Intervista a Marialuisa Pappalardo, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Praga
A poco più di un anno dal suo arrivo a Praga, la direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura, Marialuisa Pappalardo, traccia un primo bilancio della sua esperienza e presenta la nuova edizione del MittelCinemaFest, il festival dedicato al cinema italiano contemporaneo. Tra ricordi di infanzia e scelte di programmazione emerge la sua idea di Istituto e l’impegno con cui l’Italia si apre al pubblico ceco. Un IIC che, nelle sue intenzioni, vuole diventare sempre più un luogo aperto alla città e capace di costruire dialogo fra Italia e Repubblica Ceca.
L’abbiamo incontrata alla vigilia del festival, iniziando col parlare dei film che l’hanno accompagnata fin da bambina.
Direttrice, qual è il primo film che ricorda di aver amato davvero, quello che forse le ha fatto nascere la passione per il cinema?
Il primo film che ricordo con affetto è E.T.. Non è un film italiano, lo so, ma è il primo che vidi al cinema, quand’ero bambina, a Roma, accompagnata da mio nonno. Avevo cinque anni.
Ne ho un ricordo bellissimo, sia per il film in sé – con quel mondo straordinario, quegli effetti speciali che all’epoca stupivano, la storia con protagonisti i bambini – sia per l’esperienza condivisa. La magia del cinema l’ho scoperta proprio grazie a E.T. e grazie al fatto di averlo visto insieme a mio nonno, una persona già anziana, ma che come me si commosse davanti al film. E infatti ci ritrovammo alla fine entrambi con i lacrimoni.
Per me il cinema è diventato da subito questo: la magia della storia, la capacità di far immaginare e far sognare, ma anche la magia dello stare insieme, del condividere un’emozione con un’altra persona.
E il film che non si stanca mai di vedere?
Senza dubbio “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore. L’ho visto tante volte, in momenti diversi della mia vita, ed è sempre una scoperta. Mi colpiscono molte cose: la storia, innanzitutto, questo grande racconto d’amore per il cinema. E poi la musica: presto sempre moltissima attenzione all’aspetto musicale, e la colonna sonora di Ennio Morricone è, secondo me, una delle più belle in assoluto della storia del cinema.
Mi emoziona anche l’ambientazione, la Sicilia. Ho rivisto luoghi, atmosfere, modi di stare insieme che sento molto vicini, perché fanno parte anche della storia della mia famiglia, di origine siciliana.
Mi sono molto rivista nella trama di quel film. Anche il tema del distacco del protagonista dalla propria terra mi tocca profondamente: riguarda un po’ tutti noi, quel sacrificio di lasciare il proprio passato e le proprie radici per inseguire un sogno.
L’ultima volta che l’ho visto è stato un anno fa, insieme ai miei figli. Credo fosse la quarta o quinta volta.
Dentro il MittelCinemaFest
Dal cinema che l’ha formata a quello che propone oggi al pubblico ceco: ci spieghi secondo quali criteri avviene la selezione dei film del MittelCinemaFest
Il primo criterio è molto chiaro: selezioniamo film italiani presentati, nell’ultimo anno, ai principali festival internazionali. Non è una scelta che facciamo da soli. Il MittelCinemaFest è un progetto di Cinecittà e della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura, che promuove questa rassegna non solo in Repubblica Ceca, ma anche in Ungheria e Slovacchia.
C’è quindi una prima selezione a monte, curata, in questo caso, da Giona Nazzaro, direttore artistico del Festival di Locarno dal 2020 e critico cinematografico. Noi partiamo da quella: film scelti e selezionati per partecipare ai festival internazionali più importanti dell’ultimo anno.
All’interno di questa rosa, come Istituto possiamo esprimere delle preferenze, tenendo conto del contesto in cui lavoriamo e quindi del pubblico locale, del pubblico ceco. In accordo con Cinecittà cerchiamo di garantire varietà: varietà di generi, di temi, e anche di percorsi autoriali.
Accanto ai registi già affermati, cerchiamo sempre di inserire opere prime o di registi al secondo lungometraggio. Questa alternanza è uno dei criteri che consideriamo fondamentali.
Quanti film vi vengono proposti e come avviene la scelta finale?
Non è un processo semplice. La selezione parte, di fatto, dopo il Festival di Venezia: da lì arrivano le proposte, più o meno a settembre, e il tempo non è molto. Ci vengono proposti dei titoli, ma poi tutti devono essere verificati con i distributori locali qualora siano già stati acquistati per il mercato ceco.
