moglie e figli ancora piccoli. Incontra Emil Zatopek, ascolta i consigli di Gelindo Bordin e inizia a sognare una Maratona all’ombra del Castello e sul Ponte Carlo, fra Malá Strana e Staré Město.

“Mi prendevano per pazzo, ma pensa che privilegio: potersi alzare tutti questi anni al mattino e avere sempre qualcosa da immaginare e da creare”
Oggi RunCzech è un circuito di gare che coinvolge oltre centomila runner all’anno e ha portato Praga e la Repubblica Ceca ai vertici mondiali del running mondiale.
Negli ultimi anni, però, il richiamo di casa ha riportato Carlo Capalbo anche nella sua città natale, dove ha dato vita a Napoli Running, con lo stesso spirito e la stessa passione che hanno reso grande il progetto praghese.
Questa però non è solo una storia di sport. È anche una lezione di visione, coerenza e libertà: resistere ai compromessi e restare fedeli a un’idea.
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Racconti spesso di quella volta con Emil Zatopek, in birreria a Praga, con anche Gelindo Bordin. Oltre che testimonial, cosa furono questi due campioni per la genesi della Maratona di Praga?
Zatopek e Bordin hanno rappresentato tutto, ma davvero tutto, per la nascita della Maratona di Praga. Senza di loro probabilmente nulla sarebbe stato possibile. Io, pur avendo una grande passione per lo sport, che ho praticato a lungo – ho corso da ragazzo anche delle mezze maratone – non avevo alcuna esperienza nell’organizzazione di eventi sportivi. Emil e Gelindo furono fondamentali, ciascuno a modo suo. Da un lato, c’era l’aspetto istituzionale e simbolico: avere due figure così iconiche al nostro fianco dava credibilità e peso alla manifestazione. Dall’altro, c’era il lato tecnico: Gelindo Bordin, ad esempio, venne a Praga nei primi tre anni della Maratona, lavorando concretamente con noi. Tutto quello che ho imparato sull’organizzazione di una maratona, lo devo a lui.

Zatopek lo frequentavo abitualmente, andavo a casa sua ed ero diventato uno di famiglia. Mi fa piacere ricordare anche la moglie Dana – medaglia d’oro nel giavellotto alle olimpiadi di Helsinki nel 1952, scomparsa nel 2020, vent’anni dopo il marito – che mi ha sempre aiutato, supportato e consigliato. E ogni decisione importante la condividevo con lei.
Emil e Dana partecipavano ai nostri eventi, venivano alle gare, alle conferenze stampa, in ufficio. Una volta Zatopek mi accompagnò persino dal sindaco di Praga, che allora era Jan Koukal. E la sua sola presenza, con tutta la sua aurea di gloria, dava un’enorme forza al progetto.
Emil mi diede poi una serie di suggerimenti pratici, fra cui uno in particolare, che si rivelò fondamentale: mi disse che, se volevamo un percorso competitivo e pianeggiante, senza dover girare due volte per la città, dovevamo arrivare sino alla frazione di Zbraslav. E così facemmo.
E poi Bordin, il quale aveva appena terminato l’attività agonistica, quindi conosceva benissimo ogni dettaglio tecnico. Il suo contributo sul piano della costruzione del percorso, della logistica, della gestione degli atleti – fu altrettanto determinante.
Devo dire però, se parliamo delle origini della Maratona di Praga, che l’idea nacque ancora prima, nel corso di una serata in pizzeria a Milano, durante la quale io e la mia ex moglie, Maria Vittoria (Toia), incontrammo Francesco Alzati, il patron della Stramilano. Fu proprio in quell’occasione che pensammo di organizzare un grande evento podistico nella capitale della Repubblica Ceca. È da quella chiacchierata, che tutto ha poi preso forma. La prima edizione della Maratona nel 1995
venne organizzata proprio in collaborazione con la Stramilano.

Quali sono i momenti che ricordi con più orgoglio di questi trent’anni alla guida di Prague International Marathon e di RunCzech?
In trent’anni, i momenti di orgoglio sono stati tanti, ognuno rappresenta una delle molte “anime” della Maratona. È davvero difficile sceglierne uno solo.
Ricordo, ad esempio, una ragazza in sedia a rotelle: il suo era più un blocco psicologico che fisico. Dopo tre anni di lavoro e determinazione, riuscì a partecipare alla mezza maratona, abbandonando la carrozzina per sempre. Oppure la lettera di una bambina che mi scrisse: “Mamma e papà sono tornati insieme dopo il divorzio, perché hanno ricominciato a correre insieme.” Sono storie che vanno oltre lo sport, che mi hanno dato un’immensa soddisfazione anche sul piano umano.

