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Le gesta a lungo ignorate di Antonín Kalina, comunista cecoslovacco, internato a Buchenwald. Ma le centinaia di bambini ebrei da lui salvati non lo hanno mai dimenticato

Quella di Antonín Kalina è la storia di un eroe ordinario, di un comunista cecoslovacco nominato Giusto tra le nazioni nello Stato di Israele. La sua vita è quella di un grande del XX secolo, anche se ancora poco conosciuto. Un uomo capace di coraggio e altruismo, pronto a resistere per difendere i deboli negli anni più bui dell’Europa, quelli del genocidio nazista. Figlio di un calzolaio di Třebíč, cittadina della Vysočina dove nasce nel 1902, Kalina cresce in una famiglia povera e numerosa: sono undici, tra fratelli e sorelle. Il padre gli insegna il mestiere, ma Antonín decide di seguire un’altra strada: si iscrive al Partito comunista e diventa funzionario. Sarà proprio questa appartenenza al Partito a costargli la deportazione come prigioniero politico nel 1939, a seguito dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia.

Kalina è inviato prima a Dachau poi, in un secondo momento, nel campo di concentramento di Buchenwald. Se prima e dopo la guerra questo funzionario comunista ha sempre vissuto una vita ritirata, semplice, di cui restano sparute tracce, è durante il confitto che Kalina si guadagna il titolo di Giusto. Come Oskar Schindler, Giorgio Perlasca o Nicholas Winton, anche Kalina – pur in modo diverso – è capace di salvare tante vite destinate allo sterminio in un’epoca di orrori. Lo farà per “i suoi ragazzi”, i giovani ebrei internati nel Blocco 66 del campo di Buchenwald.

Ma andiamo con ordine. Durante la sua presenza a Buchenwald, Kalina entra a far parte della resistenza sotterranea che opera nel campo, fatta di comunisti, ma non solo. Uomini che cercano, come possono, di ostacolare il funzionamento spietato della macchina della morte nazista. Spesso questi prigionieri sono incaricati dalle SS di dirigere certe operazioni quotidiane del campo. Tra il 1944 e il 1945, Buchenwald raggiunge un affollamento, se possibile, ancora più disumano che negli anni precedenti. Nel campo i prigionieri superano i 100 mila. I ragazzi arrivano talmente numerosi che i comandanti decidono di costituire un nuovo blocco a loro dedicato: il Blocco 66. L’area dove sorge il distaccamento dei giovani è talmente disastrata e infestata di malattie che le guardie SS vi passano di rado. La gestione del blocco è affidata proprio a Kalina e al suo assistente Gustav Schiller, un ebreo polacco.

I due fanno di tutto per proteggere questi ragazzi, che hanno tra i 12 e i 16 anni. Giovani uomini che arrivano da tutta Europa ed hanno già vissuto traumi inimmaginabili: ghettizzazione, brutalità, privazioni, fame, e spesso la perdita delle proprie famiglie. Quando arrivano a Buchenwald sono già “abituati” a vivere in condizioni estreme. Kalina fa in modo che la loro situazione migliori sensibilmente rispetto a quello che potevano avere conosciuto prima di arrivare. Il funzionario comunista cecoslovacco riesce a organizzare delle lezioni per questi giovani: matematica, storia, yiddish. In più, Kalina riesce a far trasferire altri ragazzi al “suo” Blocco 66, spesso per riunirli con fratelli che si trovavano lì, o semplicemente per alleviare le loro sofferenze. Alcuni di questi sono cecoslovacchi, e con loro può stabilire un rapporto speciale. Con l’avvicinarsi della fine della guerra, e la situazione fattasi sempre più drammatica nei campi, dove i nazisti mettono in atto la soluzione finale, gli sforzi di Kalina per proteggere i ragazzi del blocco si fanno sempre più rischiosi, ma necessari.

La seconda guerra mondiale è ormai agli sgoccioli: quando le forze sovietiche si avvicinano ai campi di concentramento situati nell’odierna Polonia, i nazisti decidono che è tempo di eliminare tutti gli ebrei di Buchenwald. I comandanti del campo ordinano di rassembrarli tutti e condurli nelle cosiddette marce della morte, trasferimenti di prigionieri verso altri campi che sono delle vere e proprie condanne per uomini stremati da anni di prigionia. Mettendo a rischio la sua vita Antonín Kalina sceglie di non sottomettersi all’ordine. Decide di non inviare i giovani prigionieri del Blocco 66 al raduno imposto e sostituisce la religione d’appartenenza sul loro documento d’identificazione: tutti i ragazzi ebrei sono iscritti come cristiani.

Quando le SS vengono alla ricerca di ebrei nel Blocco 66, Kalina li convince che non ne sono più rimasti. È grazie al suo coraggio in questo momento decisivo e drammatico che quando Buchenwald viene liberato l’11 aprile 1945, più di 900 ragazzi ebrei sono sopravvissuti. Si racconta che quando furono liberati tutti i ragazzi di Kalina lo portarono in trionfo.

Finita la guerra il funzionario diventato eroe sparisce dietro la Cortina di ferro e non sarà mai veramente ricordato per i suoi atti. Oggi riposta nel cimitero di Olšany a Praga, in una tomba semplice, come la sua vita, insieme alla moglie e alla figlia di lei. Del resto, se non fosse stato per l’impegno di un gruppo di sopravvissuti e studiosi, la memoria di quello che Kalina ha potuto fare a Buchenwald si sarebbe persa. Lui, non ha mai voluto raccontarlo. Non ha cercato di essere ricordato. Ma oggi, in giro per il mondo, ci sono centinaia, migliaia di persone che devono la loro esistenza all’impegno di quest’uomo. Nel quartiere ebraico della città di Třebíč una placca commemorativa affissa sull’antica scuola di via Leopold Pokorný ricorda il suo nome.

Questa parte della città è un’area ricca di storia e memoria, anche se ormai disabitata dopo la deportazione dei suoi abitanti durante la seconda guerra mondiale. Tuttavia restano più di un centinaio di edifici ben conservati: due sinagoghe, la casa del rabbino, un ospedale, una scuola e diverse abitazioni ammucchiate intorno a dei vicoli stretti. In più, qui si trova anche uno dei più grandi cimiteri ebraici d’Europa, che conta più di tremila pietre tombali. Sarà proprio in uno di questi edifici, nella galleria Ladislav Novák, che il 17 febbraio 2017 una sala sarà inaugurata alla memoria di Antonín Kalina. La data non è casuale, essendo il 115esimo anniversario della sua nascita. La sua città, dopo decenni d’oblio, vuole ricordare e far conoscere questo suo eroe: un’installazione è prevista nella sala per raccontare la storia di Kalina ai visitatori.

Lui se ne è andato nel 1990, senza medaglie, né eredi. I riconoscimenti sono arrivati postumi. Prima il titolo di Giusto delle nazioni del 2012 assegnato in Israele, poi nel 2014 un primo, importante, riconoscimento dal suo Paese. Allora, il presidente Miloš Zemanl’ha ricompensato con la medaglia al merito, riconoscendo a nome della Repubblica Ceca la statura di questo grande uomo, di un comunista giusto.

di Edoardo Malvenuti