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Il capolavoro degli anni Trenta di Gustav Machatý, spartiacque nella storia dell’arte cinematografica, è tornato protagonista quest’estate a Venezia

“Nel giardino dell’Excelsior, quella sera, si udiva il respiro degli spettatori attentissimi, si sentiva un brivido correre per la platea”. Queste parole – scritte dal giovane Michelangelo Antonioni in veste di critico alla seconda edizione, nel 1934, della Mostra del cinema di Venezia – sottintendono l’impatto tremendo di Estasi, scritto e diretto dal regista praghese Gustav Machatý, durante quella storica prima proiezione. Definita “pellicola pornografica” dall’Osservatore Romano, suscitò persino l’attenzione di Mussolini, tanto che il Duce ne richiese una proiezione privata. Nonostante i tentativi del Papa di bloccarlo, fu proiettato il 7 agosto 1934 e la regia cecoslovacca fu premiata con la Coppa città di Venezia. Secondo un sondaggio fra il pubblico, Extase fu giudicato il miglior film straniero e Machatý il miglior regista. Un film scandaloso, considerato una svolta nel percorso del cinema internazionale e che segnò anche l’inizio della carriera della protagonista, Hedy Lamarr, successivamente lanciata a Hollywood con l’etichetta de “la donna più bella del mondo”.

Quest’anno, 87 anni dopo quella storica proiezione, il film è tornato a Venezia, per la serata di pre-apertura, in una versione restaurata in 4K (uno standard per la risoluzione del cinema digitale e quindi con un’immagine più dettagliata). Ma perché questa pellicola, definita “un manifesto dell’epoca e una sinfonia d’amore”, fece così tanto scalpore? E soprattutto, polemiche a parte, perché merita di essere rivista oggigiorno?

Per capire un po’ il contesto in cui apparve la pellicola, prima di tutto va ricordato che il regista era un autore già incline a trovarsi al centro delle polemiche. Nato a Praga il 9 maggio 1901, Machatý emigrò a Hollywood all’inizio degli anni ‘20, dove ebbe la fortuna di fare un apprendistato presso due cineasti leggendari, David Wark Griffith, regista del memorabile “Nascita di una nazione”, ed Erich von Stroheim, altro maestro della prima metà del Novecento.

Rientrato a Praga, Machatý diventò immediatamente uno dei pochi registi cecoslovacchi conosciuti a livello internazionale. In patria cementò la sua reputazione con un ottimo adattamento di Lev Tolstoj, “La sonata a Kreutzer” (Kreutzerova sonáta: 1926). Ma fu poi la sua voglia di toccare argomenti considerati fino ad allora tabù ad emergere, quando ormai si era verso la fine dell’epoca del cinema muto.

Con “Erotikon”, nel 1929, il regista volle porre fine all’idea per cui mostrare erotismo sul grande schermo fosse socialmente e moralmente inaccettabile. Quel film – il primo della storia a far immaginare il compimento di un atto sessuale – scatenò in realtà una piccola rivoluzione nel modo di intendere l’erotismo. Naturalmente oggi, trascorsi 90 anni, le scene che all’epoca fecero scalpore appaiono piuttosto leggere e inoffensive. La trama del film, noto in Italia anche con il titolo “Seduzione”, giocava sulle allusioni e le espressioni dei protagonisti senza far vedere corpi nudi o atti sessuali. Quello che succede è percepito attraverso le facce degli attori, tuttavia il regista riuscì innegabilmente a creare una notevole tensione erotica fra gli spettatori. La stessa formula vincente venne replicata quattro anni dopo in “Estasi” (Extase: 1933), caratterizzato da scene erotiche alquanto allusive.

La trama si può riassumere così: sposata con un uomo ricco, anziano, impotente e volgare, Eva (interpretata da Hedy Lamarr) torna alla fattoria paterna, a contatto con la natura, e passa una notte d’amore con il giovane Adam (interpretato da Aribert Mog). Sconvolta, quando viene a sapere che il marito si è ucciso per disperazione, lascia l’amante.

