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Dopo la tragedia finanziaria della Grecia gli outsider dell’Eurozona, tra cui la Repubblica ceca, hanno rallentato la propria corsa

Il porto sicuro dell’Eurozona non sembra più così desiderabile per molti dei Paesi dell’Europa centrorientale. La crisi della Grecia, che ha messo in dubbio il sistema della moneta unica europea e la sicurezza del paracadute costituito dall’Eurogruppo ha posto a dura prova la valuta che raccoglie 16 Paesi dello spazio Ue. E se da una parte l’Estonia ha continuato la sua strada e, dopo l’ok della Commissione europea, potrà adottare l’euro dal primo gennaio 2011, a Praga, per esempio, tira aria di “euroscetticismo”. Questa volta, però, in discussione è la divisa comune e non le istituzioni o i tentativi di accentramento. Il portavoce di questo scontento, comunque, resta il presidente Václav Klaus, che ha nuovamente proposto la sua vena polemica e anti-Bruxelles questa volta in chiave monetaria.
La tragedia greca, secondo il capo di stato ceco, è proprio colpa dell’euro. Parlando della gravissima crisi che ha messo in ginocchio il Paese ellenico, Klaus ha spiegato che Atene avrebbe avuto bisogno di svalutare la dracma del 40%, ma “sfortunatamente la dracma non esiste più. La vera causa di questa tragedia non è la politica razionale o irrazionale della Grecia, ma è l’euro”. Un necrologio non troppo velato al quale si aggiunge anche la sottolineatura del completo fallimento del progetto della moneta unica “da lungo tempo”, simboleggiato, secondo il presidente ceco, proprio dalla tragedia della Grecia.
E se la Repubblica ceca negli ultimi anni aveva più volte rinviato l’annuncio di una data per l’adozione dell’euro, posticipando più di una volta la decisione, lasciando a tempi migliori prima, a un nuovo governo poi questa incombenza, adesso sembra che la possibilità di entrare a far parte del club si allontani ancora di più e senza troppi rimpianti. Chi vuole vedere anche il pelo nell’uovo ha voluto spiegare in tal senso le inaspettate dimissioni del governatore della Banca centrale ceca Zdenek Tůma, neutrale rispetto all’euro, ma che aveva ipotizzato un’adozione intorno al 2015-2016.
Il presidente ceco, l’euroscettico Václav Klaus, come successore di Tůma, ha nominato Miroslav Singer, un economista che non ha mai mostrato particolare favore nei confronti della moneta unica europea.
E tutto fa presagire che anche il nuovo governo di centrodestra, uscito dalle elezioni di fine maggio, andrà molto cauto sull’argomento euro.
07 Euro + Zakaz
E come dare torto al nuovo premier Petr Nečas, se anche l’euroentusiasta Polonia o le neo-entrate Bulgaria e Romania stanno pigiando il piede sul freno lamentando, senza bisogno del richiamo dell’Ue, livelli di deficit di bilancio troppo elevati e ben al di sopra del 3% del Pil dettato dai criteri di Maastricht. A dimostrazione di questo diffuso scetticismo le dichiarazioni del premier polacco Donald Tusk, da sempre sostenitore della moneta unica, che recentemente, dopo i fatti di Atene, ha sostenuto che l’ingresso nell’Eurozona “non è una priorità” e la data potrà essere posticipata dal 2012 al 2015 quando il club si sarà ripreso dalle ferite.
Dopo settimane di tempesta sui mercati, i benefici dell’adozione dell’euro non sono più così chiari come nei primi mesi della crisi finanzaria, nel 2007 e nel 2008, quando i Paesi più piccoli di Eurolandia, furono protetti dalle oscillazioni dei cambi dall’appartenenza al club. Gli svantaggi sono emersi in piena luce nei mesi scorsi grazie al quasi fallimento della Grecia: Atene dovrà piegarsi ad anni di severa austerità in cambio di 110 miliardi di euro che le saranno concessi dall’eurozona e dal Fondo monetario internazionale.
L’impressione di un raffreddamento dei sentimenti della Nuova Europa nei confronti dell’euro, dopo l’entusiasmo della Slovenia e della Slovacchia, è stato registrato anche da un’agenzia di rating internazionale, Fitch. La crisi finanziaria globale ritarderà ulteriormente l’adozione dell’euro da parte di sette paesi dell’Europa centrale e orientale membri dell’Ue, a causa del peggioramento dei loro deficit di bilancio. “Le ultime previsioni di Fitch per il calendario di adesione all’euro sono: 2011 per l’Estonia, 2014 per la Lituania, 2015 per la Bulgaria, l’Ungheria, la Lettonia, la Polonia e la Romania, 2016 per la Repubblica ceca. Ma le probabilità sono di un ritardo
maggiore”.
E se questo non bastasse a far capire da che parte pende la bilancia ad aprile un sondaggio dell’agenzia Cvvm in Repubblica ceca ha mostrato che il 55% degli interpellati è contrario alla divisa unica, il 38% favorevole e il 7% indeciso. Percentuali di gran lunga inferiori ai mesi scorsi. Rimane il fatto, però, che molti industriali potrebbero ancora fare pressioni sul governo per l’adozione della moneta unica che faciliterebbe gli scambi commerciali all’interno della zona euro. Ma prima dovrà passare la tempesta e le acque non sembrano ancora calme.

Di Daniela Mogavero