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Uno sguardo sulla riforma costituzionale ceca a distanza di cinque anni

“La decisione di Trump (di spostare l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme) mi rende felice perché quando ho visitato Israele quattro anni fa, dissi che mi piacerebbe compiere il medesimo passo con la nostra Missione diplomatica” Miloš Zeman, Presidente della Repubblica Ceca.

“La Repubblica Ceca insieme agli altri stati membri dell’Unione Europea, seguendo le conclusioni del Consiglio Affari Esteri dell’Ue, considera Gerusalemme come futura capitale di entrambi gli stati, Israele e Palestina”, nota del Ministero degli Affari Esteri Ceco.

Il presidente Zeman, in visita al Consiglio d’Europa, ha rilasciato delle dichiarazioni in merito alle sanzioni anti Russia definendole “espressione di una strategia che porta alla sconfitta di entrambe le parti”; l’annessione della Crimea alla Russia è ormai “un fatto compiuto, rispetto al quale gli ucraini farebbero meglio a trovare un accordo di compensazione finanziaria con Mosca”. Il governo anche in questo caso ha immediatamente preso le distanze, in particolare dalle parole secondo le quali l’annessione russa della Crimea sarebbe un fatto compiuto.

Questi sono solo gli ultimi due esempi, fra i più eclatanti, delle divergenze di vedute tra il presidente Zeman e il governo. In questi cinque anni della presidenza Zeman, la scena politica ceca ha visto spesso questi due protagonisti avere delle posizioni diametralmente opposte, anche se certo non sono mancati anche momenti di sinergia e compattezza. Alla vigilia delle elezioni presidenziali, che si terranno a gennaio, è opportuno proporre una riflessione a proposito del ruolo che giocano questi due attori, soprattutto sul loro rapporto reciproco.

Il loro ruolo istituzionale è stabilito dalla costituzione, la quale, entrata in vigore nel 1993, stabilisce nel III capitolo, de il “Potere Esecutivo”, i loro rispettivi compiti. Si attribuiscono al Presidente dei poteri, cosiddetti poteri senza contro-firma, che gli conferiscono un importante grado di autonomia decisionale. Infatti, l’articolo 62 stabilisce che, senza la firma di un ministro, egli ha facoltà di: porre il veto legislativo (per superarlo è necessaria la maggioranza assoluta dei deputati), intervenire in parlamento, presiedere il consiglio dei ministri e chiedere rapporti sul loro operato; far ricorso alla Corte Costituzionale e una serie di poteri di nomina, come quello dei membri del Consiglio della Banca Nazionale Ceca e della Corte costituzionale.

Oltre a ciò, la vaghezza di alcune disposizioni costituzionali, unita all’utilizzo politico del potere di veto e ai ricorsi alla Corte costituzionale – la quale è stata spesso chiamata a decidere per limitare o aumentare i poteri presidenziali – fanno sì che il ruolo del presidente sia stato più attivo di quanto normalmente succede nei governi parlamentari; per questo in dottrina si tende ad identificare il caso ceco come semipresidenzialismo debole o come esecutivo bicefalo.

All’interno della struttura tipica dei governi parlamentari, indipendentemente da quanto siano questi razionalizzati, la figura del Capo dello Stato svolge normalmente dei compiti di garanzia e di rappresentanza. Tuttavia, si sono fin qui descritti solamente i poteri di derivazione costituzionale, è necessario aggiungere un ulteriore fattore che aumenta il peso politico del Presidente. Nei primi mesi del 2012 è stata introdotta l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e ciò che prima era solo una vaghezza costituzionale è ora stata legittimata dal principio di sovranità popolare: scegliendo attivamente la persona atta a ricoprire l’incarico, gli si conferisce un’autorevolezza, di fatto, maggiore di quella del governo. La riforma costituzionale è nata – come l’esperta in diritto pubblico ceco Angela De Gregorio fa notare – per motivazioni non del tutto evidenti. Quello che si voleva sicuramente evitare è che la carica presidenziale fosse oggetto di una compravendita politica all’interno del parlamento, così che ora la sua figura possa essere slegata da qualsiasi istituzione e adempiere meglio ai compiti di garanzia che le competono. Un altro aspetto incisivo è rappresentato dal fatto che i primi due Presidenti della Repubblica Ceca, Václav Havel e Václav Klaus, essendo delle personalità molto forti e autorevoli, durante i loro mandati più volte hanno indirizzato con le loro scelte la politica nazionale (basti pensare allo stallo che si creò quando il presidente Klaus si rifiutò di sottoscrivere il Trattato di Lisbona) e l’introduzione dell’elezione diretta rende queste ingerenze presidenziali più legittime.

