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L’economia della Repubblica Ceca continua a crescere nonostante un rallentamento sostanziale. Preoccupano la mancanza di manodopera e la corona debole. Le grandi imprese chiedono l’adozione dell’euro ma la Banca centrale e il governo frenano

Un’economia tra le più stabili e attive d’Europa, un tasso di disoccupazione basso, deficit di bilancio e altri indicatori macroeconomici da manuale, buona infrastruttura logistica, ottimo ambiente per investire, una corona volutamente tenuta debole per favorire investimenti stranieri ed esportazioni, e un euro tenuto a distanza di sicurezza – per non turbare gli stessi investimenti di cui sopra.

Questo e molto altro è la Repubblica Ceca. Ma in questo quadro così ideale – che ha portato alcuni osservatori a parlare di Cechia come nuovo “Eldorado d’Europa” – alcune variabili già pericolose potrebbero diventare incontrollabili. Sicuramente preoccupano la mancanza di manodopera, la prosecuzione della svalutazione della moneta locale e ovviamente, gli effetti della Brexit.

La decisione presa da 17 milioni di cittadini britannici, infatti, influirà anche sulle ottime performance dell’economia ceca. Quest’anno, per esempio, era già previsto che la crescita del Pil registrasse un rallentamento, passando dal 4,2% del 2015 al 2,4-2,5. Una brusca frenata che però potrebbe ancora peggiorare a causa degli effetti della Brexit. Qualche decimo di punto percentuale, niente di più, secondo una analisi pubblicata dalla agenzia stampa Čtk, ma pur sempre una riduzione e non una crescita. Inoltre, fra le conseguenze dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, è probabile che la Banca nazionale ceca decida di spostare dal 2017 al 2018 la fine del regime di svalutazione della corona. Proprio quella strategia che dopo aver dato i suoi numerosi frutti, un aumento dell’export fra 400 e 500 miliardi di corone dal novembre 2013 (data di inizio), sta iniziando a mostrare segni di stanchezza. E anche a provocare critiche. Ci è tornato su anche il presidente Miloš Zeman, secondo cui si tratta di “strumenti buoni per soluzioni di breve periodo, che non hanno grandi chance per il futuro” ma che a lungo andare impigriscono la crescita e l’economia.

“L’inflazione calerà temporaneamente verso lo zero (0,1% a maggio) a causa di una nuova riduzione dei prezzi e un rallentamento dell’inflazione stessa – ha spiegato Petr Král, vicedirettore esecutivo per il dipartimento Politiche monetarie della Česká národní Banka. – Ma alla fine dell’anno ritornerà a crescere raggiungendo il target nel secondo e nel terzo trimestre del 2017. Il tasso di cambio potrà essere usato come strumento di politica monetaria fino a metà 2017. La Banca centrale è pronta a modificare la strategia se ci fosse una riduzione sistematica dell’inflazione che si rifletta in particolare sui salari”.

Dubbi su questa politica sono stati avanzati anche dal Fondo Monetario Internazionale che nel suo report annuale sul Paese, pur sottolineando le “incredibili performance dell’economia”, ha aggiunto che le autorità devono “resistere alle pressioni per la riduzione delle tasse e aumentare la spesa in vista delle elezioni del prossimo anno”. Inoltre secondo il Fmi per il “limite del cambio introdotto come misura temporanea e aggiuntiva per raggiungere i livelli di inflazione” la Banca centrale “dovrebbe preparare un’eventuale uscita” dal meccanismo.

Il report poi elogia il sistema bancario ceco definito “stabile” e “capace di rispondere agli choc”. Ma un altro tallone d’Achille di questa economia, secondo il Fondo, ma anche secondo la maggior parte degli analisti e di molti investitori, è la mancanza di manodopera, il che sta diventando “elemento di ostacolo”. Il vicepresidente della Associazione esportatori, Otto Daněk, ha preannunciato pressioni nei confronti del governo per facilitare l’arrivo di lavoratori da Ucraina e Bielorussia. Il rischio è che le aziende non rispettino i tempi di realizzazione dei contratti, dovendo pagare forti penali e rovinandosi la reputazione. Si calcola che in Cechia manchino migliaia di specialisti IT e programmatori, 70 mila operai e migliaia di laureati in meccanica, elettrotecnica, chimica ed esperti del settore tessile.

