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Antonín Panenka ha compiuto settant’anni; il suo calcio di rigore, tuttavia, resterà immortale

La sera del 20 giugno 1976, per la prima volta in assoluto, una prestigiosa manifestazione internazionale viene decisa ai calci di rigore. Al Marakana di Belgrado, capitale dell’allora Jugoslavia, a contendersi la corona europea ci sono la Germania Ovest e la Cecoslovacchia. I tedeschi, saliti sul tetto del Mondo appena due anni prima battendo davanti al proprio pubblico l’abbagliante Olanda di Johan Cruijff, godono dei favori del pronostico e non hanno apparenti punti deboli, potendo contare su gente come Sepp Maier, Franz Beckenbauer, Berti Vogts e Uli Hoeneß.

La Cecoslovacchia è una squadra sconosciuta ai più, magari non trascendentale, ma comunque di tutto rispetto. Allenati da Václav Ježek, i cecoslovacchi si presentano all’Europeo imbattuti da venti gare e hanno voglia di raccogliere i frutti di una generazione d’oro, chissà forse irripetibile. La rosa è composta perlopiù da giocatori slovacchi, come il carismatico capitano Anton Ondruš, soprannominato il “Beckenbauer dell’Est”, o il saettante terzino Ján Pivarník, ma il totem lì davanti è un ceco. Si chiama Zdeněk Nehoda, in patria regge sulle spalle l’attacco del leggendario Dukla Praga e nessuno ha segnato più di lui con la maglia della nazionale.

I cecoslovacchi, che già in semifinale hanno fatto a fettine l’Olanda per 3 a 1, prendono subito il largo, portandosi sul doppio vantaggio poco prima della mezzora. I tedeschi, però, accorciano le distanze con Dieter Müller e poi riacciuffano la partita nel finale grazie ad un colpo di testa di Bernd Hölzenbein.
Con una trama del genere, una partita del genere può avere un solo tipo di finale, quello più spettacolare e hollywoodiano di tutti. È scritto nelle stelle: ai supplementari non succede nulla e si va ai calci di rigore. Dopo tre tiri impeccabili per parte, la roulette russa tradisce il tedesco Hoeneß – che manda la palla in orbita generando le sarcastiche battute di Beckenbauer (“Il pallone lo stanno ancora cercando per le strade di Belgrado”) – ma non il cecoslovacco Ladislav Jurkemik, caricando della responsabilità del colpo di grazia il quinto ed ultimo rigorista biancorosso: Antonín Panenka.

In quel momento Panenka ha 28 anni, gioca da regista nei Bohemians di Praga, con studi ancora non completati da perito alberghiero. Non ha propriamente il physique du rôle dell’eroe moderno, conciato com’è con quei capelli sempre arruffati e un paio di baffoni alla Stalin, ma è un tipo naif, anticonvenzionale, indecifrabile per i portieri avversari. Prende una lunga rincorsa, quasi come se volesse assaporare quegli istanti il più a lungo possibile, e poi quando l’arbitro italiano Sergio Gonella gli dà finalmente luce verde, comincia a cavalcare verso il dischetto, accorciando e modulando la frequenza dei passi non appena entra in area di rigore proprio come farebbe un ghepardo mentre si avvicina di soppiatto alla sua preda nella savana. Alza solo una volta lo sguardo per osservare il movimento del portiere, prima di assestare con la punta dello scarpino un colpo secco appena sotto la pancia della sfera, facendo alzare una nuvoletta di gesso in corrispondenza del dischetto, quasi come a voler alzare una cortina fumogena con la quale nascondere il trucco appena eseguito: mentre Maier si sdraia a terra, infatti, l’incredulo pubblico del Marakana segue con lo sguardo la palombella di Panenka volteggiare in area prima di spegnersi beffardamente sul fondo della rete.

Panenka ha appena consegnato il titolo europeo alla Cecoslovacchia, il primo e unico della sua storia, e lo ha fatto con una giocata tanto spericolata quanto spettacolare, ardita e innovativa al tempo stesso, esibita già diverse volte prima di quella volta nel campionato cecoslovacco con la maglia dei Bohemians: “Se avessi sbagliato sarei finito a lavorare in fabbrica alla Čkd”, racconterà molti anni più tardi in un’intervista, senza nascondere un po’ di sano compiacimento ricordando quel memorabile “cucchiaio” come avremmo ribattezzato in futuro quel gesto tecnico noi italiani. “Solo un pazzo avrebbe potuto tirare un calcio di rigore così decisivo in quella maniera”, commentò Pelé. In effetti, la palombella mortifera con cui Panenka aveva scelto di far calare il sipario sul campionato europeo, era una di quelle istantanee che pongono il suo autore al confine tra il concetto di matto e quello di svitato descritto magistralmente dallo scrittore argentino Julio Cortázar: “Il matto crede di aver ragione, mentre lo svitato, va per la sua strada senza preoccuparsi di niente. E così capita che, mentre tutti frenano quando vedono un semaforo rosso, lui al contrario schiaccia l’acceleratore e poi speriamo bene”.

