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“Eroe o vile?” A cinquant’anni dalla presa del potere, si continua a discutere della figura del politico slovacco, padre della Primavera di Praga

No, non era stato solo merito suo, del giovane segretario del partito in Slovacchia Alexander Dubček, 47 anni nel 1968, nativo di Uhrovec, paesino di 1500 anime, come ricordavano i burocrati di Praga per tentare inutilmente di umiliarlo e sminuirne la figura.

Non era stata solo merito suo quella ventata fresca di libertà, arrivata nel cinema con i registi Miloš Forman e Jiří Menzel, nel mondo della cultura dei celebri “Literární noviny” e poi “Literární Listy”, nel teatro e nella televisione, persino nelle parole della gente, nei pensieri di intellettuali, economisti, cittadini. Erano forse gli anni Sessanta delle grandi speranze, era tutta la Cecoslovacchia che cambiava, tentava di scrollarsi di dosso il grigio e logoro cappotto brezneviano per rimboccarsi la camicia bianca del “socialismo dal volto umano”: per tornare, magari, alle radici, al cuore della nazione.

Socialisti sì, ma insieme democratici: Tomáš Garrigue Masaryk, magari, come modello al posto del cupo Klement Gottwald; l’energia della Nová vlna, anziché il noioso Aleksej Grigor’evič Stachanov come punti di riferimento di vita o di pensiero. Questo probabilmente volevano i cechi e gli slovacchi, il 5 gennaio del 1968, quando lo avevano acclamato alle prime uscite pubbliche da segretario del Pcc, il Partito Comunista di Cecoslovacchia.

Eppure, ci vuole la dinamite, per fare davvero la rivoluzione, dicevano i vecchi anarchici. E in effetti la dinamite, finalmente, era arrivata anche a Praga ma ben prima dell’arrivo al potere di Dubček e ben dopo il disgelo kruscioviano. Le cariche esplosive erano state quelle del 1962, che avevano fatto saltare in aria la minacciosa statua di Stalin, spazzandola via dal parco di Letná e abbattendo le paure dello stalinismo.

Quella dinamite, forse, il giovane Dubček l’avrebbe anche evitata. Sempre restio ai gesti clamorosi. Sempre, con un ossimoro tutto slovacco, “pacatamente testardo”, il futuro giardiniere della Primavera, perito meccanico e laureato in Giurisprudenza.

Era nato nella stessa casa di Ľudovít Štúr, il padre della grammatica del suo paese, e la Slovacchia gli era rimasta nel cuore. Anche negli anni di educazione moscovita, compresi quelli passati sempre nella capitale sovietica alla Scuola superiore del partito, massima scuola d’élite, dove conobbe Michail Gorbaciov. Un ottimo “quadro”, insomma, almeno così appariva allora, bravo comunista come tanti che crescevano nelle ordinate retrovie del Patto di Varsavia. Eppure… restava qualcosa di irrisolto.

Si può essere silenziosamente contestatori. E fu proprio da Bratislava, dall’animo della rivista “Kultúrny život”, dal suo gruppo di intellettuali, dal partito comunista slovacco che partì il movimento di riforme che, nei primi Sessanta, sperava di cambiare il regime.

Si può essere assolutamente unitari senza cancellare l’autonomia slovacca? Lui, Alexander, aveva saputo esserlo, anche con una serie di eleganti equilibrismi che lo caratterizzeranno. Libertario, ma pur sempre comunista. Riformatore, ma non demagogo.

Insieme a un deciso gruppo di dirigenti, Dubček al Comitato centrale del Partito comunista di Cecoslovacchia aveva smantellato – con ben dissimulata costanza, con pazienza e apparendo persino come una scelta di compromesso – il potere grigio ma ancora saldo dei “Gottwaldovi muži”, gli uomini di Gottwald, come venivano chiamati i dirigenti strettamente legati all’indirizzo duro e puro degli anni Cinquanta.

Gli stessi che, perfettamente consapevoli, avevano ritardato a Praga la destalinizzazione, già avviata nell’Urss. Ora, invece, tutto appariva diverso: era la parte migliore del partito a farlo diventare “eroe”, senza che lui in effetti lo volesse. Ma era tutto il paese a scoprire un leader che aspettava da tempo. Quello che stava dalla parte della gente. Con lui, i suoi stessi amici, i vari Josef Smrkovský, Oldřich Černík, František Kriegel, Jiří Pelikán, Zdeněk Hejzlar e tanti altri che insieme a lui avevano condiviso l’ascesa al potere, mettendo da parte vecchi burocrati o futuri traditori: Vasiľ Biľak o Alois Indra, solo per fare due nomi.

