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Il presidente Zeman è solito usare il termine in modo denigratorio. Cosa si combutta nelle caffetterie praghesi e perché il Castello ne è ostile? Alla scoperta di un escamotage del marketing politico presidenziale

Negli anni ‘80 del secolo XIX, il giovane scrittore Alois Jirásek era solito presentarsi in un caffè a due passi dalla Moldava, di fronte al teatro nazionale. Scribacchiava su un tavolino, spiando con ammirazione Bedřich Smetana, frequentatore del locale (abitava nei piani superiori). Nel 1881 il compositore aveva portato in scena la sua prima opera patriottica, Libuše (sulla leggendaria fondatrice della città di Praga) con cui infiammò i cuori dei concittadini, che andavano colmandosi di un nuovo spirito nazionalista. Come Jirásek, altri intellettuali si riunivano nell’aura di Smetana e nella nuova politica praghese. Nel 1884 morì il maestro e il locale prese il nome di Café Slavia: al suo interno, l’attività politica ne precedette persino il nome. Così per decenni: litri di caffè, tavoli di legno, baffi impomatati, camerieri concilianti, pugni sbattuti sul tavolo, dottori, ingegneri, filosofi e uomini di legge. La politica nei caffè, un’idea romantica e forse un po’ borghese (Jaroslav Hašek preferiva la politica nelle osterie), che parrebbe adattarsi bene alla bellezza classica di una città come Praga.

Eppure le caffetterie capitoline, ultimamente, hanno una pessima nomea. Quanto meno secondo il presidente Miloš Zeman, per il quale la “pražská kavárna” non è altro che il simbolo dei propri avversari – sino ad essere, nella populistica retorica presidenziale, “ritrovo dei nemici degli interessi nazionali…”.

Spieghiamoci meglio. Più in generale, Zeman è solito così indicare, un gruppo vagamente indefinito di politici, intellettuali e “radical chic” contrari alle sue posizioni, specialmente – e non è un caso – sui temi liberali e dei diritti umani: i protagonisti della pražská kavárna vorrebbero ad esempio, bandiera del Tibet ben in vista, mettere i bastoni tra le ruote agli affari cechi con la Cina. Ai primi di novembre 2016, durante una visita nella regione della Moravia-Slesia, Zeman tentò di spiegarsi meglio in prima persona: “Tutti possono esprimere la propria opinione. Però io disprezzo quelle persone che credono che il loro parere sia superiore a quello altrui. Ed è quello a cui alludo con caffetteria praghese. Spesso, ma non sempre, sono critiche che vengono da falliti della politica… Perché mai dovrebbero essere la coscienza della nazione?”. Anche il portavoce del castello, Jiří Ovčáček, lo usa spesso nelle sue dichiarazioni, e non a caso: negli ultimi mesi il concetto è divenuto un vero e proprio “tag” del discorso politico, un’etichetta semplice quanto efficace, un contenitore per includere le voci critiche della realpolitik presidenziale. Basti pensare che “Pražská kavárna” è stata votata la parola dell’anno 2016 in un sondaggio di Lidovky.cz, con il 36% dei voti dei lettori, battendo di gran lunga “Brexit”, “Czechia” o “Trump”.

Non è, ad ogni modo, tutta farina del sacco presidenziale. Il termine era stato già utilizzato soprattutto da esponenti Ods (Partito Democratico-civico), per definire i politici liberali in area Václav Havel, ed è tornato particolarmente utile a Miloš Zeman durante l’ultima campagna presidenziale. Il suo avversario, Karel Schwarzenberg, aveva il proprio (ufficioso) quartier generale nella Kavárna Mlýnská sull’isola di Kampa, a Malá Strana. Con cadenza quotidiana il vecchio principe ritrovava i suoi fedelissimi nel locale che fu un mulino sul canale che delimita l’isola vltavina. Liberale, borghese, collaboratore di Havel e, soprattutto, frequentatore di caffè: l’epiteto era servito.

L’origine denigratoria della pražská kavárna però è più antica delle beghe politiche recenti, e per scovarla abbiamo incontrato un esperto del settore. Michal Plíva, giovane operatore turistico che da qualche anno organizza il Prague Coffee Tour, illustrando la storia, le qualità e le novità dei caffè della capitale. Ci racconta che questi ai tempi della Prima Repubblica erano effettivamente un luogo dal fascino romantico quanto politico, il ritrovo della élite e degli intellettuali cittadini.