Poi ci sono i risultati sportivi, come i record mondiali ottenuti tra il 2015 e il 2018 – in distanze come i 10 km e la mezza maratona, sia per uomini che per donne. Le nostre gare hanno conquistato la Gold Label, riconoscimento che ci colloca tra gli eventi meglio organizzati al mondo.
Abbiamo raggiunto l’eccellenza mondiale, rimanendo basati a Praga, non in metropoli come Londra o Berlino, che avrebbero potuto offrire più opportunità.
Ricordo poi quando, prima del 2019, abbiamo festeggiato il milionesimo partecipante a uno dei nostri eventi. Solo col tempo ho compreso davvero la portata di quel traguardo.
Infine, il riconoscimento dei grandi marchi è stato un altro segnale importante della qualità del nostro lavoro. Avere al nostro fianco partner come Adidas, Volkswagen, Generali, Mattoni, Hilton, Agip… è una conferma che ciò che facciamo funziona. Che alla fine, la qualità paga sempre.

Torniamo a quei primi anni ‘90. Cosa ti portò a Praga, all’indomani della caduta della Rivoluzione di Velluto?
Beh, innanzitutto, come succede a molti, fino a trent’anni ero di sinistra. Poi, con il tempo, si tende magari a spostarsi verso posizioni più moderate, ma in quegli anni c’era in me una grande curiosità, un grande desiderio di esplorare e comprendere i paesi del Centro-Orientale, appena usciti dal Comunismo. Volevo conoscerli anche dal punto di vista politico, viverli da vicino.
L’Italia in quei primi anni ‘90 attraversava un periodo particolare. Era il periodo delle stragi di mafia, di Tangentopoli, dell’ascesa in politica di Berlusconi. Il nostro Paese era diventato un laboratorio politico che anticipava fenomeni poi diventati globali, in quanto Berlusconi fu, in fondo, il primo populista europeo.
La mia comunque non era una fuga. Sentivo il bisogno di guardare altrove. Era più che altro un’attrazione verso ciò che stava accadendo da queste parti in Europa.
Io allora avevo poco più di trent’anni e venivo da sei anni di grande impegno manageriale per la WordPerfect, che al tempo era un leader mondiale di Applications software e di cui ero diventato regional manager per l’Europa. Dopo sei anni in giro tra Europa e Stati Uniti, decisi di dire basta. Avevo dato tutto e sentivo il bisogno di cambiare.
Fu allora che si presentò la combinazione giusta: una società con cui avevo collaborato in passato, McKinsey, mi propose di trasferirmi a Praga per un progetto. Si trattava di lavorare alla ristrutturazione e privatizzazione di alcune grandi aziende nell’ambito del Programma Phare. Uno dei primi incarichi fu la Tesla, all’epoca un conglomerato verticalmente integrato. Il nostro compito era suddividerla, renderla competitiva e attrattiva per gli investitori stranieri. Era un momento storico irripetibile.
Al termine di quel primo incarico – durato circa tre mesi – tornai a Milano con l’idea fissa di rientrare a Praga. Così, nel 1993, fondai la E.B.S. – European Business Solutions, una società di consulenza che non si rivolgeva solo agli italiani, ma operava fin da subito in un contesto più ampio, internazionale. E da lì, poi, è cominciato tutto il resto.
Qual è il tuo ricordo della Praga dei primi anni ‘90? Cosa ti manca della città di quegli anni? E cosa non ti manca?
La Praga dei primi anni ‘90… era il sogno americano in Europa. Qualsiasi cosa provavi a fare, c’era entusiasmo, apertura, voglia di mettersi in gioco. La città era viva, piena di energia e speranza. Non c’era traffico, si parcheggiava facilmente, e soprattutto si partiva da una base sociale molto particolare: una profonda uguaglianza, eredità del sistema precedente. La classe media era ampia e relativamente omogenea, e questo creava un terreno fertile per una società dinamica ma anche coesa. C’era tantissimo entusiasmo, intraprendenza… ma con una forte presenza di garanzie sociali, che in parte – va detto – resistono ancora oggi.
L’aspetto negativo della Praga di quel periodo era il fumo del carbone e l’odore acre che impregnava l’aria, ma ripensando devo dire che di quei tempi mi manca un po’ anche quello. Era un’atmosfera unica, difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta.

Certo, oggi la città è molto più pulita, moderna, sviluppata. Ma lo sviluppo, a mio parere, non è stato del tutto omogeneo. Si stanno creando due mondi: da una parte Praga e tutto quello che le ruota attorno, dall’altra il resto del Paese. E il divario è netto.
