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Icona nazionale è dir poco. Karel Gott, il cantante pop più amato dal paese, oggi come ai tempi del regime

L’usignolo d’oro, la voce d’oro di Praga, il maestro, il divino Karel e anche il Sinatra dell’Est. Sono solo alcuni dei soprannomi affibbiati nel corso degli anni a Karel Gott, autentico simbolo della canzonetta pop cecoslovacca (e successivamente ceca). Uno dei pochi, se non l’unico, cantante di queste terre ad avere avuto anche un discreto successo all’estero. Non a caso Mariusz Szczygieł, una sorta di Terzani della Vistola, decise di intitolare il suo libro di resoconti sulla Cecoslovacchia comunista Gottland. Il giornalista, con quel titolo, aveva voluto sublimare l’essenza del paese ateo che aveva sostituito Bůh (Dio) con Gott (Karel appunto). L’uscita del libro in Repubblica Ceca nel 2007 aveva anche causato problemi di copyright: Gottland infatti era un marchio registrato ed era riferito al museo di Gott a Kolín.

Eppure, a sentire il cantante, la sua carriera è iniziata quasi per caso. Nato il 14 luglio del 1939 a Plzeň, in quello che allora era il Protettorato di Boemia e Moravia, ha detto che i suoi sogni di bambino e adolescente erano altri due: guidare vaporiere e dipingere (e almeno il secondo, col tempo lo ha realizzato).

Ad oggi, 80 anni dopo, Karel Gott lo sentiamo nominare soprattutto quando vengono consegnati gli Zlatí slavíci, gli usignoli d’oro, il massimo premio della musica pop ceca. E non a caso zlatý slavík è uno dei soprannomi di Gott, poiché ancora oggi è il cantante a vincerne più di tutti. 60 anni fa, se qualcuno avesse detto a Karel Gott che sarebbe diventato il cantante più popolare nella storia della musica pop ceca, ne avrebbe riso. Ciò nondimeno, al tempo partecipò a un concorso per cantanti di talento ma non fu scelto. Da lì il padre decise di iscriverlo a un istituto professionale. Gott finì in fabbrica e nel tempo libero iniziò la sua carriera vocale come dilettante, andando a cantare nei caffè a fine anni ‘50. Siccome la risposta di pubblico era buona iniziò a esibirsi sempre più spesso e di lì a poco si mise a studiare canto lirico, abbandonando il lavoro di fabbrica che aveva avuto fino ad allora. Qui un suo maestro (Konstantin Karenin) gli diede uno dei consigli che è alla base – dice lui – del suo successo con le donne: “non dire mai di aver studiato da tenore al conservatorio, altrimenti si spaventano”.

La prima svolta nella sua carriera, comunque, arriva a 24 anni, nel 1963. A quel tempo, Jiří Šlitr e Jiří Suchý venivano ad ascoltare i concerti al Café Vltava a Dejvice, dove Gott si esibiva. “Quando mi hanno sentito cantare Only You mi hanno subito offerto un contratto per il divadlo Semafor”, dove il cantante parteciperà alla realizzazione del musical Kdyby tisíc klarinetů (Se mille clarinetti). Solo un anno dopo vincerà già il suo primo zlatý slavík.

Un altro grande momento della carriera di Gott arriva appena tre anni dopo, nel 1967, con il suo viaggio e la sua permanenza di diversi mesi a Las Vegas. Anche qui un evento segnato dal destino, anche se in senso inverso rispetto al modo in cui il maestro divenne cantante. Nel 1960, infatti, l’operaio Karel Gott aveva portato ai colleghi alcuni dischi americani e aveva detto che gli sarebbe piaciuto visitare Las Vegas. Ovviamente tutti ne risero ma, come dirà il cantante in un’intervista successiva, alla fine fu lui ad averla vinta, e dagli States inviò a quegli stessi colleghi una cartolina con una freccetta su un edificio e la scritta “Stasera canto qui”. Durante la permanenza negli Usa, poi, Gott conobbe Karel Svoboda, che scriverà molti dei successi del cantante, il più famoso dei quali potrebbe essere considerato Lady Carneval.

