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Il Pino di Chudobín, che da 350 anni condivide gioie e dolori dell’omonima località, è l’Albero europeo dell’anno

Bassino e dal tronco un po’ ritorto, simile ad un bonsai un po’ cresciuto, a volte sovrasta il fiume Svratka e la diga di Vír dall’alto di un promontorio roccioso, durante il disgelo primaverile o quando l’acqua del bacino raggiunge il massimo livello, il dirupo ai suoi piedi viene sommerso e solo lui resta in superficie troneggiando su un’isoletta di un paio di metri quadrati. Stiamo parlando del “Guardiano del villaggio allagato”, un pino silvestre di 350 anni, noto anche come “Pino di Chudobín”, che è stato eletto “Albero europeo dell’anno”.

Il concorso, forse poco noto in Italia, nasce nel 2011 ed è organizzato dall’Epa (Environmental Partnership Association), un consorzio di sei fondazioni provenienti da Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia che sostiene progetti orientati alla protezione dell’ambiente e al coinvolgimento delle comunità locali.

Prima di parlare della competizione e delle tappe che il “guardiano” ha dovuto superare per aggiudicarsi il titolo, raccontiamone la storia. È grazie alle sue vicissitudini e alla speciale posizione che ha potuto partecipare a pieno diritto al concorso, in quanto requisito principale non sono la bellezza, la grandezza o l’età dell’albero ma la sua storia e il rapporto con la vita e il lavoro della gente del luogo in cui sorge.

Siamo nella regione della Vysočina, in una valle attraversata dal fiume Svratka. Nella seconda metà del Seicento un seme portato dal vento finì in una crepa di quel promontorio che sovrastava l’insediamento di Hamry e il paese di Chudobín, il “villaggio allagato” che negli anni Cinquanta fu sacrificato dal governo comunista per consentire la costruzione della diga di Vír. Il pino è tutto ciò che resta di quel comune ed è stato testimone dei dolorosi destini di chi dovette lasciare la casa, i campi e i propri cari. Tra essi c’erano anche la nonna e i genitori di Milan Peňáz, ingegnere forestale, collaboratore dell’Accademia delle Scienze e noto ittiologo che vive a Brno ma ha le sue radici a Chudobín e assieme ai comuni di Vír, Dalečín e Bystřice nad Pernštejn ha presentato la candidatura dell’albero al concorso.

“Mia madre era di Chudobín e lì ho trascorso l’infanzia” racconta l’87enne Peňáz che ricorda le difficoltose arrampicate da ragazzo su quel promontorio, poco lontano la carbonaia e una grotta che durante le guerre diede rifugio ai cittadini, la ferrovia di Vír e le macchine tessili di Hamry, “la casa del guardiacaccia, la caserma dei pompieri, le due passerelle di legno sul fiume”, lo stramazzo superiore che era il punto preferito dai bagnanti e dove in inverno c’era una pista di sci che durante il protettorato ospitava importanti gare.

L’epoca della Prima repubblica fu il periodo più felice per il paesino, zona di villeggiatura che attirava molti turisti, soprattutto da Brno. Le guide del 1935 riferivano che Chudobín era circondato da boschi con una gran quantità di funghi, fragole e lamponi, contava una ventina di numeri civici, un mulino e la trattoria U Juříků con il suo giardino ombreggiato dai tigli. Al pino era poi legata una leggenda. Si narrava che nella notte un diavolo sedeva ai suoi piedi e suonava il violino. Probabilmente era l’ululato dei forti venti che hanno sempre soffiato sulla valle attraversata dalla Svratka.

L’idillio non durò a lungo, si pensò di costruire una diga per proteggere la valle dalle frequenti inondazioni. Nel progetto originale Chudobín avrebbe dovuto rimanere al suo posto ma nel 1946 il piano cambiò, si decise di alzare l’altezza della diga senza però prevedere la costruzione di un nuovo paese. Il bosco fu abbattuto, le rive disboscate, le case demolite e oltre 150 persone si trasferirono, molti a Dalečín e nei comuni limitrofi. Con l’acqua bassa si possono ancora vedere i resti che giacciono sul fondo del lago. La villeggiatura fu consentita fino al 1986, dopodiché la diga di Vír è diventata un bacino idrico che assicura acqua potabile e rifornisce una parte considerevole della Moravia.

