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Le autorità comunali di Praga mettono a dura prova i rapporti diplomatici della Repubblica Ceca con Cina e Russia. Sul fronte Ue, governo ceco continua a rifiutare qualsiasi ipotesi di accoglienza migranti

I rapporti della Repubblica Ceca con Cina e Russia al centro dell’attenzione anche negli ultimi mesi, in conseguenza di alcune iniziative assunte dall’amministrazione comunale di Praga, mentre, per quanto riguarda l’Unione Europea, di recente sono tornati di attualità gli attriti legati alla questione migratoria. A questo si aggiunge, sempre in chiave Ue, la politica di allargamento, visto che il governo ceco e i suoi partner del Gruppo di Visegrad spingono sui Balcani occidentali. Ecco il punto su come si è posizionata (e riposizionata) la Repubblica Ceca ultimamente in relazione ai principali temi di politica estera, non ultima per importanza, l’offensiva turca nel nord della Siria.

Cina

Nonostante i progetti cinesi di investimento in Repubblica Ceca, sinora più promessi che realizzati, e l’attivismo di molte aziende ceche in Cina, i rapporti tra i due Paesi traballano. La pietra dello scandalo è diventata in ottobre la fine dell’accordo di gemellaggio fra le città di Praga e di Pechino, stipulato dalla precedente amministrazione guidata da Adriana Krnáčová (Ano). A far precipitare la situazione è stato il rifiuto da parte dell’attuale sindaco praghese, il “pirata” Zdeněk Hřib, e della sua giunta, in carica dal novembre del 2018, di riconoscere il principio della “unica Cina” e di tagliare conseguentemente i ponti con Tibet e con Taiwan.

Praga ponendo fine al gemellaggio ha sottolineato che le autorità cinesi peccano sul fronte dei diritti umani, mentre Pechino ha replicato parlando di “ingerenze negli affari interni della Cina”.

Nonostante il governo ceco abbia ribadito che a livello macro, cioè di esecutivo e presidenza, il principio della sovranità cinese non sia mai stato messo in dubbio, la irritazione del governo del Dragone è stata inevitabile. Lo conferma la cancellazione in Cina delle tournée già programmate di alcune orchestre praghesi, che ha avuto il chiaro sapore della ripicca da parte della superpotenza asiatica.

A proposito di quest’ultimo episodio, il ministro della Cultura Lubomír Zaorálek, socialdemocratico, ha chiesto le spiegazioni dell’ambasciatore cinese a Praga Zhang Jianmin, svelando che l’alto diplomatico si sarebbe rivelato “incapace di dire cose che avessero un senso”.

“Praga comportandosi così va contro i suoi stessi interessi” il commento invece dello stesso ambasciatore cinese Zhang Jianmin, parole alle quali il ministro degli Esteri ceco Tomáš Petříček ha risposto: “intimidazioni di questo tipo non hanno posto in diplomazia”.

A provare a metterci una pezza è stato il presidente Miloš Zeman, da sempre grande sostenitore dei rapporti ceco-cinesi, il quale si è rivolto con una lettera direttamente al suo omologo Xi Jinping, senza mancare di ossequiare il principio della “unica Cina”.

Russia

Un altro fronte caldo riguarda i rapporti con la Russia, Paese con cui è sempre Zeman a mantenere i rapporti più intensi, a fronte di un atteggiamento cauto del governo guidato da Andrej Babiš. A metà agosto l’ambasciata russa ha alzato la voce, nuovamente contro l’amministrazione comunale di Praga, criticando l’intenzione della municipalità di non ripristinare sulla piazza della Città vecchia la targa che ricorda il ruolo dell’Armata rossa nella liberazione della città nel 1945. “Un tentativo di cancellare dalla memoria una parte della nostra storia comune”, ha denunciato la sede diplomatica di Mosca. Ma, per il sindaco “pirata” Hřib, la targa – rimossa nel 2017 per lavori di restauro – contiene imprecisioni storiche e “trascura il ruolo della insurrezione di Praga”, motivo per il quale è meglio che la targa venga contestualizzata ed esposta in un museo.