Non è un fenomeno solo ceco: accade anche in Slovacchia, in Ungheria… forse meno in Polonia, che è più grande e strutturata. Quando una capitale concentra troppa ricchezza, troppo potere, troppo sviluppo rispetto al resto del Paese, si creano squilibri, anche politici. Lo vediamo nei risultati elettorali. La mia impressione è che in Repubblica Ceca siano piovuti tanti soldi in poco tempo. In buona parte è stato positivo, perché la gente qui è preparata, è sveglia. Ma allo stesso tempo, è come se fosse stato tutto “troppo facile”. In più, viviamo con una qualità della vita altissima, che però rischia di non essere sostenibile nel lungo periodo. Penso ad esempio al sistema sanitario o a quello pensionistico.
Dal punto di vista economico, la Repubblica Ceca rischia di finire in una situazione di “Middle income trap”, senza l’efficienza, la produttività, l’eccellenza industriale della Germania o della Svizzera. Ma allo stesso tempo, senza la competitività nei costi di paesi come Romania e Bulgaria, e senza neppure un mercato da 40 milioni di persone come la Polonia. La Repubblica Ceca rischia, insomma, di rimanere nel mezzo, col pericolo che tra qualche anno ci svegliamo e ci accorgiamo di essere diventati irrilevanti.
Ci sono dei momenti nei quali pensi a quale sarebbe stata la tua strada se non avessi puntato sulla corsa, ma sulla carriera dirigenziale in altri settori?
In realtà sono stato educato per fare tutt’altro: il manager d’impresa, nel senso più classico. Mi sono laureato in Giurisprudenza a Napoli, ho studiato Economia e Commercio a Torino, con un master a Milano, due corsi MBA all’Università della California – Berkeley: tutti passaggi che mi hanno dato una forte apertura internazionale. Viaggiavo molto, lavoravo con grandi aziende. Quella era la mia traiettoria naturale.
Certo, a volte mi chiedo dove sarei potuto arrivare attraverso quel percorso, ma poi penso a tutto quello che ho costruito con la corsa – e alla libertà, alla passione, all’impatto umano che ha avuto questa scelta. E mi dico che è andata bene così.

Probabilmente però, soprattutto all’inizio, quando hai deciso di fondare la Maratona di Praga, qualcuno ti avrà dato del pazzo. Vorrei chiederti se qualche volta anche tu hai sentito la medesima sensazione?
Sì, all’inizio mi prendevano un po’ per pazzo, quando andavo in giro per gli uffici comunali di Praga con queste idee sulla corsa. Ma pensa che privilegio: potersi alzare al mattino, prendere un caffè e poi mettersi a inventare qualcosa che, nel giro di qualche mese, diventa realtà… popolata da migliaia, anzi decine di migliaia di persone.
Lo spirito che ci ha guidati fin dall’inizio è quello dei bambini, del gioco. Una volta per un record del mondo, magari mettendo insieme i migliori corridori etiopi. Un’altra volta con gli “EuroHeroes”, per valorizzare gli atleti europei. Le aziende che si sfidano nella staffetta: arrivano sul palco a festeggiare come in Formula 1, con l’acqua al posto dello champagne. Tutto questo è nato così, come un gioco, chiacchierando con colleghi e amici. E in fondo continua ad esserlo.
Certo, oggi è anche una grande azienda, con oltre 200 milioni di corone di fatturato. Quindi serve organizzazione, managerialità. Ma se perdi la parte ludica, se perdi la passione, diventa un’agenzia pubblicitaria qualsiasi. E questo non lo voglio. Per questo bisogna sempre trovare un equilibrio tra testa e cuore.
E l’idea di mollare, di tirare i remi in barca, l’hai mai avuta?
Sì. Un momento c’è stato. Non durante il Covid – quello fu una sfida, e anzi ci inventammo di tutto, anche una gara nella pista dell’aeroporto di Praga. E stabilimmo persino un record del mondo. Il momento peggiore è arrivato dopo, nel 2022. Non tanto per i risultati, ma per la fatica accumulata. Due anni di chiusure, aperture, nuove chiusure… un’altalena logorante. In quel periodo ho sentito che stavamo perdendo il contatto con la community. E il nostro lavoro si regge tutto su questo: sullo stare insieme, sulla condivisione, sulla gioia delle persone di partecipare.

Poi, certo, ci sono stati anche altri momenti difficili, quelli in cui devi prendere decisioni difficili e ti senti solo. Hai intorno persone fidate, collaboratori, amici… ma il momento della scelta, quello in cui dici sì o no a qualcosa, resta tuo. Per esempio, quando si è trattato di accettare o meno certi comportamenti, pratiche che magari sono socialmente accettate – ma che io, per coerenza, non potevo ammettere. In quei momenti ti trovi da solo a reggere la pressione, a dire no anche quando sarebbe più comodo dire sì.