È forse era stato negli anni moscoviti che Dubček aveva ricominciato a fare i conti con la Storia, quella con la S maiuscola, pensando e ripensando ai “trionfi” del 1948, del colpo di stato comunista.

O magari più tardi, quando, tornato a casa, era stato per un attimo affascinato dalle teorie del coraggioso (e utopico) Ota Šik, che credeva davvero in un nuovo modello economico. Fuori dai blocchi della programmazione e del “ripudio del modello borghese”, come invece ripetevano i sovietici, Šik sperava forse nella ripresa di una piccola proprietà e imprenditoria privata, che era stata falcidiata negli anni successivi al 1948.

Per paradosso, almeno nel primo periodo di quel funambolico 1968, fu il primo segretario russo del Pcus, Leonid Il’ič Brežnev, a tollerare i cambiamenti politici di Dubček, interpretandoli come tentativi di un bizzarro “comunismo ceco”, e non come una “deviazione borghese” dal solco tracciato dell’ortodossia leninista.

È un fatto che il giardiniere Dubček amava comunque i suoi piccoli fiori, indifferente alle stagioni: abolizione della censura, diverso rapporto fra partito e Stato, politica culturale, concessione di permessi e passaporti potevano fiorire non solo in Primavera. Fuor di metafora, avrebbero sempre avuto una faccia umana, non la smorfia pesante e sclerotizzata di Novotný, suo plumbeo predecessore.

La stessa faccia umana e disarmante della giornalista cecoslovacca che compare nel film “Bobby”, dedicato all’assassinio di Bob Kennedy, durante la sua ultima campagna elettorale: “Sono Lenka Janáčková, una giornalista democratica, vengo da una repubblica popolare” ripete lei, ma gli scagnozzi dell’ufficio elettorale non le danno ascolto. Piccoli flash per far capire come fu percepita, a Ovest e a Est, la breve stagione dubčekiana.

Nei sedici mesi di potere, a temerlo non furono solo i burocrati del Castello, o gli ideologi del Cremlino.

Dai documenti ormai venuti alla luce, emerge la costante opposizione dei cosiddetti “partiti fratelli”: l’ostilità aperta di Walter Ulbricht, “guida” della Ddr, il vero nemico; la sordità di Wladislaw Gomulka, il “timoniere” polacco; l’indifferenza dell’ungherese János Kádár; il disprezzo del bulgaro Todor Živkov: quali pazzie progettava ancora l’imprevedibile nuovo segretario, a Praga?

Da escludere, oggi, pensare che Dubček abbia sognato davvero l’uscita dal sistema comunista e dal Patto di Varsavia. Più serio, forse, rivedere la sua posizione durante l’invasione dell’agosto del 1968. A tradire l’esperienza della “Primavera” praghese non poteva essere certo colui che l’aveva fatta nascere.

Furono i collaborazionisti filorussi, gli Svoboda, gli Indra gli uomini che, mentre i carri armati di Mosca e dei paesi fratelli penetravano nel territorio ceco, già preparavano la lista dei ministri del nuovo governo filosovietico. Ma non ci sarebbe stato, non poteva esserci niente di simile. Non sarebbe stato credibile, a Praga, in quel momento, un governo ceco senza Alexander Dubček. Lo capirono persino i russi, e per questo lo fecero ritornare incolume dal suo “viaggio-interrogatorio” moscovita del 22 agosto. Bisognava soltanto far “raffreddare” la situazione, senza spargimenti di sangue. E trovare un Husák di turno, disposto a fare il lavoro sporco della “normalizzazione” e della narcotizzazione della nuova-vecchia Cecoslovacchia.

L’avventura era finita: ed era durata neppure un anno, la “Primavera” sarebbe tornata a fiorire solo vent’anni dopo. Per adesso, e Alexander lo sapeva, iniziava la via del silenzio, e dell’appartato declino: prima ambasciatore in Turchia e poi guardato a vista dai servizi segreti, nell’amata Bratislava, pian piano del tutto emarginato. Scherzi della storia: voleva fare il giardiniere del socialismo dal volto umano, lo costrinsero a fare il guardaboschi.

di Ernesto Massimetti