Questo perché, se esiste un distributore, va verificata la sua disponibilità a concedere il film al festival. Su un’ampia proposta iniziale, quindi, dobbiamo verificare la reale disponibilità dei titoli e poi esprimere le nostre preferenze. Devo dire che, nella maggior parte dei casi, siamo molto allineati con Cinecittà.
Quest’anno abbiamo scelto nove film, e la lista iniziale era di circa quindici titoli.
Qual è l’aspetto organizzativo più difficile, dietro le quinte, nella preparazione del festival? Tempi stretti? Logistica?
I tempi sono effettivamente molto stretti. Uno degli aspetti più impegnativi è la sottotitolatura: tutti i film vengono tradotti e sottotitolati in ceco, ed è un lavoro che richiede tempo, precisione e una squadra dedicata di traduttori che ogni anno collaborano con noi. È forse la parte più complessa, perché è ciò che rende davvero accessibili i film a un pubblico ampio.
Poi ci sono gli aspetti tecnici: l’invio dei film, il dialogo con il cinema, la verifica del materiale. Ma questi sono ormai processi consolidati: il rapporto con il Kino Lucerna funziona molto bene.
Il Lucerna, peraltro, è uno dei punti di riferimento per tutti i festival di cinema internazionale a Praga. Prima di noi arrivano i francesi, poi i tedeschi, i polacchi, gli argentini… noi siamo gli ultimi prima di Natale. Di conseguenza bisogna sempre correre un po’, perché questa bellissima sala cinematografica è molto richiesta.
C’è un film che avreste voluto includere ma che non è stato possibile programmare?
Sì, c’erano altri titoli che avremmo voluto inserire. In questi casi, però, si trattava di film già venduti ai distributori locali e non siamo riusciti a trovare un accordo. Quando un distributore acquisisce un film, segue naturalmente una propria strategia di rilascio: a volte le tempistiche coincidono con quelle del festival, altre volte no. Preferisco non dire di quali titoli si tratta, e in ogni caso usciranno sicuramente nelle sale ceche.
Si è detto spesso gli anni scorsi che il MittelCinemaFest punta a mostrare “l’Italia di oggi”. Questo obiettivo è ancora presente nell’organizzazione della rassegna? E, nel caso, quali aspetti dell’Italia contemporanea emergono con più evidenza in questa edizione?
Sì, questo obiettivo è ancora presente. Il festival, selezionando film che sono stati presentati ai grandi festival internazionali, riflette naturalmente le produzioni più significative dell’ultimo anno. E già questo offre uno sguardo sull’Italia contemporanea.
A mio avviso, la contemporaneità non è solo nelle storie raccontate, ma soprattutto nello sguardo dei registi. Anche quando il soggetto è storico – come nel caso del film su Eleonora Duse, che riguarda un personaggio del passato – lo sguardo è contemporaneo, ed è quello che rende l’opera attuale.
Accanto a questo tipo di film ci sono poi storie pienamente radicate nell’oggi. Penso, ad esempio, al film di Laura Samani, che affronta temi legati all’adolescenza, molto attuali; oppure al film di Margherita Spampinato, che racconta l’incontro – o meglio, l’incontro-scontro – tra un ragazzo del Nord che si ritrova al Sud: è una dinamica molto contemporanea.
E poi c’è “Familia”, di Francesco Costabile, un film a cui tenevo particolarmente. Racconta una storia fortissima, di violenza familiare, ispirata a un caso reale tratto dal libro autobiografico di Luigi Celeste. È un film che rappresenterà l’Italia agli Oscar ed è, per me, un esempio molto chiaro di come il cinema italiano sappia affrontare temi urgenti della società.
Ci sono anche opere come “Testa o croce?”, che partono da un immaginario come quello del western e della leggenda di Buffalo Bill, ma sempre rilette attraverso un occhio contemporaneo.
In definitiva, la contemporaneità è sempre presente: nei temi più attuali, nelle dinamiche sociali, ma anche nel modo in cui i registi rielaborano storie del passato con la sensibilità dell’Italia di oggi.
C’è un aspetto dell’Italia di oggi che, secondo lei, differenzia maggiormente il nostro Paese dalla Repubblica Ceca?
Premetto che vivo qui solo da un anno, e non credo sia un tempo sufficiente per dare un giudizio completo — forse potremo riparlarne alla fine del mio mandato. Sicuramente siamo Paesi diversi: abbiamo storie diverse, culture diverse e anche modi diversi di relazionarci.