Di tanto in tanto circola anche la voce di offerte molto importanti per convincerti a cedere la società
Effettivamente, ci sono state situazioni in cui ho ricevuto proposte importanti. Ma non ho mai davvero preso in considerazione l’idea di vendere. Per me non è mai stata solo una questione economica. Poi, un’offerta, per essere davvero valida, avrebbe dovuto portare con sé anche passione, visione, continuità. E quella dimensione, semplicemente, non c’è mai stata.
Ho scelto di proteggere il nome RunCzech, di non cederlo a qualcuno che l’avrebbe sfruttato unicamente per trarne profitto e che magari l’avrebbe anche cancellato. So che può sembrare strano, forse perfino difficile da credere, ma è la verità.
Forse oggi avrei le tasche piene, ma non credo che avrei vissuto gli stessi momenti di entusiasmo, di gioia autentica di questi anni. Sicuramente mi sarei divertito molto di meno. E, forse, avrei anche fatto meno cose belle.
Colpisce talvolta il fatto che, sentendoti parlare, la corsa non è mai solo un evento sportivo. Sembra piuttosto il pretesto per parlare di stile di vita, di comunità, di società…
È proprio così. Quando parlo di corsa, non la intendo mai solo come attività sportiva. Per me è molto di più: è uno stile di vita, un’esperienza collettiva, un motore sociale… ed è anche un fenomeno economico.
Oggi, sempre più spesso, le persone vivono esperienze passive. Passano i weekend in macchina, trascorrono ore davanti a uno schermo, alle serie Tv. Noi, invece, offriamo un’alternativa: un’opportunità per vivere davvero, per condividere, per incontrarsi. È un’occasione per stare insieme, fare nuove amicizie, godersi un momento che va oltre la corsa in sé. Perché poi, finita la gara, magari ci si ritrova a bere una birra con la medaglia al collo… e ci si sente bene, nel corpo e nello spirito.
L’effetto più interessante è proprio quello sociale. Correre cambia le persone: le fa stare meglio, mangiare meglio, smettere di fumare. Modifica lo stile di vita in positivo. E questo ha un impatto visibile: i runner, non solo si riconoscono fisicamente, ma anche per come si comportano, perché si comportano meglio. C’è un minimo comune denominatore, un linguaggio non verbale che li unisce. E questo crea relazioni, connessioni. Soprattutto in un Paese che, fino a poco tempo prima, usciva da un sistema chiuso, segnato dalla diffidenza reciproca. Il running ha contribuito a costruire fiducia, comunità.
Una curiosità: qui a Praga e in Repubblica Ceca, i runner che si incrociano durante gli allenamenti si salutano quasi sempre. È una forma di riconoscimento reciproco, una piccola apertura. Mi dicono che in altri paesi non sempre succede.
E nonostante lo stereotipo che li vuole un po’ freddi, i cechi quando corrono si trasformano: si rilassano, si aprono, diventano più socievoli, più inclini al contatto con gli altri; e sono anche molto competitivi.
In un certo senso, la corsa qui ha un effetto simile a quello della birra: scioglie le barriere, crea connessioni. Possiamo quindi dire che, grazie alla diffusione della cultura del running, la Repubblica Ceca non è più soltanto un “beer country”, ma è diventata anche un vero e proprio “running country”.
E poi ovviamente c’è anche l’impatto economico e turistico che il circuito RunCzech ha avuto in questi anni…
Parliamo di numeri concreti, misurabili: l’impatto economico diretto delle nostre manifestazioni si aggira intorno al miliardo e mezzo di corone ogni anno. Una cifra certificata, con dati ufficiali e timbri del Ministero. Non sono stime, ma fatti. Un risultato tangibile, che lascia un segno reale sul territorio.
Se vogliamo davvero capire la portata di questo fenomeno, è importante partire dai numeri. L’indotto diretto – vale a dire tutto ciò che generano le persone che partecipano: viaggi, alloggi, ristorazione, mobilità – rappresenta una spinta significativa per l’economia locale. Ma non finisce qui.
C’è anche un impatto mediatico enorme: le nostre gare vengono trasmesse in tutto il mondo, commentate in diverse lingue, con immagini che raccontano non solo la corsa, ma anche le città che la ospitano. Mostriamo piazze, monumenti, scorci storici, ma anche lo spirito attivo e vitale che attraversa la Repubblica Ceca. È una potente forma di promozione culturale e turistica.

Trent’anni di eventi, centinaia di ore di dirette televisive internazionali, hanno contribuito a dare una immagine cool e dinamica di questo Paese, oggi comunemente considerato fra i più moderni, accoglienti e attivi d’Europa.
