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Procede il contenzioso fra Stato e Chiesa a proposito della proprietà dell’immobile. La controversia ha le sue radici nella storia. La parola passa ora ai giudici costituzionali.

“Mai l’umanità è stata così ispirata come quando ha costruito cattedrali”, scriveva Robert Stevenson. Pensando alle vicende della Cattedrale dei Santi Vito, Venceslao ed Adalberto (che di seguito chiamerò, per brevità e con vezzo italico, il duomo di Praga), verrebbe da aggiungere che l’ispirazione non ha salvato l’umanità dal dividersi su questioni materiali quali, ad esempio, chi sia il proprietario dell’immobile.

Il duomo di Praga è da ben sedici anni al centro di una lunga controversia legale fra Stato Ceco e Chiesa Cattolica. Oggetto del contendere è chi sia titolare dell’immobile. La lite non sembra destinata a concludersi presto, visto che la Chiesa ha annunciato l’intenzione di rivolgersi alla Corte Costituzionale, dopo aver esaurito gli altri mezzi di impugnazione (compreso il ricorso alla Corte Suprema) contro la sentenza che ha stabilito che proprietario esclusivo dell’immobile è lo Stato. Sull’uso, la manutenzione del duomo e gli aspetti economici esiste invece, sin dal gennaio del 2008, un’intesa fra Stato e Chiesa.
Prague Cathedral of Saint Vitus

La storia giuridica del duomo è complessa e tormentata tanto quanto la storia della sua edificazione, che si protrasse per secoli con lunghe interruzioni. Alcuni storici sostengono che Carlo IV fece dono dell’immobile alla Chiesa, trasferendo così ad essa la proprietà. Altri sostengono che alla Chiesa fu concesso l’uso ed il godimento, ma che la nuda proprietà rimase sempre nelle mani dello Stato, sino all’avvento del regime socialista nel 1948. Ed è qui che la storia diventa ancora più complessa: il codice civile del 1950 stravolse la concezione del diritto di proprietà, frammentandola in tre sotto-tipi (“socialista”, “personale” e “privata”), in netta discontinuità con l’ordinamento giuridico precedente. Secondo alcuni storici, il duomo divenne probabilmente “proprietà socialista”. Sembra confermarlo un decreto del 1954, richiamato dai giudici, il quale stabilisce che il quartiere del Castello, compresi i monumenti ivi eretti, appartiene “a tutto il popolo cecoslovacco”. Una confisca in piena regola, secondo le autorità ecclesiali. Secondo altri, non fu confisca perché la Chiesa non fu mai proprietaria dell’immobile, e le fu comunque concesso il permesso di svolgervi le funzioni religiose. Il decreto, abrogato sin dal 1991, fu peraltro emanato in chiaro eccesso di delega rispetto alla legge di cui costituiva l’attuazione. Ma più che i vizi formali sorprende il richiamo che i giudici fanno ad una normativa riferibile ad un passato col quale l’attuale ordinamento costituzionale della Repubblica Ceca si è posto, sin dal 1991, in netta discontinuità.

La parola ora passa ai giudici della Corte Costituzionale, sita in Brno. La decisione potrebbe arrivare non prima di un anno, forse un anno e mezzo. E in caso di sconfitta, le autorità ecclesiastiche hanno già dichiarato si rivolgeranno alla Corte Europea dei diritti umani a Strasburgo.

Di Massimiliano Pastore