“Il lago è bello ma non so cosa darei per rivedere l’indimenticabile paesaggio attraversato dal fiume” confessa Peňáz. A contribuire al fascino del luogo è certamente anche il pino, rimasto in armonia con il panorama circostante. “Per me è un faro verde sulla roccia. Da lontano può sembrare un bonsai ma in realtà la circonferenza del tronco è di 177 centimetri ed è alto circa 14 metri” continua e spiega che l’idea di candidarlo al concorso è frutto di lunghe chiacchierate con gli amici. È stato presentato come esempio di vitalità e tenacia che “resiste alle non indifferenti oscillazioni della superficie dell’acqua, contrasta i venti, l’afa e la siccità estive”. L’attuale siccità, indicata come la peggiore degli ultimi cinque secoli, è una piaga che dal 2015 sta mettendo a dura prova l’intero suolo ceco e soprattutto la vegetazione boschiva, tanto che secondo Martin Kopecký del dipartimento di botanica dell’Accademia ceca delle scienze molti alberi rischiano di non sopravvivere quest’anno, soprattutto in regioni già afflitte dal bostrico, il parassita che le ha lasciate spoglie di conifere.

Simbolo quindi della resistenza all’impatto umano e climatico, il pino è stato dapprima uno dei candidati di “Strom roku” (“L’albero dell’anno”), versione nazionale del concorso organizzata dalla fondazione Nadace Partnerství. L’idea nasce a Brno nel 2000 e dopo due prime edizioni locali, dal 2002 diventa nazionale.

Il pino, a cui è stato dato l’appellativo di “Regina della valle inondata” – perché pino in ceco si dice “borovice” ed è un sostantivo femminile poi tradotto con “guardiano” in altre lingue – ha potuto contare fin da subito su un forte sostegno e un gran numero di voti si deve al club di appassionati del bonsai di Brno, entusiasti della candidatura. Meno entusiasta, tanto da chiederne la revoca, è stato invece l’ente statale Povodí Moravy che gestisce la diga e temeva probabilmente un’invasione di curiosi. Nella zona protetta del bacino idrico l’ingresso al pubblico è infatti vietato e l’albero, spesso oggetto delle opere di artisti e fotografi, si può osservare solo da lontano, dallo stretto sentiero che, a piedi o in bicicletta, porta a Vír.

Alla fine il 3 ottobre scorso, in una serata di gala al Planetario di Brno, il pino è stato nominato 18° “Albero dell’anno” con 4.394 voti contro i 2.506 del secondo classificato, la quercia di Žižka che si trova nel parco del castello di Náměšť nad Oslavou, un tempo sede estiva dei presidenti, sempre in Vysočina. Oltre al premio, che consiste in un trattamento arboricolo, il vincitore partecipa all’edizione europea del concorso per cui tradizionalmente si vota per tutto il mese di febbraio; già dal quarto giorno il pino era in testa alla classifica. Il 17 marzo l’Epa ha ufficializzato i risultati, quest’anno online a causa dell’emergenza sanitaria: su 285mila voti totali, 47.226 sono destinati al “guardiano” di Chudobín, quasi il doppio del secondo classificato, il ginkgo di Daruvar, in Croazia. Il terzo posto è andato al “Pioppo solitario” della Russia mentre l’Italia è stata rappresentata dalla Quercia vallonea di Tricase, provincia di Lecce, con 700 anni di storia e una chioma di 700 metri quadrati, chiamata anche “Quercia dei cento cavalieri” perché secondo la leggenda diede riparo a Federico II di Svevia e ai cavalieri del suo esercito sorpresi da un temporale.

La gente di Vír credeva così tanto nella vittoria da preparare in anticipo dei francobolli con il titolo di vincitore; il loro pino è tra l’altro il primo albero della Repubblica Ceca a vincere il concorso europeo. Il sindaco di Vír, Ladislav Stalmach, è inoltre fiero dei cittadini della regione di Bystřice che si sono presi l’impegno di piantare un albero per ogni voto ricevuto, anche nella zona che circonda la diga di Vír. Quanto al “guardiano di Chudobín”, gli si augura possa sconfiggere ancora a lungo l’inquinamento, gli insetti e i capricci del tempo.

di Sabrina Salomoni