C’è quindi un ritorno turistico evidente. Quando qualcuno guarda una maratona in TV, non vede solo gli atleti: vede la città, la sua architettura, la sua storia, la sua energia. È per questo che dico spesso che Praga è stata “virtualmente” visitata da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. È una vetrina globale, una forma di promozione turistica potente e continua.
Ogni anno coinvolgiamo oltre 110.000 persone, tra partecipanti cechi e internazionali, offrendo loro un’esperienza curata nei minimi dettagli, con standard qualitativi elevatissimi. E questo si percepisce. La qualità si vede, si sente, si vive. E fa davvero la differenza.
Hai una profonda conoscenza del mondo degli sponsor, dei brand e dei grandi interessi economici. Spesso si sente dire che, così facendo, lo sport rischi di perdere la sua anima più autentica. Vale per il calcio, ma forse anche per la corsa. Qual è la tua opinione?
Comprendo bene questa preoccupazione: il timore che lo sport possa smarrire la propria essenza più autentica sotto la pressione degli interessi economici è reale, soprattutto nel calcio, dove i numeri hanno ormai superato ogni misura. Ma nella corsa la dinamica è molto diversa.
Nel nostro ambito, gli sponsor non compromettono l’autenticità, al contrario: la rendono possibile. Sono loro a permettere che gli eventi raggiungano livelli d’eccellenza, a creare le condizioni ideali per le prestazioni, per la qualità dell’esperienza. E, soprattutto, rendono la corsa accessibile a un pubblico ampio, sostenendo una parte significativa dei costi organizzativi.
Nel caso del sistema RunCzech, ad esempio, gli sponsor coprono circa il 30-40% del budget complessivo, il che è frutto di una scelta precisa. Fin dall’inizio abbiamo concepito la Maratona e l’intero circuito di gare, non solo come degli eventi sportivi, ma come una piattaforma di comunicazione, di cross-marketing, di creazione di valore per i brand. È questo approccio che ci ha permesso di attrarre partner di tale rilievo.
In sintesi, non considero gli sponsor un problema. Il problema nasce quando si snatura lo sport per adattarlo alle esigenze degli sponsor. Se invece si costruisce un rapporto virtuoso, come abbiamo fatto noi, allora è proprio grazie a loro che lo sport può restare vivo, accessibile e sostenibile.
La vera sfida per noi è stata creare un’alternativa alla comunicazione pubblicitaria americana più tradizionale – quella che ci accompagna fin da bambini, dove, ad esempio, Babbo Natale è diventato un’icona creata dalla Coca-Cola. Io volevo offrire alle aziende uno spazio diverso, più autentico, in cui potessero comunicare attraverso un progetto vero, appassionato, che avesse senso anche dal punto di vista umano.
E come si è sviluppato l’impegno anche dal punto di vista organizzativo?
All’inizio era tutto estremamente pionieristico. Ricordo ancora che la mia vicina di casa faceva da magazziniera, un’altra portava gli atleti in macchina… era qualcosa di molto spontaneo, quasi improvvisato. Ma con tanta dedizione e con un piccolo gruppo affiatato – una decina di persone che sono rimaste insieme per anni – siamo riusciti a costruire qualcosa di solido.
Abbiamo viaggiato molto, studiato i migliori modelli all’estero, li abbiamo osservati da vicino e poi adattati alla nostra realtà. Passo dopo passo, siamo cresciuti. Oggi abbiamo uno staff fisso di 30-35 persone, che diventano circa 60 per gran parte dell’anno. E poi ci sono i volontari: 7.300 in un anno, contando tutte le gare, anche quelle nelle regioni. Sono numeri impressionanti, ma dietro c’è ancora quell’energia originaria.

Oggi siamo riconosciuti a livello internazionale come un modello di riferimento nel mondo del running. Le nostre manifestazioni sono considerate tra le migliori in Europa: siamo stati invitati ovunque – da Kuala Lumpur a Città del Capo, dalla Cina (dove siamo stati anche dieci volte in un solo anno) al Giappone, collaborando con la federazione locale. Abbiamo lavorato con tantissimi Paesi, portando il nostro know-how e il nostro approccio organizzativo.
E questo perché la qualità è sempre stata al centro di tutto. Lo dimostra il fatto che abbiamo ottenuto ben sette Gold Label IAAF – le certificazioni più prestigiose a livello mondiale per eventi podistici – più di quante ne abbiano ottenute insieme Paesi come Inghilterra e Spagna.
Qual è il tratto del tuo carattere che ti ha aiutato di più in questi trent’anni? E quale, invece, qualche volta ti ha un po’ fregato?