Anche se la giocata che lo avrebbe consegnato all’immortalità dell’antonomasia, intrappolandolo per sempre nel vocabolario calcistico, nasceva da un rischio calcolato, basato su un’inscalfibile fiducia nei propri mezzi e sulla consapevolezza di essere in possesso di una tecnica sopraffina: “Ero praticamente certo che avrei segnato”, dirà, gonfiando il petto, il centrocampista ceco.

Con la maglia dei Bohemians Panenka ha segnato oltre cento reti, alcune delle quali proprio con dei calci rigori calciati in quella maniera poco ortodossa, ma per il pubblico internazionale quello scavetto era una piacevole sorpresa. Del resto, nel pieno della guerra fredda, con la cortina di ferro ad avvolgere tutti i paesi del blocco sovietico, era praticamente impossibile ricevere informazioni provenienti dall’Europa dell’Est, figurarsi quelle riguardanti le competizioni sportive.

Antonín era entrato a far parte della famiglia del Bohemians da adolescente, nel 1967, e avrebbe lasciato i biancoverdi solo nel 1981, complice anche un regolamento che non permetteva ai calciatori di trasferirsi prima del compimento del trentaduesimo anno di età. Coi biancoverdi non vinse mai nulla, se non l’affetto della gente per cui diventò ben presto un idolo da venerare e un premio come miglior calciatore cecoslovacco dell’anno nel 1980, ma fu quel laboratorio a fargli venire l’ispirazione per l’ormai celebre rigore alla “panenka”.

Come tutte le invenzioni geniali, dopotutto, anche quella del “cucchiaio” arrivò in maniera casuale. C’era questo portiere del Bohemians, tale Zdeněk Hruška, che dopo l’allenamento si intratteneva per sfidare Panenka ai calci di rigore in sfide amichevoli con in palio una pinta di birra o qualche spicciolo, stimolandolo così ad escogitare soluzioni sempre più ingegnose e controintuitive per uscire vincitore dal duello dagli undici metri: “Era molto forte sui calci di rigore. Mi ha battuto molte volte e per colpa sua ho perso molti soldi”, ha ricordato scherzando in un’intervista Panenka. Da questa frustrazione Antonín avrebbe inventato uno dei tiri più iconici e in seguito imitati: “Ho iniziato a pensare sempre più frequentemente a come battere un rigore nel modo più efficace possibile. Anche di notte lo facevo. Sapevo che i portieri solitamente scelgono un lato, ma se si calcia la palla troppo forte il rischio è che il portiere possa intervenire con la gamba, salvandosi prima di andare a terra. Tuttavia, se il contatto con la palla è più leggero, per lui diventa impossibile tornare al centro se ha già battezzato un lato, tuffandosi in quella direzione”.

Travolto improvvisamente dalla gloria, ma non dalla ricchezza, dopo quella leggendaria partita Panenka rimase altri cinque anni al servizio dei Bohemians, prima di volare all’estero al compimento del trentaduesimo anno di età, come prevedevano i regolamenti socialisti dell’epoca. Era ormai l’alba degli anni ‘80, quando l’elegante e visionario centrocampista ceco si ritrovò sul tavolo allettanti offerte provenienti da Inghilterra e Spagna, ma alla fine decise di sposare la causa del Rapid Vienna e mettervi le tende per quattro stagioni, conoscendo un ultimo lampo di gloria nella finale di Coppa delle Coppe persa nel 1985 con gli inglesi dell’Everton. Chiuse la carriera otto anni più tardi, alla veneranda età di quarantacinque anni, dopo aver passato gli ultimi anni a spolmonarsi nei polverosi campi delle serie minori austriache, ma senza mai perdere il vizio che lo aveva reso famoso in tutto il mondo: in tutto, secondo un meticoloso conteggio effettuato da egli stesso, Panenka avrebbe fatto il “cucchiaio” in gare ufficiali per ben trentacinque volte, rimediando la figuraccia in una sola circostanza. Oggi, neosettantenne un po’ segnato dagli acciacchi del tempo, vive nella sua Praga e riveste la carica di presidente onorario del Bohemians, la società del cuore per la quale ha fatto un po’ di tutto, dal giocatore al dirigente, passando per l’allenatore. Per Antonín Panenka, dopotutto, il Bohemians non è solo una squadra di calcio, ma una famiglia: “Ci sono arrivato che avevo nove anni e ci ho giocato per 23 anni. Vi sono tornato anche dopo la parentesi in Austria. Qui sono stato allenatore, dirigente e ora sono presidente. Il mio nome è legato indissolubilmente a quello del Bohemians. Questa è casa mia!”

di Vincenzo Lacerenza