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Nel 45° anniversario della invasione sovietica, il presidente Miloš Zeman accusa il leader della Primavera di Praga di aver tradito la nazione. Ultimo esempio di un Paese che ancora non riesce a fare i conti con il passato.

Sembra proprio che Miloš Zeman questa volta non avrebbe potuto dirla più grossa. Al 45esimo anniversario dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, il Presidente ha sminuito i leader della Primavera di Praga a ruolo di “traditori della patria”: la figura di Alexander Dubček scivola nella storia da eroe triste a semplice codardo. Precisamente, Zeman ha dichiarato che “non si può rimproverare alla gente di essersi sottomessa, perché fu tradita dall’élite politica della propria nazione”.

20 dubcek

Una dichiarazione così, proprio in questa data, non può che far rumore. Ma lo smaliziato presidente è un politico astuto, anche quando sembra esagerare e persino quando alza il gomito. Sembra sempre un bravo imprenditore della politica, che segue la massimizzazione dei profitti, ovvero dei consensi. Perché allora provocare una rottura con il passato? A quale scopo? E se, in fin dei conti, avesse detto la semplice verità, nuda e cruda?

Con trasparenza d’intenti, durante lo stesso discorso ha aggiunto: “i fatti del ‘68 dimostrano che i cittadini devono votare per i politici che non li tradiscono”. Una frase alquanto capziosa, tenendo conto della ristretta possibilità di voto negli anni Sessanta. Prima di tutto quindi, un po’ di storia. In quella triste notte tra il 20 ed il 21 agosto 1968, 165mila uomini e 4600 carri armati del Patto di Varsavia invadevano il Paese – sarebbero diventati 650mila in capo a una settimana. Sotto la direzione del Politburo sovietico, l’invasione era volta a stroncare le politiche di riforme del famoso “socialismo dal volto umano” dettato da Alexander Dubček, il segretario del Partito. Il 21 agosto il congresso del Partito avrebbe approvato la linea riformista: c’era da impedirlo. La tattica sovietica era la seguente: prendere il controllo dell’aeroporto di Praga Ruzyně con un commando di paracadutisti la sera del 20 ed aspettare la formale “richiesta d’aiuto” da parte del Presidium del Partito cecoslovacco (il gruppo ristretto dei dirigenti, riunitosi quella sera). I collaborazionisti Indra e Bil’ak (questi sì, traditori) avrebbero dovuto costringere Dubček e i suoi (tra cui i nomi di Josef Smrkovský, Oldřich Černík, František Kriegel) a chiedere l’intervento sovietico per bloccare la controrivoluzione, o nel caso questi avessero rifiutato, inviare tale richiesta a titolo di un “governo provvisorio”. Ma le cose non andarono come previsto, il gruppo dirigente scoprì le intenzioni dei collaborazionisti, Smrkovský riuscì ad avvertire la radio nazionale inviando loro un messaggio trafelato. Non trasmettete nessuna notizia ufficiale, nessuna richiesta d’aiuto, non fidatevi di nessuno: un golpe è in atto.

Da questo punto in poi gli eventi precipitarono, i sovietici portarono avanti lo stesso l’invasione, rapirono il segretario e altri sei dirigenti e li portarono prima in un campo di detenzione in Ucraina e poi a Mosca. Al Cremlino i sovietici, dopo un trattamento ben poco gentile (Dubček fece ritorno in patria con una cicatrice sul sopracciglio), minacciando un bagno di sangue a Praga, costrinsero il gruppo di riformisti a firmare un protocollo che accettava l’invasione come difesa da una possibile controrivoluzione. Firmarono tutti tranne uno, František Kriegel, che Zeman ha difeso come l’unico vero eroe del gruppo.

In questo groviglio di eventi, il giudizio storico sulla figura di Dubček lascia delle sfumature, ma il tradimento sembra molto lontano. I sovietici scoprirono ben presto che l’enorme sostegno popolare al leader non avrebbe permesso un “governo fantoccio”, se non al costo di assurde forzature – e questa può essere già una vittoria del “socialismo dal volto umano”: il sostegno popolare. Secondo, Dubček sapeva che avendo uno spiraglio di tornare al proprio posto, avrebbe tentato di minimizzare gli effetti della “normalizzazione”. Altrimenti, fatto fuori lui (letteralmente), avrebbero piazzato un Ludvík Svoboda, il presidente della Repubblica, o un Gustáv Husák, che già si dimostravano più concilianti verso Mosca. E così fece, in effetti, per altri sette mesi, in un difficile equilibrio, finché Husák non fu capace di metterlo da parte, e far piombare, questa volta sì, il Paese nella più buia normalizzazione.

