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La visita a Praga del sottosegretario italiano Michele Geraci e un dubbio di sottofondo: a chi giovano gli accordi con Pechino?
La Cina è per la Repubblica Ceca il secondo paese di provenienza delle importazioni. A parti inverse, la Cina è il 18° stato di destinazione delle esportazioni ceche

Il grande ottimismo di Michele Geraci per le “straordinarie prospettive” dei progetti di collaborazione con la Cina, contro la mezza delusione, per non dire completa, manifestatagli dai suoi omologhi cechi sullo stesso argomento. È stato questo uno degli aspetti che più hanno caratterizzato la recente visita a Praga del sottosegretario del Ministero dello Sviluppo economico italiano con le deleghe al Commercio estero. Una due giorni dal programma fitto di appuntamenti e conclusosi con un incontro con i rappresentanti della stampa.

Si potrebbe replicare: cosa c’entrano i rapporti con la Cina, se si parla della visita a Praga di un rappresentante del governo italiano? La risposta è semplice: Geraci – 50enne palermitano, leghista con tanto di spilla di Alberto da Giussano sulla giacca – è considerato il “cinese dell’esecutivo italiano” ed è l’uomo del governo di Roma che più si è speso perché l’Italia, primo paese del G7, firmasse, a marzo, il protocollo d’intesa sulla Nuova Via della seta.

Alcuni commentatori rinfacciano al sottosegretario di avere persino una sorta di ossessione per il Dragone e di essere disposto a tutto pur di compiacere Pechino. Non sappiamo sino a che punto questa critica sia fondata, ma certamente Geraci – al quale è stato di recente conferito il titolo di Cavaliere della Stella d’Italia, per come ha contribuito alla conoscenza della Cina nel Belpaese… – anche a Praga non ha fatto che parlare del medesimo argomento e in particolare del mastodontico progetto di cooperazione lanciato dal presidente Xi Jinping. Tanto grande da essere considerato oggi il maggior obiettivo strategico della potenza asiatica.

Benefici economici che di tangibile hanno ben poco

Alcune altre premesse sono necessarie. La prima è che l’economista Geraci per parlare di Cina deve avere sicuramente avere tutte le carte in regola, come dimostrano i dieci anni che vi ha trascorso, insegnando in ben tre università. Parla persino mandarino, a quanto pare in modo fluente.

La seconda è che Praga il medesimo memorandum con Pechino lo ha firmato già da tre anni, quindi i rappresentanti del governo ceco coi quali Geraci si è incontrato – in particolare i viceministri Vladimír Bärtl (Ministero dell’Industria e del Commercio) e Martin Tlapa (Ministero degli Affari Esteri) – hanno ugualmente tutte le carte in regola per dire che i rapporti con la diplomazia economica cinese hanno portato sinora alla Repubblica Ceca ben pochi vantaggi.

Geraci ha commentato la delusione – “la disillusione, forse, per meglio dire” – dei suoi interlocutori praghesi in questo modo: “gli investimenti cinesi nei nostri paesi non vanno visti alla luce dei posti di lavoro che creano, ma in base all’export che riescono a generare”. Parole alle quali i rappresentanti del governo ceco dovrebbero avere replicato più o meno così: “noi non ci aspettiamo che Pechino da noi crei posti di lavoro, anche perché abbiamo un tasso di disoccupazione basso a livelli record. Quanto al nostro export, l’interscambio commerciale, non solo continua a essere sproporzionatamente a favore della Cina, ma negli ultimi quattro anni il divario è persino aumentato, con un rapporto ormai di dieci a uno a suo favore”.

Le cifre parlano chiaro. Basti dire che solo nei primi due mesi di quest’anno il deficit commerciale fra i due paesi è stato di 90,9 miliardi di corone, contro i 75,8 miliardi dello stesso periodo del 2018. La Cina è per la Repubblica Ceca il quarto maggiore partner commerciale e il secondo paese di provenienza delle importazioni, per un valore astronomico di 569 miliardi di corone in tutto il 2018. A parti inverse, la Cina è il 18° stato di destinazione delle esportazioni ceche, per una cifra, relativa sempre allo scorso anno, di 56 miliardi.

Va detto, a onor del vero, che – come si apprende dal materiale informativo della CzechTrade, l’agenzia per il commercio estero del governo ceco – molti prodotti Made in Czech giungono in Estremo oriente attraverso paesi terzi, soprattutto la Germania, così come le merci cinesi che arrivano in Repubblica Ceca vengono poi riesportate in altri 75 paesi. La precisazione è opportuna, ma in ogni caso il divario rimane, ed è molto grande.

Due garanti di diversa portata

Se in Italia primo sostenitore del fidanzamento con la Cina è il sottosegretario Geraci – competentissimo sinché si vuole, ma pur sempre, in fondo, solo un sottosegretario – le cose cambiano quando si parla della Repubblica Ceca, perché in questo caso a schierarsi in prima persona è stato sin da subito il capo dello stato Miloš Zeman, il quale – da quando è in carica – è diventato un habitué di Pechino, essendoci già stato cinque volte.

