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Nel 1971 a Praga fu realizzato La corta notte delle bambole di vetro, un raro esempio di un film italiano girato dall’altra parte della Cortina di ferro

La torbida, misteriosa storia comincia con il ritrovamento del “cadavere” del protagonista da uno spazzino in un parco praghese, seguito dal percorso dell’ambulanza che riprende la città nelle sue vie più cupe, attraverso le stradine di Malá Strana e l’argine del fiume Moldava, poi davanti al Rudolfinium e alla Galerie Mánes. Ma l’uomo non è morto: precipitato in uno stato catalettico, è ben consapevole di quanto sta succedendo e ricorda quanto è accaduto.

L’incipit intrigante non appartiene a un thriller hitchcockiano, ma alla pellicola cult del giallo all’italiana del 1971, La corta notte delle bambole di vetro, diretta da Aldo Lado. Si tratta di una pellicola insolita e curiosa, avvolta in un’atmosfera di indefinito mistero, una potente allegoria politica, ma anche un esempio rarissimo di un film dell’Europa occidentale ambientato e girato in paesi dell’Est durante gli anni della Guerra fredda. La morbosa, desolata Praga del film (spesso notturna) è fondamentale per la costruzione della tensione, nonostante alcune scene fossero state girate anche a Zagabria. E se da una parte la Praga degli anni della normalizzazione potrebbe sembrare l’ambientazione perfetta per un thriller fantapolitico dai toni kafkiani, si tratta di un caso unico; un cast internazionale, musica del leggendario Ennio Morricone all’apice della sua carriera, il famoso direttore della fotografia pasoliniano Giuseppe Ruzzolini dietro la cinepresa, e una troupe prevalentemente da paesi socialisti. Ma come nacque un progetto del genere? Perché Praga? Un caso o una scelta intenzionale, un commento sulla tensione politica del periodo?
Per capire la genesi del progetto è necessario analizzare sia il contesto cinematografico che il contesto politico dell’epoca. Per quanto riguarda il primo, è praticamente impossibile non fare riferimento al primo lungometraggio di Dario Argento, L’uccello dalle piume di cristallo (1970). Il successo del thriller del regista romano ed i suoi due film successivi Il gatto a nove code e 4 mosche di velluto grigio consacrano definitivamente il genere conosciuto come “Giallo all’italiana” o a volte semplicemente come “giallo argentiano”. Aldo Lado, sceneggiatore e regista nato a Fiume in Croazia ma veneziano di adozione, era stato scelto dal produttore Enzo Doria per fare un nuovo film da lanciare sul mercato di questo sottogenere di gialli; Lado, tuttavia, aveva altre idee. Doria era conosciuto per aver fatto debuttare tanti registi noti all’epoca come Marco Bellocchio, e come in precedenza, decise di concedere piena libertà al regista esordiente. Piuttosto che fare un altro giallo “argentiano”, il cineasta cercò di realizzare una pellicola suggestiva e d’atmosfera angosciosa che rievocava i thriller di Roman Polanski (“L’inquilino del terzo piano”, “Rosemary’s baby”), i racconti di Edgar Allan Poe (“Il seppellimento prematuro”), o l’opera di Hitchcock (in particolare un episodio della serie Alfred Hitchcock presenta, “Crollo nervoso”).

Per l’ambientazione fu scelta l’allora capitale della Cecoslovacchia proprio perché Lado la riteneva una storia di profumo kafkiano, per gli elementi cospiratori e il senso di paranoia, e perciò decise di sfruttare soprattutto il mistero dei quartieri di Malá Strana e Hradčany, compreso il famoso Vicolo d’Oro dove visse lo scrittore dal 1916 al 1917. Tanto è vero che Malastrana era il titolo originale voluto da Lado, ma i produttori si opposero constatando che un titolo del genere provocherebbe confusione fra il pubblico per la somiglianza con altri titoli come Malatesta (1970). La corta notte delle farfalle divenne infine La corta notte delle bambole di vetro per evitare confusione con il giallo La farfalla con le ali insanguinate dello stesso anno.

Messe da parte le complicazioni sul titolo, la fortuna di Lado fu quella di poter contare su un cast e troupe di altissimo livello – pur essendo il suo esordio alla regia. Con l’esperienza maturata come aiuto-regista di Bernardo Bertolucci sul set del capolavoro Il Conformista (1970), Lado aveva conquistato la fiducia di Doria e di conseguenza trovò a sua disposizione un cast di stelle internazionali come Jean Sorel (Bella di giorno: 1967), l’attore italo-tedesco Mario Adorf e la leggendaria attrice di Ingmar Bergman, Ingrid Thulin. I veri e propri assi nella manica furono poi Ennio Morricone come compositore della colonna sonora e Giuseppe Ruzzolini come direttore della fotografia, conosciuto per le collaborazioni con registi del livello di Pierpaolo Pasolini, Sergio Leone e Gillo Pontecorvo. L’incontro tra Lado ed il compositore, che segnò l’inizio di un sodalizio che durò per anni, condusse ad un tassello fondamentale nella creazione del senso di angoscia nel film. Da notare anche la bellissima voce femminile che accompagna la musica del romano, della cantante Edda dell’Orso, ormai eternamente legata a Morricone per le loro collaborazioni alle colonne sonore dei film di Sergio Leone. Quanto al cineoperatore invece, Lado ricorda un rapporto molto più tumultuoso, con pesanti litigi durante le riprese, anche per futili motivi.

Torniamo al film. Il semi-cadavere che troviamo nella prima scena appartiene al giornalista americano Gregory Moore (interpretato da Sorel). Con un abile uso di flashback per narrare quanto accaduto, con l’aiuto di un montaggio che alterna bene i momenti all’obitorio e quelli “ricordati”, impariamo che Moore si è trovato nei guai indagando sulla scomparsa della sua ragazza Mira (interpretata dalla futura moglie di Ringo Starr, Barbara Bach). Si tratta dell’ultimo caso di una serie di giovani scomparsi, presunti morti, e tutto porta a un misterioso locale chiamato Club 99. Questo pare essere la copertura di un’organizzazione segreta che plagia le menti delle giovani generazioni, attraverso rituali orgiastici di magia nera, e soffoca ogni possibile scintilla di risveglio delle coscienze.

A prima vista, essendo un film prodotto in Europa occidentale ma ambientato nell’est, l’opera di Lado appare come un ritratto dell’atmosfera asfissiante che si sentiva a Praga in seguito all’invasione sovietica. Tuttavia, come ha ripetutamente sottolineato il cineasta in interviste recenti, la metafora presente nel film è molto più universale; mostra “come il potere sia politico che economico si mantiene con il sangue dei giovani”, un tema di rilievo all’epoca anche in riferimento alla guerra in Vietnam. Contrariamente alle prime impressioni all’uscita del film, invece di criticare l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia, Lado sembra prendere di mira l’ortodossia in generale, e una élite politico-economica che tramando nell’ombra tiene le redini della società mondiale, distruggendo i giovani non disposti a conformarsi. In questo senso, può essere visto come un film che critica i poteri di entrambi i lati della Cortina di ferro, mentre l’organizzazione segreta richiama anche gli Illuminati di Baviera o la loggia massonica italiana P2. E forse è proprio la sua universalità a spiegarne l’unicità. Prodotto dell’occidente, ma ambientato nell’est in piena Guerra fredda, è probabile che entrambe le parti credessero che il bersaglio fosse l’altra. In sintesi, un film forse altalenante, ma ricco di fascino, e con un posto particolare nella storia del cinema italiano.

di Lawrence Formisano