Oggi nel mercato del lavoro ceco sono in attesa di occupazione 117 mila posti liberi, un dato impressionante. Secondo la Confindustria ceca e Česká národní banka, più di un terzo degli operatori ritengono che il problema della mancanza di lavoratori sia destinato ad aumentare. E se la Repubblica Ceca è e resta la destinazione più attraente per gli investimenti, soprattutto per quelli di provenienza tedesca, la carenza di personale spaventa e pesa anche sul Pil.

Due dati, Pil e manodopera, che non sono passati inosservati neanche agli occhi degli economisti dell’Organizzazione per la collaborazione e lo sviluppo economico (Ocse) secondo cui l’economia ceca inizia a dare segnali di stasi, di ritardo. Più la Repubblica Ceca si avvicina all’Europa occidentale più le riforme del sistema pensionistico o l’efficientamento della macchina amministrativa non bastano più e la richiesta è quella di concentrarsi sulla produttività del lavoro: Praga non tiene il passo sulla crescita dei salari e del tenore di vita neanche della vicina Slovacchia e dell’Austria. Ancora peggiore il confronto con Romania, Lettonia, Lituania e Polonia. “Desideriamo che i vostri lavoratori guadagnino di più, ma è anche fondamentale che siano più preparati e più qualificati”, ha spiegato il segretario generale Gurria sottolineando che l’aumento degli stipendi non deve andare a scapito della competitività.

Parlando dell’economia ceca non si può tralasciare la croce e delizia degli investitori: l’euro. Il 60% delle aziende ceche è oggi a favore dell’adozione della moneta unica, secondo un sondaggio realizzato dalla Camera di commercio della Repubblica Ceca, la Hospodářská komora Čr, fra circa 600 operatori. I contrari sono circa un terzo, soprattutto nell’ambito delle piccole aziende, con meno di dieci dipendenti. In quest’ultima categoria il fronte dei contrari supera il 50%. Sul fronte opposto, quello dei pro-euro, le aziende più grandi e gli esportatori. Ma il governo non ha ancora deciso una data di eventuale adozione. Dopo il risultato del referendum in Gran Bretagna e il crollo dei mercati, è probabile che rimandi ulteriormente. “L’adozione dell’euro è una decisione politica – sottolinea Král prima di tutto. – Ma una decisione dovrebbe prendere in considerazione analisi economiche preparate ogni anno dalla Banca centrale e dal ministero delle Finanze. Praga è preparata ma non ancora abbastanza rispetto ai criteri per l’Erm II. La situazione fiscale interna non è più un ostacolo per il rispetto dei criteri di Maastricht, ma gli obiettivi di medio termine (il deficit strutturale della finanza pubblica sotto l’1% del Pil) devono essere raggiunti su basi solide. Quindi prevalgono elementi di mancato allineamento con l’Eurozona. Inoltre bisogna considerare i problemi che sta vivendo quest’area della moneta unica: la situazione dell’euro non può essere definita sufficientemente stabile. Per questi motivi la Česká národní banka e il ministero delle Finanze hanno raccomandato di non fissare una data per l’adozione e quindi di non tentare l’ingresso nell’Erm nel 2016”.

Ragionamento ancor più stringente se da oggi in poi bisognerà fare i conti anche con un’Ue in crisi, oltre che con un’Eurozona traballante. La Gran Bretagna è uno dei principali paesi destinatari dell’export ceco. Anche se gli analisti non si dicono preoccupati, i produttori di auto e di componenti ne risentiranno sicuramente. Auto e componenti formano quasi i due terzi dell’export ceco in Gran Bretagna. Per la Škoda Auto si tratta del quarto principale mercato. Lo scorso anno vi ha esportato 74.900 vetture, un migliaio in più rispetto a quelle vendute in Repubblica Ceca. Aziende come Vauxhall (Opel), Mini, Land Rover, Jaguar e anche Rolls-Royce comprano componenti dai produttori cechi. L’Unione ceca dell’Industria e dei Trasporti ha commentato il risultato del Brexit come “una brutta notizia per il business europeo e ceco, che influirà profondamente sugli stessi principi sui quali è basato il funzionamento della Unione Europea, dando inizio a un periodo di imprevedibilità e di insicurezza”. A livello politico i commenti sono stati più cauti: “L’uscita del Regno Unito dall’Ue non significa la fine del mondo, e non è la fine della Ue”, ha dichiarato a caldo il premier Bohuslav Sobotka chiedendo però “un’Ue più flessibile e meno burocratica”. L’imperativo di tutti è vedere cosa accadrà.

di Daniela Mogavero