Il tratto del mio carattere che mi ha aiutato di più in questi anni? Direi la voglia di creare qualcosa, di divertirmi avendo anche un impatto positivo sulla società, di fare qualcosa per gli altri. Il piacere di costruire, di inventare, di mettere in moto qualcosa di bello attraverso lo sport.
E quello che forse mi ha fregato un po’? Probabilmente l’essere stato, a tratti, troppo emozionale. È un lato del carattere che può complicarti le cose, soprattutto quando le emozioni prendono il sopravvento sulle scelte razionali. Ma d’altra parte… se non sei emozionale, come fai a fare una cosa del genere? Servono cuore, istinto. Il nostro è un progetto che nasce anche da lì.
Poi, certo, c’è anche una forte dose di perfezionismo. Non solo da parte mia, ma anche del mio team più stretto. A volte può essere pesante, ma è anche ciò che ha portato questa organizzazione al livello che merita. E sì, credo proprio che questo lavoro meriti un approccio di questo tipo.
Hai avuto rivali? Invidie? Qualcuno che ha provato a ostacolarti?
Gli ostacoli ci sono stati, come è normale quando un’iniziativa cresce, diventa visibile, muove persone e risorse. Quando qualcosa funziona, un po’ di invidia è fisiologica. Fa parte del gioco.
Non ti direi che ci sono stati “casi particolari”, nel senso di episodi eclatanti. Ma ogni ostacolo ha avuto la sua particolarità. Per fortuna, il sistema – nel suo complesso – ha sempre percepito quello che facevamo come utile. Utile per i giovani, per la salute pubblica, per la città. In fondo, in questi anni, un milione e settecentomila persone hanno corso con noi. Pensa a quante visite ospedaliere si sono evitate grazie a questo? Il sistema sanitario ne ha beneficiato, eccome.
Certo, quando un’iniziativa come la nostra genera anche un impatto economico così forte, è inevitabile che si vadano a toccare equilibri. Perché organizzare una maratona non è come una partita di basket, che si fa al chiuso, tra quattro mura. Questa è, in piccolo, una mini-olimpiade: coinvolge strade, semafori, polizia, sicurezza, medici, luci, suoni… ha un impatto enorme sulla città.
E ogni volta ci sono negoziazioni da fare con tutte le istituzioni coinvolte: la polizia, il dipartimento traffico, gli altri uffici cittadini… e non è sempre semplice.
Poi, nei momenti in cui sei più debole – come è successo dopo il Covid, nel 2022 e 2023 – emergono anche le resistenze più forti. In quei due anni, ad esempio, sono emerse persone che hanno cercato deliberatamente di ostacolarci. Nulla di eclatante, ma c’era la sensazione che qualcuno stesse remando contro. Per quattro anni abbiamo lavorato senza un contratto ufficiale con la città – senza un memorandum d’intesa. Questo significa dover rifare ogni anno tutta la trafila dei permessi, delle autorizzazioni, da zero. È stato un periodo molto faticoso, anche dal punto di vista istituzionale, ma ora per fortuna, siamo quasi tornati a regime. Quel periodo ha messo alla prova la tenuta dell’organizzazione e la mia pazienza. Però siamo ancora qui, più forti di prima.

Il tuo legame con l’Italia non si è mai spezzato e negli ultimi anni il circuito RunCzech si è ampliato, comprendendo anche la tua città di origine. Risale ormai al 2016 la nascita della Napoli City Half Marathon. In che misura pensi di essere riuscito, sinora, a esportare il “modello Praga” nella tua città di origine?
Portare il “modello Praga” a Napoli è stato un percorso lungo, faticoso, ma allo stesso tempo estremamente stimolante. Da un lato, c’era la sfida di dover costruire tutto da zero. Dall’altro, proprio per questo, c’era la possibilità concreta di creare qualcosa di nuovo, di portare un cambiamento reale.
In dieci anni – compreso il periodo difficile della pandemia – siamo riusciti a dare vita a un evento che oggi rappresenta un punto di riferimento per l’atletica italiana. La Napoli City Half Marathon è l’unica gara nella storia dell’atletica italiana a detenere contemporaneamente il record nazionale sia maschile che femminile sulla mezza distanza. Un risultato straordinario, che testimonia la serietà, la visione e la qualità del lavoro svolto.
Siamo partiti da zero, e oggi abbiamo raggiunto circa 8.000 partecipanti. Per il prossimo anno puntiamo a quota 10.000. Ma ciò che mi rende davvero orgoglioso è che tutto questo è avvenuto seguendo lo stesso approccio che ha reso grande il circuito RunCzech: attenzione ai dettagli, cura per l’esperienza del runner, standard elevati di qualità e sicurezza.
Naturalmente, non è stato semplice. La realtà napoletana ha dinamiche molto diverse rispetto a quella ceca. Ma con pazienza, coerenza e fiducia, siamo riusciti a portare anche lì lo stesso metodo, lo stesso spirito.
