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La diffidenza dei cechi verso l’Europa. Un bluff o un problema di integrazione?
Dalla cooperazione rafforzata all’esclusione de facto: come permettere la crescita dell’Unione nonostante le divisioni

Comprensibile che i cechi temano un’integrazione che necessariamente porta con sé anche regole. Francamente sembrano però meno diffidenti nei confronti dei soldi che piovono dall’Europa per lo sviluppo del Paese fino al 2013 e dei vantaggi del mercato unico

Sempre di più, negli ultimi tempi, si avverte un certo fastidio, in alcuni stati membri, nei confronti dell’Unione europea, delle sue istituzioni, dell’allargamento ad altri paesi. Fra questi, la Repubblica ceca è forse l’esempio più eclatante. Europea fino al midollo, antico baricentro culturale e politico della Mitteleuropa, la Repubblica ceca è forse, fra i nuovi entrati, quello con la più forte vocazione europea. Eppure ogni volta che il paese si affaccia ad una questione legata all’Unione sentiamo dichiarazioni di scetticismo, quando non di contrarietà all’Europa.
Quasi che il risentimento e il senso di occupazione avvertito nei confronti dell’Unione sovietica sia stato naturalmente sostituito nell’inconscio dei cechi dall’europa e le sue istituzioni.
Pensiamo alle continue prese di posizione del presidente Vaclav Klaus contro l’adozione del trattato di Lisbona, fino alla sua entrata in vigore.
Oppure, allo scarso entusiasmo verso la nuova Commissione dei rappresentanti cechi nel Parlamento europeo. Dei 22 eurodeputati proveniente dalla Repubblica ceca, solo 11 hanno detto sì alla nuova Commissione, laddove l’Europarlamento nel suo complesso ha espresso una maggioranza assolutamente convincente (488 voti favorevoli, 137 contrari e 72 astensioni).
Il mondo politico ceco non ha mancato di esprimere freddezza neanche sull’“agenda 2020” lanciata dalla Commissione. Da Praga sono giunte parole critiche anche da parte del ministro dell’Interno, il socialdemocratico Martin Pecina, deluso dallo scarso sostegno dell’Unione per la questione dei visti imposti dal Canada ai cittadini cechi.
Queste posizioni di diffidenza trovano sponda in altri Stati membri, soprattutto del centro est. Noi ci limitiamo a tentare di dare una spiegazione e a immaginare le soluzioni.
Anzitutto bisogna considerare le particolarità e la storia del paese. Spiega su “El Pays” Jiri Pehe, analista politico e direttore della New York University di Praga: “Dal 1620, salvo poche eccezioni, la Repubblica Ceca è stata una provincia dipendente dal potere straniero. Prima Vienna, poi Mosca…Ora Bruxelles? Si chiede la gente.”
12 Pandolfi Fischer Rompuy
Forse questa diffidenza dei Cechi risiede anche nel loro carattere:. “Non credo che siamo un paese di euroscettici, ma piuttosto un paese scettico” spiega il verde Matej Stropnicky. Comprensibile quindi che i cittadini temano un’integrazione che necessariamente porta con sé l’imposizione di regole. Anche se francamente sembrano meno diffidenti nei confronti dei soldi che piovono dall’Europa per lo sviluppo del paese fino al 2013 e dei vantaggi del mercato unico.
Nella storia dell’integrazione europea però le posizioni contrarie all’integrazione ci sono sempre state, fra i cittadini e nei governi. Non dimentichiamo che la costituzione europea è stata bocciata dalla Francia, né la posizione indipendente della Gran Bretagna sull’Euro, né le divisioni su politica estera e di difesa. Inquadrate in quest’ottica le resistenze ceche non scandalizzano più di tanto e sono da considerare fisiologiche.
Rimane sicuramente la riflessione necessaria sul futuro dell’Europa e sulle modalità dell’integrazione. In politica estera, economica, come su altri temi le divisioni sono ancora fortissime. Si pensi al caso della risposta alla crisi greca, che ha visto la lacerante divisione fra Francia e Germania, due paesi fondatori. La risposta ai dubbi sul futuro non può che guardare alla volontà politica di sanare le divisioni e procedere nell’integrazione. Se pure perfettibile, il trattato di Lisbona ci ha consegnato un’Europa che può crescere a più velocità. Un gruppo di almeno 9 Stati membri può darsi una cooperazione rafforzata su temi per i quali manchi il consenso unanime. Stessa cosa avviene per la cooperazione strutturata nella politica di difesa, mentre per settori come la moneta unica gli Stati possono esercitare clausole di esenzione o di opting-out, se non possono o non vogliono aderire. Già si parla concretamente di cooperazione rafforzata per questioni di diversa natura. In materia di politica energetica, una doppia velocità è proposta da più parti. Fra tutti l’ex presidente della Commissione europea Jacques Delors, secondo il quale “I paesi dell’UE non sono ancora pronti a impegnarsi in favore di una politica comune dell’energia. Ma una piccola avanguardia di paesi potrebbe decidere di procedere su questa strada senza tardare oltre”. Stesso strumento è invocato in materia di disciplina del divorzio e di relazioni euro-mediterranee. Inoltre l’integrazione può nascere al di fuori dall’UE per poi entrare nel suo quadro giuridico, come è avvenuto per Schenghen. C’è anche la possibilità del ritiro di uno Stato, o dell’esclusione “de facto” dall’Unione per violazione della carta dei diritti. C’è l’iniziativa popolare, come forma di partecipazione alle decisioni. Gli strumenti ci sono, per chi vuole andare avanti e per chi ha tempi più lunghi.
Ora serve solo la volontà politica e il senso di responsabilità. Secondo il Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, infatti, il maggior pericolo che incombe sull’Europa è il populismo imperante e, di conseguenza, la mancanza di compromesso europeo. Il che rende difficile adottare le misure necessarie per il futuro dell’Europa, che nei prossimi anni saranno necessariamente impopolari.

Di Luca Pandolfi