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Dalle origini agli Anni ’60: la storia di un punto di riferimento culturale della capitale ceca

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Le origini

Alla fine della Prima Guerra Mondiale si rinforzò il legame di amicizia tra Cecoslovacchia e Italia e, nel quadro di questo rinnovato sentimento, a Praga, grazie ad accademici locali e italiani, il 27 ottobre 1922 venne formalmente costituito l’Istituto di Cultura Italiana (in ceco Ústav italské kultury), inaugurato ufficialmente l’anno successivo, il 2 marzo 1923. All’evento, tenutosi all’Obecní dům di Praga, presenziarono il ministro plenipotenziario Antonio Chiaramonte Bordonaro e importanti autorità praghesi come il ministro degli Esteri Edvard Beneš, il cancelliere presidenziale Přemysl Šámal e, per conto dell’Università Carolina, il professore e critico letterario František X. Šalda.

Nei suoi primi passi, l’ICI crebbe soprattutto grazie a donazioni pubbliche e private, come il contributo personale di 5.000 corone del presidente della Repubblica Cecoslovacca, Tomaš G. Masaryk. In un primo tempo nei locali di Ječná 26 (Praga 2), l’Istituto, che nasceva di fatto come una società italo-ceca semi-privata, ebbe l’obiettivo, come si cita nello statuto del ‘22, di “diffondere e approfondire la conoscenza della cultura italiana in Cecoslovacchia e di organizzare reciproci rapporti intellettuali e artistici tra l’Italia e la Cecoslovacchia con tutti i mezzi adatti a tal fine”. Per questo scopo, al suo interno furono costituite cinque sezioni dedicate alla scienza, alla scuola, all’ambito artistico e sociale e, ancora, all’editoria. Si univa una biblioteca, il cui catalogo gettava le basi di quella che sarebbe divenuta la più grande biblioteca italiana in Repubblica Ceca.

Tante le personalità vicine alla nuova istituzione, tra le quali lo scrittore Giani Stuparich, lettore di Lingua Italiana all’Università di Praga tra il 1921 e il 1922. Della stessa cerchia accademica il prof. Bindo Chiurlo, uno dei primi direttori dell’Istituto, curatore de La Rivista Italiana di Praga a cui si affiancava il Bollettino dell’Istituto di Cultura Italiana di Praga, periodico informativo sui reciproci avvenimenti culturali sia in Italia che in Cecoslovacchia.

L’ICI fece suo il motto della cultura attraverso la lingua e fin dalle prime battute si impegnò nell’organizzare i primi corsi di italiano. Per il suo metodo innovativo e per il suo grande successo nei rapporti culturali tra le due nazioni, l’ICI di Praga divenne la matrice di quella che, nei decenni successivi, sarebbe diventata la rete diplomatica italiana specializzata nella promozione della cultura e della lingua italiana nel mondo.

“Una “casa” per l’ICI” (Anni ‘30 – ‘40)

Trasferito l’ICI nel 1933 in via Jungmannova 38 (Praga 2), nel 1938 subentrò come direttore Ettore Lo Gatto, la cui nomina, in quanto slavista, fu ben vista dall’intellighenzia culturale di Praga. Dopo l’occupazione tedesca della Cecoslovacchia nel 1939, Lo Gatto mantenne l’ICI in buoni rapporti sia con i nazisti e sia con l’élite culturale praghese e, nel 1941 si riteneva soddisfatto nell’aver appagato, attraverso le attività svolte, i “desideri culturali e scientifici dei suoi soci, italiani, cechi e tedeschi senza distinzione”. L’inevitabile maggiore presenza di soci e studenti cechi all’ICI non fu gradita dalle autorità del Reich e l’allora console d’Italia Casto Caruso, nel voler smorzare la tensione politica, propose di trasformare il nome Istituto di Cultura Italiana in Istituto Italiano di Cultura, modificando l’ente italo-ceco in una definizione esclusivamente italiana.