Detto questo, ciò su cui preferisco lavorare non sono tanto le differenze, quanto i punti in comune. E quello che noto nel pubblico che si avvicina all’Istituto è un grande amore per l’Italia: per la nostra solarità, per il nostro modo di relazionarci, per la nostra cultura. C’è una forte domanda di ciò che possiamo offrire a livello culturale.
Poi, scherzando, lo dico spesso: abbiamo anche codici differenti. Mi accorgo, ad esempio, che certe mie battute non sempre arrivano. Ma non lo vivo come un ostacolo, anzi: è uno stimolo a capire meglio il Paese in cui mi trovo, la sua storia, la sua cultura e il suo modo di guardare al mondo.
Quindi la mia risposta è forse una “non risposta”: siamo diversi, e siamo belli nelle nostre diversità. E, direi, ci piacciamo: pur diversi, ci piacciamo.
In passato il festival è arrivato anche a Brno e Ostrava, con risultati — mi pare — non particolarmente significativi. Pensa che in futuro si possa tornare fuori Praga, magari con strategie diverse?
Sì, ci siamo stati una o due volte, prima della mia gestione, con risultati non esaltanti. Ma stiamo pensando di tornarci, con una formula diversa. Non come MittelCinemaFest in senso stretto, perché una settimana intera non avrebbe la massa critica necessaria per funzionare fuori Praga.
L’idea su cui stiamo lavorando è quella di organizzare un fine settimana, oppure due giornate molto concentrate a Brno, forse anche a Ostrava, per portare comunque il cinema italiano anche fuori dalla capitale. Una formula più breve, ma intensa.
In parallelo stiamo sperimentando anche una piattaforma online, sulla quale inseriremo alcuni film — anche nuovi — che potranno essere visti in tutta la Repubblica Ceca, in modo da ampliare il pubblico.
Naturalmente si tratterebbe di un periodo diverso rispetto al MittelCinemaFest. Anche per ragioni organizzative è meglio separare le due cose: farle in contemporanea non sarebbe sostenibile e rischierebbe di penalizzare entrambe.
Se tutto va bene, spero in primavera di poter realizzare queste iniziative, sicuramente partiremo da Brno.
Se dovesse sintetizzare in una frase il ruolo del MittelCinemaFest nella scena culturale praghese, cosa rappresenta per lei?
Direi che è l’evento più atteso legato alla cultura italiana qui a Praga: atteso sia dalla collettività italiana sia dal pubblico ceco. Il cinema piace sempre, e il festival offre una settimana intera immersa nel cinema italiano, peraltro in un luogo storico come il Kino Lucerna.
Naturalmente la nostra sfida è far vedere film selezionati nei festival internazionali, quindi opere che a volte propongono storie complesse e registi non ancora conosciuti. Lo vediamo anche dalle vendite dei biglietti: la commedia ha un riscontro più immediato, così come l’autore noto, mentre un film più impegnato o di un esordiente richiede un pubblico disposto a “rischiare”. Ma a noi piace molto questa varietà di offerta e noto che il pubblico, alla fine, risponde bene.
Dal Kino Lucerna ci dicono che il nostro festival è tra i più seguiti rispetto ad altri. L’anno scorso, ad esempio, la sala era quasi sempre piena. E non è semplice: parliamo di una settimana intera di programmazione, quest’anno con nove titoli – uno in più dell’anno scorso – e con una doppia proiezione il venerdì e il sabato, peraltro in piena stagione prenatalizia, quando le persone sono particolarmente impegnate.
Il Kino Lucerna, inoltre, è una sala enorme, e se pensiamo alla crisi che le sale cinematografiche stanno vivendo in tutto il mondo, i numeri che riusciamo a raggiungere sono davvero importanti.
Quindi sì: è l’evento più atteso e, per noi dell’Istituto, anche l’evento che richiede il maggiore impegno organizzativo.
Un anno a Praga: idee, sfide e progetti
Trascorso ormai un anno – anzi, un anno e due mesi – a Praga, quali sono state le principali sfide e le maggiori soddisfazioni nel guidare l’Istituto Italiano di Cultura?
Le sfide sono quelle che si incontrano ogni volta che ci si sposta in un nuovo Paese. Torno a ciò che dicevo prima: serve tempo per capire dove ci si trova, per orientarsi, per conoscere le persone con cui si lavora. Ed è un aspetto fondamentale, perché il nostro è innanzitutto un lavoro di squadra.
L’organico dell’Istituto è un patrimonio prezioso: i colleghi locali conoscono profondamente il contesto, e per me era importante entrare prima di tutto in sintonia con loro. Non la definirei comunque una “sfida”: fa parte del lavoro. E dopo un anno posso dire che le soddisfazioni sono molte, perché la squadra lavora molto bene, con grande motivazione.