Di lì a poco Gott si esibirà spesso all’estero. Canta a Cannes dove nel 1967 si reca per partecipare alle premiazioni del Trofeo mondiale per il disco, ha un grande successo in Germania, anche in quella occidentale, probabilmente via Ddr, che aveva mercato unico con la Cecoslovacchia. Secondo la collega Vlasta Kahovcová uno dei pochi luoghi in cui l’usignolo d’oro viene sommerso dai fischi sarà proprio l’Italia. Probabilmente accadde nel corso di una esibizione a Verona.

Negli anni ‘70 e ‘80 la carriera di Gott è in costante ascesa, per la Cecoslovacchia diventa un artista mitico che per noi sarebbe riassumibile in un incrocio tra Al Bano e Morandi. La maggior parte dei suoi album diventa subito disco d’argento, oro e platino (per inciso, al tempo un disco d’oro in Cecoslovacchia si otteneva con la vendita di 5.000 copie in patria o 2.500 all’estero), ed è suo l’album ceco più venduto di tutti i tempi nel paese – “Christmas in Golden Prague”. Vanno benissimo anche le vendite all’estero, tanto che al tempo si era soliti dire che i dischi di Gott portavano più soldi allo Stato cecoslovacco delle auto della Škoda.

Ha, ovviamente, un grande successo anche con le donne. Decine di amanti (a patto di non parlare mai di particolari intimi o privati) e tre matrimoni, uno dei quali però andò a monte per scelta di Martina Zbořilová, che poi sposerà Miloš Forman.

Un grande successo in un paese guidato da un regime come la Cecoslovacchia, così come la possibilità di esibirsi all’estero, lasciano intendere che il maestro avesse anche ottimi rapporti con il Ksč, il Partito comunista cecoslovacco. Di fatto però, pur essendo visto come un cantante simbolo della normalizzazione, che riceveva diversi favori dalla dirigenza – fu l’unico cui fu concesso di apparire in televisione coi capelli lunghi, stratagemma che usava per nascondere le orecchie a sventola – rimase sempre molto amato dal pubblico. Proprio per questo Gott fu uno dei firmatari dell’Anticharta, documento con cui artisti e intellettuali che andavano per la maggiore nell’allora Cecoslovacchia risposero a Charta 77.

Ma è anche vero che una sua canzone, Kam šel můj bratr Jan (Dov’è andato mio fratello Jan), uscita nel 1978 nell’album di cover Romantika, è dedicata indirettamente a Jan Palach. E ancora, nel 1989, da un balcone del Palazzo Melantrich, davanti a una Piazza Venceslao gremita di cittadini, Gott canterà l’inno nazionale ceco assieme a Karel Kryl, che nel 1969 aveva scritto Bratříčku zavírej vrátku (Fratellino chiudi la porta), la canzone simbolo della delusione per la fine della Primavera di Praga: ciò rappresenterà per la popolazione un segnale chiaro della fine del comunismo.

La fine del regime fu però vista dal cantante anche come una probabile fine della carriera. È vero che nel 1992 la rivista polacca Wropst lo aveva classificato come l’uomo più ricco della Cecoslovacchia ma il mercato era cambiato: era definitivamente arrivata la musica occidentale e il maestro temeva, come dirà anni dopo, che “le persone sarebbero diventate più schizzinose”. Gott aveva insomma paura che la gente avrebbe perso interesse per lui, essendo un po’ il simbolo della musica che andava per la maggiore sotto il regime precedente.

Così però non è stato e anzi, Gott sarà il cantante “di prima” che avrà più fan anche tra le nuove generazioni. Come? Il cantante dice che sia il suo modo di fare e il suo ottimo rapporto col pubblico. Anche Václav Havel, che aveva firmato Charta 77, si complimentò col maestro in occasione dei suoi 60 anni, dicendo che “Karel Gott è un esempio di continuità per me, come il monte Říp”. E a ben guardare, le due cose della Cecoslovacchia socialista ancora attive oggi, sono proprio quelle che “contribuivano maggiormente” al fatturato nazionale del paese socialista: Karel Gott e la Škoda.

di Tiziano Marasco