Naso lungo e affilato, sguardo triste e vuoto, l’Alexander Dubček pochi anni dopo costretto a raccogliere le erbacce, da guardia forestale, ben poco avrebbe guadagnato dal suo presunto tradimento. A conti fatti, chiamarlo codardo è e rimane un’esagerazione. Volere un nuovo Jan Hus bruciare sul rogo di Costanza per orgoglio, è la facile demagogia di chi scarabocchia su un passato lontano. Già, perché il passato comunista è, in Repubblica Ceca, una massa informe, una memoria mai digerita e mai razionalizzata. Fedeli alla nuova linea guida, nel “glorioso cammino verso il capitalismo” l’immagine positiva del riformismo comunista è una nota stonata. La demolizione del mito della Primavera non trova grandi ostacoli, anzi.

Pochi giorni prima del discorso di Miloš Zeman, sul sito internet del Mladá Fronta Dnes (uno tra i più popolari quotidiani cechi) il blogger Michal Mašata intitolava il suo pezzo “Brežnev ha fatto la cosa giusta”, arrivando a leggere l’invasione dal punto di vista della realpolitik sovietica, e confermando: eravamo una minaccia. Ancora un altro esempio, Daniel Herman, per tre anni direttore dell’Istituto per lo studio sui totalitarismi (che ha perso il posto proprio per contrasti con Zeman lo scorso aprile), l’ente che in prima linea dovrebbe avere un approccio scientifico, maturo e profondo su cosa sono stati i quattro decenni di stampo socialista, diceva secco: “qualsiasi governo che ha a che fare con l’ideologia comunista è criminale” (un’ultima intervista al Dnes sullo stesso tono è apparsa ancora una volta tre giorni dopo l’anniversario, il 24). A proposito dell’Istituto, fa riflettere pensare che la sua direzione sia una nomina politica e non scientifica; Herman, ad esempio, aveva una formazione da teologo, ex prete, ex portavoce vescovile, appuntato a capo dell’istituzione direttamente dal governo. Un approccio forse poco oggettivo, per un istituto di ricerca. Ma se qualche giornalista o carrierista può essere interessato a far polemica, all’ombra del sempreverde adagio di Oscar Wilde “nel bene o nel male, purché se ne parli”, la politica può avere un secondo fine.

Il campo della memoria è da sempre un campo di battaglia, a Praga come ovunque. Se in Italia il fascismo arriva ad essere considerato alla stregua di un villaggio vacanze, se in Francia il periodo coloniale viene rivisto all’insegna dell’esportazione della civiltà, non si vede perché in Repubblica Ceca ci si debba far troppi problemi ad essere puntigliosi. La storia va tirata un po’ per la giacca. Ma a che pro? Una risposta si può trovare, ad esempio, in una dichiarazione vecchia qualche mese di Václav Sloup, consigliere regionale comunista. Dei giornalisti della celebre agenzia Reuters, dopo i successi dei comunisti alle ultime elezioni, hanno ritrovato la storia di Sloup, addestratore dei militari che pattugliavano i confini con la Germania Federale, lì dove migliaia di cechi cercavano, scavalcando, un futuro migliore, se non venivano colti dai fucili dei connazionali. Sloup dichiara semplicemente, “ho solo fatto il mio dovere, nel soglio della Guerra Fredda, secondo la legge. Non ho nulla di cui vergognarmi”.  Allora demolire la memoria collettiva vuol dire anche appiattire il passato: Dubček era come tutti gli altri, tutti hanno sbagliato, non c’è da pensarci troppo.

Per la politica, soprattutto nell’area socialdemocratica, collaborare con chi effettivamente lavorava per il regime non diventa più un problema morale. Così come organizzare un governo con il nuovo partito comunista, che probabilmente prenderà un buon pacchetto di voti.

A destra, invece, lo spauracchio comunista è ancora usato, al contrario, nel tentativo di demolire gli avversari. Da ultime le parole di Miroslav Kalousek, numero due di Top 09, che tenta di ridimensionare la (dispendiosa) campagna politica del miliardario Andrej Babiš e della sua nuova formazione Ano 2011, accusando lo stesso Babiš di essere nientemeno che un ex agente StB, la polizia segreta comunista. Accuse rigettate e querela pronta. Sempre in area Top 09, facendo un salto al Meetfactory, il centro d’arte di David Černý (l’artista che ha curato la campagna presidenziale di Karel Schwarzenberg) si possono ancora acquistare le magliette “Fuck Ksčm” (con riferimento all’odierno partito comunista).

Il passato, insomma, non trova pace. Né una sua definizione. Di certo il Paese nell’attesa di capire cos’è stato ieri si trova ad affrontare un oggi di difficoltà e divisioni. Negli ultimi anni la provincia sembra dire a Praga: troppo facile parlar male del comunismo con la pancia piena. La crisi, in effetti, non si paga nella capitale, ma fuori.

Tra revisionisti, opportunisti, ortodossi del mercato e fedeli alla linea, le nuove elezioni coloreranno ancora un Paese che, semplicemente, vuole di più dalla democrazia di mercato.

di Giuseppe Picheca