Ovviamente è necessario notare come questo sistema sia molto giovane: Miloš Zeman è stato il primo presidente eletto dai cittadini e, data anche la sua grande personalità, è fisiologico che si siano creati dei conflitti all’interno delle istituzioni.

Un altro fattore da non trascurare riguarda il ruolo della democrazia nei paesi occidentali. Sempre più spesso si sente affermare che le elezioni a suffragio universale siano la metodologia più democratica all’interno della struttura della democrazia rappresentativa. Il pensiero comune vorrebbe che solo eleggendo direttamente le cariche istituzionali sia salvaguardata la sovranità popolare, la quale altrimenti sarebbe pressoché inesistente. C’è chi si spinge anche oltre: solo la democrazia senza mediazioni, la democrazia diretta, è l’unica espressione possibile della volontà del popolo e alcuni partiti politici, anche cechi, la pongono come obiettivo dei loro programmi.

È possibile che anche la modifica costituzionale della Repubblica abbia questa idea come motore? Nel percorrere questa strada bisogna innanzitutto analizzare come le elezioni dirette vengono applicate e in quali contesti agiscono.

Dopo lo smembramento del Blocco sovietico, i paesi dell’ex blocco di Varsavia si sono dotati di nuove costituzioni e la scelta più frequentemente adottata per forma di governo è stata quella di governo presidenziale o semipresidenziale, con l’elezione del capo dello stato a suffragio universale. In questo panorama la Repubblica Ceca scelse di optare, fedele alla sua tradizione democratica di inizio secolo e soprattutto alla costituzione emanata nel 1920, la quale al tempo era stata lodata per il suo equilibrio, per un sistema parlamentare nel quale il capo dello stato è eletto dal parlamento. La tradizione parlamentare non è mai stata messa in dubbio: la successiva riforma costituzionale del 2012 non ha introdotto un sistema di governo presidenziale o semipresidenziale – nonostante la frequente instabilità che ha caratterizzato i governi, non ultimo il governo Sobotka, e l’impasse politico che sta caratterizzando la formazione del governo Babiš.

La Repubblica Ceca non è certo il solo paese ad aver adottato un simile sistema. L’Austria, per esempio, ha una struttura simile a quella ceca e, sebbene il presidente federale austriaco abbia sulla carta diversi poteri politici, egli ha tradizionalmente sempre tenuto un basso profilo, nonostante l’investitura popolare. Allo stesso modo la Slovacchia, a causa dell’incapacità di eleggere un presidente durata per più di un anno, decise di introdurre l’elezione diretta del capo dello stato.

La stabilità di un governo può essere aiutata dalla struttura istituzionale e si può interpretare l’elezione per via diretta del presidente ceco in quest’ottica. Tuttavia, siamo in un momento storico nel quale la grande frammentazione dell’elettorato si ripercuote in una significativa proliferazione dei partiti politici – nel parlamento ceco son presenti ben nove di questi –, da cui risulta una incapacità pratica di formare dei governi stabili. In questo contesto, la differenza può essere fatta dalla cultura politica di un paese, la sola in grado di mitigare il protagonismo di alcuni personaggi, in modo che le campagne elettorali finiscano con le elezioni, separando ciò che è espressione di democrazia da ciò che è solamente utilitarismo demagogico.

di Michele Taschini