“L’immagine negativa è stata confezionata in un periodo preciso, nel secondo dopoguerra, dal Partito Comunista, per cui le discussioni nei caffè capitolini erano da considerarsi un’attività borghese, una politica da salotto. Effettivamente al tempo gli operai e la maggioranza della popolazione non potevano permettersi di passare giornate in tali attività, e il termine prese piede velocemente”. Ma il Partito non si fermò alla condanna morale. “Molti locali furono chiusi, poiché il regime diffidava dei loro frequentatori. Ne è un esempio il Café Louvre, sulla via Národní”. La storica sala, ai tempi frequentata da Franz Kafka e Max Brod, fu chiusa forzatamente nel 1948 e riaperta solo nel 1992; in questo racconto di ricorsi storici, non è un caso che divenne poi uno dei locali prediletti da Václav Havel.

“Certo il Partito era conscio dell’attrattiva, anche turistica, che avevano i caffè cittadini – continua Michal – così decisero di lasciarne aperti diversi, ovviamente sotto stretto controllo. Le guide turistiche del tempo, con i loro percorsi programmati a tavolino dai burocrati, portavano i visitatori al Café Slavia per mostrar loro una “vera” pražská kavárna. Ma era piuttosto uno stage teatrale…”. Ci si aspetterebbe che a seguito della Rivoluzione di velluto questi tornassero automaticamente al loro ruolo di forum intellettuali, ma Michal scuote la testa. “Non direi. Probabilmente a causa dei 40 anni di comunismo, oggi le discussioni politiche non sono così comuni nei locali, anche tra gli intellettuali praghesi. Ma in fondo i cechi non sembrano più tanto attenti alla politica, le affluenze alle nostre elezioni sono sempre piuttosto basse. Tanto più tra i giovani, si pensi alla cultura hipster… penso che il caffè oggi sia più una passione, o tutt’al più una moda, che una ricerca di confronto”.

Va concluso dunque che la pražská kavárna sia davvero solo un’etichetta piuttosto che una fucina politica? In generale diremmo di sì, ma le eccezioni non mancano – anche se non nel senso immaginato da Zeman.

Abbiamo incontrato Ondřej Kobza, volto noto dei caffè della capitale; non solo per averne aperti diversi, come il Café v lese nel quartiere di Vršovice o il Café Neustadt al municipio della Città Nuova, ma anche per essere esponente di spicco di un certo attivismo cittadino. Gli esempi negli anni sono diversi: un juke-box di poesie in una piazza, pianoforti sparsi per la città, un orto su una terrazza in cima alla galleria Lucerna. Ed è proprio nel suo studio in cima al Lucerna, tra librerie di legno, cappelli a tesa larga e, in un angolo, delle prove per un concerto di violoncello, che ci accoglie Ondřej. Il tetto del locale, che presto diventerà aperto al pubblico, è stato visitato ad aprile anche dal premier Bohuslav Sobotka. “Una persona gentile”, sorride il nostro ospite, non senza una punta d’orgoglio per poter contare su visitatori illustri.

“A me piace l’idea di coinvolgere la gente, voglio essere ispirato dalle idee altrui, il mio modo di fare attivismo è quello della “soft intervention”, migliorare la città, piano a piano”. Quando puntellato sulla cattiva nomea dei caffè cittadini per il presidente della repubblica, scuote la testa. “Zeman non è nei miei pensieri, il mio attivismo non è diretto a lui, o contro di lui; anzi, personalmente lo ignoro. Non sono colpito dai suoi modi di fare, e anzi mi dispiace per quella gente che perde energie contro di lui. Ecco, mi fa rabbia che la gente sia arrabbiata”. Parlando dell’attivismo cittadino cita, non a caso, la “polis parallela”, la città nella città – un rimando all’underground anni ‘70, così definito al tempo da Ivan Jirous, poeta e direttore artistico del gruppo rock Plastic People of the Universe.

Paralelní Polis è tra l’altro il nome di un altro locale cittadino; “loro sì che fanno politica contro Zeman” appunta Ondřej. Il centro racchiude diverse attività: coworking space, caffè la cui unica valuta è il bit-coin, istituto sulla cripto-anarchia, il Paralelní Polis di Holešovice è di certo un centro politico radicale, ma, immaginiamo, minoritario, dal basso: non la politica di palazzo che possa indisporre Miloš Zeman. La celebre pražská kavárna sembra sia a tutti gli effetti un utile spaventapasseri. Sia Michal Plíva che Ondřej Kobza hanno fatto riferimento al classico scontro periferia contro centro, campagna contro città: in fin dei conti le capitali sono sempre invidiate dai centri più lontani. Proprio come al tempo dei comunisti, schierarsi dalla parte di una generica “gente comune” contro gli intellettuali borghesi può portare facili consensi: è uno strumento retorico poco lusinghiero per la politica di un’istituzione così importante, sebbene sicuramente efficace. Ma qui non c’è da stupirsi.

di Giuseppe Picheca