La notorietà del film fu dovuta sostanzialmente alle scene di nudo integrale della diciannovenne Hedy Kiesler – la stessa che dopo l’esilio americano cominciò a chiamarsi Hedy Lamarr – la quale in una scena nuota in un lago senza veli. Si trattò poi del primo film non pornografico a rappresentare un atto sessuale e un orgasmo femminile, sebbene visibili solo dai primi piani dei due protagonisti.

Lo scandalo fu enorme. Papa Pio XI denunciò il film pubblicamente. La Germania hitleriana, anche per il fatto che Lamarr era ebrea, lo vietò, per poi riammetterlo, censurato, nel 1935-36 e con il titolo di Symphonie der Liebe (Sinfonia d’amore) e un montaggio diverso. La mannaia del divieto giunse anche nell’Italia di Mussolini, nonostante il permesso della proiezione a Venezia.

Negli Stati Uniti il film uscì solo nel 1940, e Fritz Mandl, il marito dell’attrice all’epoca del film, spinto dalla gelosia, cercò (inutilmente) di comprare tutte le copie esistenti al mondo del film per toglierle dalla circolazione.

Il clamore che circondava l’opera di Machatý non poté far altro che suscitare ancora di più l’interesse del pubblico e servire come la miglior forma di pubblicità. Il film rimane oggi una pietra miliare nella storia del cinema ma – polemiche a parte – quali sono i meriti da attribuire a questa pellicola? I critici presenti nel 1934 a Venezia apprezzarono soprattutto la capacità del regista di cogliere la magia della natura, i riflessi di luce dei campi e dei boschi e delle acque, contribuendo all’atmosfera tragica e fatalista con una bella fusione di elementi naturali, più che sensuali.

Col tempo il film ha gradualmente acquisito importanza per aver rappresentato un periodo storico particolare: il passaggio dal cinema muto al sonoro. Si tratta infatti di una pellicola strutturata sul linguaggio del muto e si distingue per l’espressività grazie al sapiente uso del montaggio, simbolico e allusivo, che rievoca le qualità dei capolavori del cinema antecedente al sonoro. Se da una parte rimane un’opera apprezzatissima fra gli addetti ai lavori, in primo luogo dalla critica e dai cineasti, dall’altra è stato lo stesso regista a sminuirne l’importanza, quando dopo molti anni dichiarò: “fu un mio lavoro giovanile, da non prendere troppo sul serio”.

Eppure, Venezia non è stato l’unico luogo fuori i confini della Repubblica Ceca a rendere omaggio a Machatý e alla sua audacia. Nel 2017 il Museum of Modern Art (MoMA) di New York ha ospitato la mostra “Ecstasy and Irony: Czech Cinema, 1927–1943”, dedicata in modo particolare al regista praghese, al simbolismo audace di Erotikon e di Extase, così come al suo primo film sonoro “Ze soboty na neděli” (Da sabato a domenica, del 1931), oltre che al duo Jiří Voskovec e Jan Werich e ad altre stelle come Hugo Haas e Oldřich Nový. Una mostra con l’intenzione di dimostrare che il cinema ceco è sempre stato all’avanguardia e con un’industria di altissima qualità, cosa che l’opinione pubblica spesso trascura. Fu però proprio quando costruiva una sua ben precisa fisionomia che l’arte cinematografica fu bruscamente interrotta dal nazismo e dalla guerra.

La ciliegina sulla torta è arrivata con la proiezione di Extase a quest’ultima Mostra di Venezia e con il premio Venezia Classici per il Miglior film restaurato. Il rifacimento digitale del film in 4K, presentato in anteprima mondiale nella città lagunare, è stato realizzato dal Národní filmový archiv (Cineteca di Praga) presso il laboratorio specializzato L’immagine Ritrovata di Bologna.

Un motivo certamente di grande orgoglio per la Repubblica Ceca, un Paese il cui cinema nazionale suscita oggi ben poco interesse all’estero, ma che può vantare tanti gioielli del passato da riscoprire.

di Lawrence Formisano