Capovolgendo la domanda: in che modo l’essere napoletano ti è stato di aiuto, in questi anni di lavoro a Praga?
Essere italiano – e soprattutto napoletano – mi ha aiutato molto nel lavoro che ho fatto a Praga in questi anni. Perché a Napoli, dove il sistema spesso non funziona come dovrebbe, devi imparare a cavartela, a inventare soluzioni, ad adattarti. E questo ti allena: ti rende più flessibile, più veloce, più creativo.
Detto questo, il mio giudizio sulla mia città negli ultimi anni è cambiato molto. Quando ho cominciato a lavorarci per organizzare la prima Mezza maratona di Napoli, nel 2016, c’erano ancora tanti problemi: meno risorse, meno competenze, più caos, diciamolo pure. Ma oggi la città sta cambiando. È spaventosamente bella, ha un clima straordinario, e negli ultimi anni ha vissuto un boom turistico che ha innescato anche una crescita interna.
C’è finalmente un’amministrazione che governa con serietà, ci sono investimenti, e si respira un’aria nuova. Anche il successo della nostra Mezza maratona, che in pochi anni è diventata una delle più importanti d’Italia, è un segnale di sistema, un indicatore di questo cambiamento positivo.

D’altronde, i due Scudetti in tre anni vinti dal Napoli non sono solo una vittoria sportiva, ma il segnale che qualcosa nella città sta cominciando veramente a funzionare. E mi fa piacere pensare che, nel nostro piccolo e col nostro lavoro, anche Napoli Running stia contribuendo a questo sviluppo.
A Praga vivono ormai migliaia di italiani. In tanti dicono di trovarsi qui molto bene, ma sono in pochi quelli che appaiono veramente integrati come te, pur essendo sempre rimasto inconfondibilmente italiano. Qual è il segreto di questo ambientamento in Repubblica Ceca?
È vero, a Praga vivono ormai migliaia di italiani. E’ una città nella quale ci si trova bene, accogliente, sicura, ben organizzata. L’integrazione vera però è capire le persone, imparare a parlarci, anche senza perdere la propria identità. Io credo di esserci riuscito ad entrare in sintonia coi cechi, pur rimanendo completamente me stesso, italiano e napoletano.
Forse anche perché passo davvero molto tempo con i cechi. Li frequento, ci lavoro insieme, ci parlo. Non ho mai avuto il riflesso di chi arriva e si lamenta: “qui è tutto diverso”, “non capiscono”, “non sono calorosi”. È un altro stile, sì. Più chiuso all’inizio, ma pieno di rispetto e di dignità. Quando i cechi si aprono, lo fanno in modo sincero.
Il segreto, se così lo vogliamo chiamare, è semplice: comportarsi bene e avere rispetto per gli altri. Ricordarsi che bisogna anche adattarsi, osservare, ascoltare e imparare. E alla fine vieni accettato. Io, sinceramente, mi sento accolto bene ovunque vada, spesso mi dicono che sono “skoro Čech”, quasi un ceco.

Se potessi parlare con il Carlo Capalbo dei primi anni ‘90, che suggerimenti gli daresti?
Gli direi di fare qualche passo più corto, almeno all’inizio. Allora i sogni erano enormi, ma i mezzi quasi inesistenti. Noi ci eravamo messi in testa di affrontare due o tre anni di sacrifici per raggiungere l’obiettivo. È andata bene, sì, ma quei primi anni sono stati davvero durissimi, segnati da profonde difficoltà.
E quando dico “noi”, intendo anche la mia famiglia. Perché certe scelte non si fanno mai da soli: si affrontano insieme a chi ti sta vicino.
Se oggi dovessi dare un consiglio a chi si prepara a intraprendere un progetto così ambizioso, gli direi allora questo: “Muoviti con cautela. Valuta bene i rischi. E assicurati di avere le spalle abbastanza forti per reggerli.”
Hai ricevuto premi e onorificenze importanti non solo dall’Italia, ma anche da parte della Repubblica Ceca: cosa rappresentano per te questi riconoscimenti?
Sì, nel tempo ho avuto l’onore di ricevere riconoscimenti importanti, fra cui il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella, che premia chi si è distinto nella promozione dei rapporti di amicizia e collaborazione tra l’Italia e altri Paesi.
In Repubblica Ceca sono stato nominato Cittadino onorario di Praga, ma anche di Olomouc e di Karlovy Vary.