Un altro episodio di tensione – al quale dedichiamo un articolo nelle pagine che seguono – si è verificato quando il monumento di in onore del generale sovietico Ivan Konev, liberatore della capitale nel 1945, è stato imbrattato nel quartiere praghese di Bubeneč con vernice rosso sangue e scritte che lo descrivono come uno spietato esecutore della politica stalinista e sovietica.

Sembrava una questione locale, ma lo screzio è salito di livello quando il distretto comunale di Praga 6 ha approvato la risoluzione in base alla quale il monumento verrà rimosso e sostituito con un altro dedicato alla liberazione della città. Per Mosca lo spostamento della statua di Konev è una violazione del Trattato sulle relazioni amichevoli fra Russia e Repubblica Ceca. Posizione smentita dal ministro degli Esteri ceco Tomáš Petříček, secondo il quale il Trattato parla sì del monumento, ma senza precisare il luogo in cui deve essere situato. Petříček ha aggiunto che anche in Russia i monumenti dedicati ai legionari cecoslovacchi sono ripetutamente oggetto di attacchi vandalici, “ma noi la questione la trattiamo per via diplomatica, non attraverso i media”.

Unione Europea

Sul fronte Ue, mentre sembra che la nomina a vicepresidente e commissario per i Valori europei e per la Trasparenza di Věra Jourová abbia soddisfatto Praga, gli attriti sulla questione migranti restano. Babiš ha bocciato in maniera decisa l’ultimo piano di distribuzione dei migranti sostenuto da Germania, Francia, Italia e Malta: “Non sono per niente d’accordo e non capisco perché questo argomento sia tornato in ballo. Sarebbe solo un invito per gli scafisti”, ha dichiarato il premier ribadendo la netta posizione di chiusura della Repubblica Ceca.

A questo tema si è aggiunto sul fronte europeo lo scontento ceco e dell’intero V4 per lo stop ai negoziati di adesione per Macedonia del Nord e Albania, trattative per cui i quattro del Gruppo di Visegrad si erano spesi con un sostegno unanime esteso anche alla Serbia. Babiš ha parlato di promesse tradite. Parole che a onor del vero questa volta vedono Praga e il suo governo dalla stessa parte della Commissione, del Consiglio e del Parlamento europeo. All’indice, infatti, è il veto prima di tutto francese.

Kosovo

Quello del Kosovo è stato un altro fronte caldo negli ultimi mesi, nel quale le posizioni interne della Repubblica Ceca si scontrano. Il presidente Zeman, a settembre, durante una visita in Serbia, aveva dichiarato di voler chiedere al governo ceco di promuovere la revoca del riconoscimento di Pristina (espresso da Praga nel 2008). “Mi piace la Serbia e mi piacciono i serbi, mentre non mi piace il Kosovo, uno stato guidato da criminali di guerra che non merita di stare nella comunità dei paesi democratici” pare abbia mormorato Zeman, a bassa voce, ma non tanto da non farsi sentire.

Immediato l’imbarazzo del governo a Praga, dove sia il premier Babiš che il titolare degli Esteri Petříček hanno cercato di correre ai ripari sottolineando che Praga ha rapporti corretti sia con la Serbia che con il Kosovo e di non vedere alcuna ragione per rivalutare il riconoscimento di quest’ultimo.

Turchia e Siria

Infine, ma davvero non ultima per centralità e importanza, la questione del dietrofront ceco sull’offensiva turca in Siria. Babiš infatti a settembre, a margine della Assemblea generale Onu di New York, parlando con Recep Tayyip Erdogan, aveva sostenuto il piano turco di realizzare una zona di sicurezza nella Siria settentrionale. Successivamente il premier ceco ha preso le distanze dall’offensiva turca anti-curda e spiegato che il progetto di ricollocare due milioni di profughi siriani nella zona, illustrato da Erdogan, non prevedeva l’invasione di fatto dell’area. “Con Erdogan non si è mai parlato di una occupazione militare della Siria settentrionale” ha affermato Babiš, facendo votare l’immediata interruzione dell’export di materiale militare ceco verso la Turchia e senza mancare di criticare la Ue per il mancato ruolo nella regione, “che rischia di portare nuove ondate di profughi verso l’Europa”. Più duro Zeman che ha parlato di crimini di guerra da parte di Ankara e ha criticato apertamente il capo di stato turco, rinfacciandogli di avvicinare la Turchia all’islamismo radicale e criminale.

di Daniela Mogavero