Abbiamo realizzato progetti di qualità in tutti i settori e il riscontro del pubblico è stato ottimo: i nostri eventi e i concerti sono quasi sempre esauriti, e anche le mostre hanno avuto un’ottima risposta. Abbiamo fatto anche alcuni cambiamenti organizzativi: l’apertura delle mostre dal martedì al sabato, con un orario prolungato e l’apertura nel fine settimana, che considero un passo significativo.
Un altro elemento importante è il consolidamento delle relazioni con le scuole e con le sezioni italo-ceche: per noi è cruciale. E c’è poi un processo ancora in corso, che richiede tempo: rafforzare le collaborazioni con le istituzioni culturali locali. È essenziale, soprattutto in una città come Praga, dove l’offerta culturale è altissima e la concorrenza è molto forte.

Il mio compito è duplice: da un lato offrire qui, in Istituto, una programmazione costante che valorizzi una sede così importante; dall’altro “uscire” dall’Istituto, portando le nostre iniziative all’esterno grazie alle collaborazioni con altri festival e istituzioni, a Praga ma anche nel resto del Paese. Il mio desiderio – il mio sogno, direi – è che l’Istituto diventi un centro culturale di riferimento per la città, non solo un luogo italiano, ma un punto di incontro culturale a tutti gli effetti.
Una grande soddisfazione è stata, ad esempio, portare anche a Brno la mostra di Gabriele Basilico, realizzata in collaborazione con la Galleria Morava, dopo averla presentata qui a Praga. L’anno prossimo cercheremo di portare altre iniziative non solo a Brno ma anche in altre città, per essere presenti sul territorio quanto più possibile. In questo, le istituzioni ceche sono partner essenziali.
Vedo un Istituto più frequentato, più aperto: abbiamo anche registrato una crescita significativa nei corsi di italiano. Insomma, siamo in cammino.
Tra le iniziative organizzate finora, ce n’è una che ha richiesto uno sforzo particolare e che, alla fine, le ha fatto dire: “ne è valsa davvero la pena”? E, al contrario, c’è stata una delusione significativa?
In realtà un grande sforzo lo richiedono un po’ tutte le iniziative. Fa parte del nostro lavoro. Siamo una squadra molto “gagliarda”, come dico sempre, ma anche molto piccola: ogni progetto comporta un impegno importante, anche perché nel frattempo dobbiamo seguire molte altre attività, spesso in parallelo.
Quanto alle delusioni, no: non ce ne sono state, davvero. Tutte le iniziative hanno avuto un ottimo riscontro di pubblico.
La prima mostra che ho organizzato, Moda e cinema, è stata particolarmente significativa: una mostra di altissima qualità su un tema molto attraente, che ci ha permesso di testare la risposta del pubblico. E i numeri sono stati straordinari: circa ottomila visitatori. Quella mostra mi ha confermato che qui c’è un pubblico vasto e appassionato di cultura italiana.
Anche la mostra dedicata a Gabriele Basilico è stata molto positiva: circa tremilacinquecento visitatori, un risultato importante. Lo stesso si può dire della mostra sulle marionette, che rientra in una linea su cui sto lavorando: valorizzare gli elementi culturali che abbiamo in comune con la Repubblica Ceca. Il mondo delle marionette è uno di questi; e in futuro ci saranno altre iniziative che metteranno in luce questo patrimonio condiviso.
Lei è arrivata a Praga dalla Spagna, dove ha diretto l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid. Come sono cambiate le strategie di lavoro? Immagino che il pubblico spagnolo fosse piuttosto diverso.
Sì, vengo dalla Spagna, e il pubblico lì è diverso. Ci sono però due elementi che per me rimangono sempre fondamentali, in qualsiasi Paese.
Il primo è la varietà: presentare l’Italia a 360 gradi. La nostra offerta culturale è molto ampia: abbiamo tantissimo da raccontare in settori diversi. Il secondo è legato alla cosiddetta promozione integrata, che affianca agli aspetti culturali in senso stretto anche ambiti come la moda, il design, l’enogastronomia. Anche questi fanno parte della nostra cultura, e raccontano l’Italia in modo molto efficace.