Tra i premi a cui sono più legato c’è poi il Gratias Agit, conferito dal Ministero degli Esteri ceco a chi ha contribuito a promuovere l’immagine del Paese nel mondo. L’ho ricevuto nel 2016, lo stesso anno in cui venne assegnato anche a Věra Čáslavská, una vera leggenda dello sport ceco. Essere accostato a una figura di quel calibro è stato per me un grande onore.
Ci sono anche altri riconoscimenti che porto nel cuore: la laurea honoris causa della Charles University, uno dei più antichi e prestigiosi atenei d’Europa, e perfino un francobollo commemorativo emesso dalla Česká pošta.
Sono cose che non cerchi, non insegui, ma che arrivano se costruisci nel tempo, con serietà, con pazienza, con rispetto.
Non mi considero una “bandiera”, ma se ciò che ho fatto ha contribuito, anche solo in parte, ad avvicinare Italia e Repubblica Ceca, dando lustro a entrambi i Paesi, allora non posso che esserne felice.
Dall’esterno, il circuito RunCzech appare come una macchina perfetta, ma con un ingranaggio insostituibile: Carlo Capalbo. Hai mai pensato al futuro dell’organizzazione? Hai previsto un passaggio di testimone?
Con onestà, sento che la mia missione a Praga si sta avviando verso il suo naturale compimento. È come se un ciclo si stesse chiudendo. L’energia che ho investito in questo progetto – e che ha funzionato, ha prodotto risultati, ha lasciato un segno – ora può e deve essere dedicata altrove.
Vorrei concentrarmi di più sulla mia famiglia e su Napoli, la mia terra, che oggi sento più viva, più pronta che mai a raccogliere quella stessa energia.
E non si tratta solo di riflessioni astratte: questa visione si sta già traducendo in scelte concrete. Sto iniziando a immaginare un passaggio graduale, una transizione che porterà, probabilmente entro un paio d’anni, alla mia uscita dalla gestione diretta del RunCzech. Sarà un’evoluzione naturale.
È vero, da fuori RunCzech può sembrare una macchina perfetta – e in molti aspetti lo è. Questo grazie a un team straordinario: persone competenti, appassionate, attente a ogni dettaglio. Ma è anche vero che, in certi momenti, io ho rappresentato l’ingranaggio centrale, quello che tiene insieme tutti i pezzi. Non lo dico per vanità, ma come constatazione: in questi anni ho costruito relazioni profonde e personali con politici di primo piano, ministri, sindaci, Ceo di grandi aziende. Non semplicemente rapporti istituzionali, ma legami umani, basati sulla fiducia.
Ti faccio un esempio: solo questa settimana ho pranzato con cinque amministratori delegati di alcune delle più grandi aziende che operano in Repubblica Ceca. Sono persone che incontro non solo per parlare di contratti: ci scambiamo idee, esperienze, anche di emozioni. È così che si costruisce un clima di fiducia autentico. Ed è proprio questo il nodo più delicato: non è facile trovare qualcuno che possa ricoprire lo stesso ruolo, perché certe relazioni non si creano dall’oggi al domani.
Ma io sto lavorando per accompagnare questa transizione con cura, costruendo una leadership più condivisa, più strutturata, capace di fare tesoro di quanto realizzato finora, senza dipendere da una sola persona.

C’è ancora un progetto che tieni nel cassetto e che non hai ancora avuto modo di realizzare?
Sì, uno ce l’ho, anche se non è propriamente “professionale”: passare più tempo con i miei figli. È una cosa che ho sempre desiderato, ma che ho spesso rimandato per via del lavoro, dei viaggi, degli impegni continui. Forse è questo il prezzo che si paga quando si sceglie una vita del genere. Adesso però sento che è arrivato il momento di rallentare un po’, di fare spazio a momenti più semplici ma fondamentali. Ho anche due nipotine, che si chiamano Emma e Isabella. Stare con loro è una gioia e mi piace fare il nonno.
E sul piano professionale, hai qualche rimpianto?
Sinceramente no, anche se capisco che è stata dura e sento di aver pagato un prezzo enorme per compiere questa strada.
Certo, ci sono sempre piccoli dettagli che si sarebbero potuti gestire meglio, ma la scelta fondamentale – quella di rinunciare a una carriera da dirigente d’azienda per intraprendere questo percorso – la rifarei senza esitazione.
Avrei potuto guadagnare di più, è vero. Ma a quale prezzo? Fare il top manager, avere uno stipendio altissimo, ma senza la libertà di creare – una libertà che invece ho avuto in questi anni – non sarebbe stata comunque la mia strada.
Quella che ho fatto è stata, prima di tutto, una scelta di libertà. E alla fine, per me, questo ha sempre avuto un valore più alto di qualsiasi altra cosa.
di Giovanni Usai
Per la ricerca e selezione fotografica si ringrazia Luca Bechi






