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Praga, l’Europa, e la politica della doppia faccia

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Il Consiglio Europeo del 9 dicembre ha segnato una tappa decisiva per il destino dell’Unione europea, non solo dell’euro. Nessuno ormai può negare che un eventuale fallimento della moneta unica sarebbe una sconfitta dell’intero processo di integrazione. Eppure, anche in questa emergenza senza precedenti le divisioni politiche e gli interessi di parte ostacolano un’azione comune efficace. La Repubblica Ceca si distingue per le sue posizioni di critica e di resistenza all’integrazione. Il presidente Vaclav Klaus ha liquidato come “pragmatico” il risultato del vertice di Bruxelles e ha chiesto al governo di prendere tempo per decidere se accettarne le decisioni. Il progetto dell’euro, nel giudizio del capo di Stato ceco, è “un progetto sbagliato il cui prezzo continuerà ad aumentare in futuro” e prevedendo una fine certa della moneta unica si è candidato a occuparsi della sua “liquidazione”, sulla scorta dell’ esperienza acquisita nel passaggio dalla moneta unica cecoslovacca all’attuale corona ceca. Ma se ci possiamo dire abituati al gusto per l’iperbole e alle provocazioni di Klaus, ormai considerato un paladino dell’euroscetticismo, un poco sorprendono le reazioni di altri politici cechi, accomunati nella diffidenza verso l’Europa. Anche il premier Petr Necas, infatti, inizialmente ha dichiarato che Praga ha bisogno di tempo per riflettere, e che sarà il governo a decidere, mentre egli personalmente non gradisce un’adesione al progetto scaturito dal summit di Bruxelles. Come se il governo decidesse senza tenere conto della posizione del suo capo.
La realtà è che Praga ha accettato ufficialmente di aderire alla road map decisa a Bruxelles, che prevede di giungere entro marzo a una forma di patto intergovernativo per una fiscalità rafforzata – la cosiddetta unione fiscale – e di includere nel nuovo sistema regole e procedure per garantire maggiore stabilità, a partire dall’obbligo del pareggio di bilancio, che dovrà essere recepito negli ordinamenti degli Stati membri. In aggiunta alle nuove regole si chiede agli Stati di contribuire al conferimento al Fondo Monetario Internazionale di 200 miliardi di euro, per assicurare le risorse necessarie ad affrontare la crisi. Proprio su questo punto le resistenze ceche si fanno più forti, anche se per il ministro degli esteri Karel Schwarzenberg non c’è scelta e Praga alla fine pagherà la sua parte al FMI.
Certo Praga ha chiesto tempo per consultare il parlamento, ma ha accettato. Così come ha accettato la Svezia, che pur mantenendo una sua politica monetaria e avendo i conti in ordine, è favorevole al rigore e alla disciplina di bilancio. Anche a Stoccolma la maggioranza della popolazione è sfavorevole all’euro e per questo il governo si è riservato di anteporre un passaggio parlamentare. Diverso è il caso dell’Ungheria il cui premier Victor Orban ha opposto inizialmente un deciso rifiuto, per poi ribaltare la propria decisone, per paura di un clamoroso tonfo in patria, e allinearsi ai paesi del “sì con riserva”.
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L’unico vero no è quello della Gran Bretagna, ma non sorprenda troppo: il contributo di Londra all’integrazione è sempre stato caratterizzato da posizioni di distinzione rispetto agli altri stati e ha avuto come punto di massima intensità quello dell’”astensione costruttiva”. I motivi sono molteplici ma in generale derivanti dalla necessità di non restare isolata dall’Europa pur mantenendo la special relationship con gli Stati Uniti, in un’ottica che vede i rapporti atlantici come preferenziali.
Per quanto riguarda Praga, l’impressione è che si assista nuovamente alla politica della doppia faccia: una esterna, che se pur con tempi e le modalità diverse si allinea alle regole dell’Unione e una interna, rivolta ad un’opinione pubblica che vede con sospetto ogni imposizione esterna e asseconda posizioni semplicistiche per conservare il consenso elettorale. Niente di nuovo: già in occasione dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona Klaus ritardando la ratifica riuscì a guadagnare nelle sedi internazionali una considerazione che il peso di Praga non giustificava e in patria il ruolo di difensore dell’autonomia ceca contro l’invasore di Bruxelles.
A prescindere dal giudizio sulla serietà di tale atteggiamento, non si può non ricordare ai Cechi che l’Europa e il mercato unico hanno portato loro vantaggi enormi: 23 miliardi di euro di fondi UE a disposizione fino al 2013, libera circolazione delle merci, abolizione delle dogane, solo per citarne alcuni. Oppure ricordare loro che il 70% del Pil ceco è costituito dall’export, in gran parte verso paesi dell’eurozona. e che il fallimento dell’euro sarebbe come il fallimento del principale cliente per un impresa.
Questa volta non si può giocare con il fuoco, il rischio è di bruciarsi. Persino per gli Inglesi lo hanno capito: neppure il fatto che l’adozione di regole più rigide comprometterebbe gli interessi economici della City è servito a unire il paese contro l’Europa e la scelta di Cameron sta mettendo in forse la coalizione di governo con i liberaldemocratici.
Infine, se è vero che la Repubblica ceca è stabile e ha buoni fondamentali, è anche vero che la crisi è mondiale. Chi può scommettere sul fatto che un giorno non sia proprio Praga ad aver bisogno di essere salvata?

Di Luca Pandolfi