Quando alla fine del 2016, Zeman e Xi Jinping firmarono a Praga il memorandum di collaborazione strategica fra i rispettivi paesi, il presidente ceco accolse l’ospite con onori mai visti. Nel corso di un mega ricevimento al Castello annunciò solennemente: “La Repubblica Ceca diventerà la porta d’ingresso in Europa della Cina”, e assicurò entro il 2020 investimenti per 230 miliardi di corone”. Parole che si sono dimostrate a dir poco esagerate.

Quanto alla prospettiva che la Repubblica Ceca – paese senza mare e senza porti – possa diventare la porta d’ingresso delle merci cinesi in Europa, più di un osservatore esprime perplessità. Della stessa opinione, pur implicitamente, è apparso a Praga lo stesso sottosegretario Geraci, quando ha detto di preferire il trasporto navale a quello ferroviario, nell’ambito del progetto della Nuova via della seta.

Passando agli investimenti, negli ultimi anni, sino alla primavera dello scorso anno, a condurre lo shopping del Dragone in Repubblica Ceca è stato soprattutto il Cefc China Energy, un conglomerato privato, con interessi in varie parti del mondo. Il suo numero uno, Ye Jianming, è persino stato chiamato da Zeman a fargli da consulente per le questioni cinesi.

Fatto sta che Cefc dal 2016 al 2018 ha comprato a Praga asset per una trentina di miliardi di corone: dalla squadra di calcio Slavia Praga (compreso lo stadio Eden, dove quest’anno ha anche vinto il campionato) a una importante partecipazione nella compagnia aerea Travel Service, da una manciata di alberghi, fra cui il Mandarin Oriental di Praga, a immobili per uffici come il Florentinum. Poi ancora una partecipazione nel J&T Finance Group. Tutte acquisizioni molto vistose, che qualche osservatore ha persino classificato “operazioni PR”, un po’ come dire “tanto fumo, poco arrosto”, giusto per finire spesso sui giornali. Investimenti obiettivamente poco utili per creare export, se si escludono forse l’azienda meccanica Žďas di Žďár nad Sázavou e il birrificio Lobkowicz.

La stella del Cefc comunque è tramontata nel marzo 2018, quando i suoi dirigenti sono stati accusati in Cina di gravi reati finanziari, lo stesso Ye Jianming è finito in carcere, con buona pace del presidente Zeman e col risultato che anche tutti gli asset cechi del Cefc sono passati sotto il controllo del Citic, una mastodontica compagnia statale controllata in pratica dal partito comunista cinese.

Lezioni da cogliere all’ombra del Castello di Praga

Un’ultima considerazione riguarda la capacità che i cinesi – proprietari, come detto, dello Slavia Praga – hanno dimostrato da queste parti nel condurre la “campagna acquisti”. Non tanto quella indirizzata a rafforzare la squadra di calcio – e comunque sufficiente anche quest’anno a farle vincere il campionato – ma piuttosto quella diretta a mettere al proprio servizio calibri da novanta della classe dirigente ceca. L’elenco è lunghissimo e compone una formazione di ex ministri, viceministri, deputati, ex numeri uno di aziende di stato, un ex commissario europeo e persino alcuni ex premier. Elencarli tutti sarebbe impossibile, giusto qualche nome particolarmente significativo. Per esempio Jaroslav Tvrdík, un ex militare, poi diventato ministro della Difesa grazie alla vicinanza al partito Socialdemocratico, poi ancora numero uno delle Aerolinee ceche e infine arrivato a dirigere gli interessi in Europa del gruppo Cefc, assumendo anche la carica di presidente dello Slavia Praha, di cui è tifosissimo.

Un altro big che ha lavorato a Praga per il Cefc è Štefan Füle, uno dei più brillanti diplomatici cechi, già a capo della missione ceca in Gran Bretagna e presso la Nato, poi ministro per gli Affari europei, nonché commissario europeo per l’Allargamento e la Politica europea di vicinato.

Più in generale, fra gli altri pezzi grossi che hanno dato il proprio contributo, e ancora lo fanno, a spianare la strada alla Cina in Repubblica Ceca, si possono citare gli ex premier Petr Nečas e Bohuslav Sobotka, così come l’ex ministro degli Esteri Jan Kohout.

Trascorsi trent’anni dalla Rivoluzione di Velluto (e da Piazza Tienanmen) a Praga si parla ormai quasi solo di business e circa niente di diritti umani. È davanti agli occhi di tutti. Però, anche a questo proposito va detto che i rapporti con la diplomazia economica cinese sinora alla Repubblica Ceca non solo non hanno portato i risultati sperati in termini di investimenti e di aumento dell’export, ma stanno piuttosto assumendo l’aspetto di una grande operazione di influenza politica e geopolitica, nella quale è del tutto superfluo ricordare chi ha il coltello dalla parte del manico.

Tornando in conclusione al sottosegretario Geraci, è del tutto legittimo che un professore del suo calibro venga a Praga a dire la sua, con l’aria inevitabile di chi impartisce lezioni. L’auspicio è che abbia colto l’occasione anche per cogliere qualche insegnamento.

di Giovanni Usai