Nel 1942 il neodirettore dell’Istituto Enrico De Negri vide l’ancora l’ICI traslocato nell’attuale sede di Malá Strana, all’epoca nuova “Casa d’Italia”, ceduta allo Stato italiano dalla Congregazione degli Italiani. Fu un anno complesso, data la scelta, per ragioni politiche, di chiudere i corsi di lingua italiana agli studenti cechi. A tal proposito De Negri scrisse: “Questo è un provvedimento che i Cechi hanno presentito e temuto, e la cui eventualità non hanno mai attribuito ad iniziativa italiana. Così si chiude a Praga l’ultimo Istituto, a carattere accademico, al quale i Cechi avessero ancora accesso. È veramente doloroso e penoso a un Direttore di un Istituto di Cultura interrompere una nobile tradizione, e vietare a una non piccola e non indegna massa di persone l’accesso ad un bene spirituale, per di più, in questo caso, italiano, che per diritto di natura dovrebbe essere aperto a chiunque. Di qui la necessità di agire con cautela e con tatto, in modo di non ferire una classe intellettuale già duramente provata e da non volerla contro di noi. Se i Cechi, esclusi dai corsi, possano avere accesso ai locali ed alla biblioteca, o almeno al prestito dei libri, questi son piccoli particolari che potrebbero avere, anche per l’avvenire, grande peso”.

Nello stesso anno, Casto Caruso ottenne dalle autorità del Protettorato l’ingresso di studenti cechi all’Istituto fino al 1943. Con il ribaltarsi della situazione bellica a sfavore del Reich nello stesso anno, si allentò l’attenzione dei nazisti sull’Istituto, indenne ancora una volta dal chiudere le porte alla popolazione ceca.

La Biblioteca dell’Istituto Italiano di Cultura negli anni ‘40 / The Library of the Italian Cultural Institute in the 1940s

La Biblioteca dell’Istituto Italiano di Cultura negli anni ‘40

Al servizio della libertà (Anni ‘50 – ‘60)

Alla fine della guerra, l’ICI, ormai parte del Ministero degli Affari Esteri italiano, riprese le attività culturali con iniziative di pregio, come un seminario del boemista, futuro autore di Praga magica, Angelo M. Ripellino e aumentarono le iscrizioni agli eventi e ai corsi di lingua italiana sia nella sede praghese, che in quelle di Brno e Bratislava. Un periodo di rinascita arrestato con il colpo di stato del 1948 che portò all’avvento del regime comunista e durante il quale l’Istituto dovette confrontarsi con le trasformazioni d’ordine politico e sociale del Paese. Edgardo Giorgi-Alberti, direttore proprio in quell’anno, adottò un atteggiamento di cautela, attenuando il carattere umanistico delle attività culturali dell’ICI a vantaggio di iniziative scientifiche, evitando così “conflitti di natura ideologica” con il regime.

Con le aspre leggi della dittatura contro le istituzioni culturali “capitaliste”, nel 1952 l’Istituto fu costretto a limitarsi, nei suoi servizi culturali, alla sola biblioteca, alla diapoteca, alla cineteca e all’assistenza ai borsisti. Dopo quasi 15 anni, dopo un’abile azione diplomatica, fu il neodirettore Sergio Prato, nell’autunno 1965, a riattivare l’Istituto Italiano di Cultura, non riconosciuto formalmente dalle autorità cecoslovacche, su una proposta culturale più articolata, basata sui corsi di lingua, tenuti straordinariamente da docenti italiani, sul servizio bibliotecario e su proiezioni di documentari a tema turistico.

Nonostante il divieto di utilizzare materiale pubblicitario all’esterno, il calendario culturale fu un successo: ai corsi in pochi giorni si iscrissero 180 studenti e a ben 33 proiezioni in quattro mesi assistettero circa 3.000 spettatori. Una statistica destinata a crescere notevolmente per tutti gli anni ‘60, conteggiando tra gli allievi moltissimi giovani. Dopo la Primavera di Praga nel 1968, nonostante l’elevato numero di studenti iscritti, Prato rilevò come i corsi, prima dei tragici eventi, avevano “avuto inizio in un clima di fervore e di tensione spirituale del tutto particolari. Ma il tempo che da allora è passato ha spento questi fermenti, li ha soffocati sotto una coltre cinerea di scoraggiamento e di sfiducia”. E ancora: “Il breve indirizzo di saluto da me rivolto ai nuovi studenti, nel quale sottolineavo la partecipazione sentita e larghissima del popolo italiano ai tragici fatti di Cecoslovacchia, ha suscitato un’ondata di commozione e riconoscenza la cui portata non avevo previsto”.

di Flavio R. G. Mela

 Concerto all’IIC alla fine degli anni ‘50 / Concert at the IIC in the late 1950s Concerto all’IIC alla fine degli anni ‘50 / Concert at the IIC in the late 1950s


Concerto all’IIC alla fine degli anni ‘50 / Concert at the IIC in the late 1950s