Dentro questa varietà, per me è essenziale la qualità dei progetti. Quando penso a un’iniziativa, devo considerare anche il contesto: per esempio, la mostra sulle marionette in Spagna probabilmente non l’avrei proposta, mentre qui mi sembrava un tema perfetto. È un racconto delle nostre tradizioni, della nostra artigianalità, del nostro teatro, e il pubblico ceco è molto sensibile e interessato a questi temi. Abbiamo infatti integrato anche marionette della scuola ceca: per me è fondamentale essere accoglienti, non limitarci alla semplice promozione unilaterale.
Io dico sempre che non vogliamo solo “promuovere” l’Italia: vogliamo favorire l’incontro tra Italia e Repubblica Ceca attraverso la cultura. Accogliere la cultura locale è parte integrante di questo obiettivo.
E poi c’è l’aspetto della qualità, che qui è imprescindibile: se pensiamo alla musica, il livello in Repubblica Ceca è altissimo. Per questo dobbiamo proporre musicisti e progetti di grande valore. Il pubblico lo riconosce e, infatti, ritorna.
Come riassumerebbe la strategia attuale della diplomazia culturale italiana?
La strategia della diplomazia culturale italiana punta a raccontare il nostro Paese nella sua varietà. Tutte le rassegne a cui partecipiamo, dalla Settimana della Lingua Italiana alla Giornata del Contemporaneo, vanno in questa direzione: offrire una narrazione dell’Italia quanto più ampia possibile, che includa tutti i settori. Oggi, ad esempio, anche lo sport rientra tra gli ambiti da valorizzare; insieme all’Ambasciata proponiamo un programma di eventi che soddisfi la grande “domanda di Italia” e che faccia conoscere anche aspetti meno noti del nostro Paese.
C’è poi un altro elemento molto importante: la valorizzazione delle comunità, del “fare comunità”. La cultura italiana, e soprattutto la lingua italiana, diventano un punto di congiunzione. Il 19 novembre, a Roma, si è tenuto il primo convegno sull’italofonia: un momento che ci ricorda che la lingua italiana si studia per mille motivi – perché è la lingua delle radici, della musica, dell’arte – e che può creare legami solidi fra persone e istituzioni.
“Fare comunità”, concretamente, significa valorizzare chi parla o studia l’italiano o si vuole avvicinare alla nostra lingua: gli italofoni sono un patrimonio, perché il loro interesse nasce da un legame profondo con il nostro Paese. Ma significa anche creare reti: ad esempio quella degli studenti che hanno studiato in Italia, quella dei borsisti, quella di chi ha un’esperienza di formazione nel nostro Paese. Sono piccoli patrimoni individuali che però, messi insieme, rappresentano un valore enorme e vanno coltivati.
La sfida di ogni Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura è quella di attrarre sempre di più il pubblico ceco, pur restando un punto di riferimento per la comunità italiana. Quali passi avanti ritiene ancora necessari?
Questo primo anno è stato per me un anno di sperimentazione, ma alcune linee si sono già chiaramente definite e continueranno. L’apertura dell’Istituto nel fine settimana, ad esempio, è un segnale importante: permette a un pubblico più ampio di frequentare i nostri spazi.
Abbiamo poi avviato una serie di concerti nel cortile, aperti ai musicisti della città. È un’iniziativa che ho fortemente voluto, proprio per far vivere l’Istituto e farlo percepire come un’istituzione culturale di Praga, non solo italiana. Ripeteremo il bando, anzi lo lanceremo prima quest’anno, così da poterlo promuovere meglio. L’unica richiesta è che almeno una parte del programma musicale sia italiana: è un modo per far conoscere la nostra musica e, allo stesso tempo, per far sì che i musicisti locali “abitino” i nostri spazi.
Poi ci sono i progetti legati al giardino: abbiamo già realizzato uno spettacolo di danza e vorrei sviluppare altre iniziative, perché ogni angolo dell’Istituto può diventare uno spazio culturale.
Un’altra direzione importante è rafforzare la presenza sul territorio, inserendoci anche in circuiti già esistenti. Quest’anno abbiamo partecipato al Festival delle arti di strada portando una marching band che ha suonato sia in città sia in Istituto. Abbiamo partecipato anche al Signal Festival e, chissà, magari prima della fine del mio mandato riusciremo a diventare una tappa stabile di questo importante circuito cittadino. Siamo partner della Fiera del Libro di Praga e collaboriamo con i più importanti Festival artistici a Praga e sul territorio della Repubblica Ceca.
Insomma, lo ripeto: questo primo anno mi ha insegnato che a Praga e in tutta la Repubblica Ceca l’Italia trova ascolto. Sta a noi trasformare questo interesse in un dialogo sempre più ricco.
(di Giovanni Usai)















