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Dove la statua del dittatore dominava Praga, in un bunker, un’esposizione racconta un secolo cecoslovacco. Ricordare le dittature per saper gestire la libertà

Un metronomo batte il tempo nel cielo. E della statua di Stalin, la più grande del mondo, costruita qui nel ‘55 ed esplosa nel ‘62, non resta niente. Al parco di Letná, a cent’anni dalla fondazione della Cecoslovacchia, troveremo altre tracce di storia, di memoria, di un secolo passato, segnato da invasioni, regimi e ideologie. In un sotterraneo, sotto i piedi del dittatore scomparso, è in corso una mostra evento, un’esposizione multimediale per simulare l’orrore totalitario del secolo passato, attraversarlo. E immergere lo spettatore nella storia di un Paese due volte costretto al giogo, da due regimi, ma resistente, combattente, libero infine.

Uno spazio sotterraneo grande come un campo da calcio che ospiterà un’esposizione immaginata e realizzata da Post Bellum, un’organizzazione della memoria che lavora alla collezione e alla diffusione di testimonianze storie volti immagini suoni: frammenti di una storia nazionale. Un obbiettivo: trasmettere al pubblico la forza viva e prossima del passato.

Oltre al luogo, anche la data ha la forza del simbolo. La mostra è stata inaugurata il primo ottobre 2018, mese del centesimo anniversario della fondazione della Repubblica Cecoslovacca, e resterà aperta fino al 9 dicembre. Un evento per chiudere un cerchio ed aprire ad un altro secolo, ad una nuova generazione: quella dei giovani che non hanno vissuto questi eventi sulla propria pelle. Per questo motivo Post Bellum lavora anche, parallelamente, con diversi istituti scolastici attraverso il progetto Storie dal quartiere dove viene chiesto a gruppi di studenti di lavorare sulle parole di uomini e donne testimoni dei rivolgimenti storici e politici del XX secolo maggiori per il Paese.

L’obiettivo è di registrare le voci di queste persone per immortalare la loro memoria in una traccia audio o video che gli studenti devono presentare pubblicamente, e che può in seguito essere conservata. Per queste azioni scolastiche, come per la mostra in preparazione, la volontà è la stessa: salvaguardare e trasmettere delle testimonianze vive, volti e voci che raccontano di un secolo passato segnato da ideologie criminali. Parole ancora attuali, e (purtroppo) necessarie, in un presente fatto di opinioni, azioni ed elezioni che suggeriscono un’amnesia potenzialmente pericolosa, un ritorno a posizioni e formazioni ideologicamente inquietanti.

Abbiamo provato, interpellando la organizzazione Post Bellum, a capire la pertinenza di un progetto come questa esposizione in un momento storico in cui sembrano messi in discussione valori che sembravano intangibili. Negli ultimi tempi, in Repubblica Ceca così come in diversi altri Paesi d’Europa, si è assistito, sia a proposito della crisi dei migranti, che durante la recente campagna elettorale, ad atteggiamenti e toni che hanno messo in risalto pulsioni nazionaliste, xenofobe e populiste. Michal Šmíd, uno dei membri dell’associazione, risponde in questi termini: “Non è nostra intenzione fare una qualche “propaganda” di un segno o dell’altro, sappiamo che la gente è allergica a queste cose. Vogliamo però dire che durante il secolo scorso ci sono state persone che si sono sacrificate per la libertà degli altri, mentre altri in nome di ideologie apparentemente nobili hanno compiuto i peggiori crimini. Vogliamo in primo luogo raccontare la storia del nostro Paese, ma anche mettere in rilievo i valori umani più comuni, come il rispetto per gli altri, la tolleranza verso altre opinioni, la solidarietà e il patriottismo, non in un senso nazionalistico, ma come volontà di agire a beneficio della comunità”.

Un lavoro di memoria e monito, per documentare e mettere in guardia da quello che è stato. A questo scopo l’organizzazione ha già raccolto più di cinquemila testimonianze di persone che hanno vissuto sotto il regime nazista o comunista. Mikuláš Kroupa è alla testa dell’organizzazione. È stato lui, durante una presentazione alla stampa, a dettagliare il percorso espositivo. L’intenzione è l’immersione del visitatore che sarà ottenuta grazie a diverse tecniche multimediali: video mapping, frammenti audio, videoproiezioni. Adattare la presentazione storica ai moderni mezzi di comunicazione e informazione permette di marcare un’impressione forte, fisica sullo spettatore.

Più in dettaglio: “Per la prima guerra mondiale ricostruiremo il Fronte Russo, così i visitatori potranno essere tra i legionari cecoslovacchi in Siberia. Passando alla sezione del 1939 sentiranno il rumore dei blindati della Wehrmacht nazista. Più in là, si troveranno all’interno dei processi fantoccio degli anni ‘50, quando i comunisti inviavano i cittadini nelle miniere di uranio. Tutto dovrebbe concludersi con gli eventi del novembre 1989 e la rivoluzione di velluto”. Un’uscita finale verso la luce.

Tutta l’esposizione è allestita in un contesto volutamente destabilizzante, claustrofobico, fatto di colonne sbrecciate, infiltrazioni d’acqua e stalattiti. Ma non si tratta di fabbricare un’attrazione da fiera, di suscitare un’angoscia posticcia: piuttosto di trasmettere quel sentimento tedioso, lungo decenni, provato da un Paese intero. “Questo posto è pensato per evocare quel senso di orrore che ha attanagliato i nostri padri e i nostri nonni”, continua Kroupa.

L’organizzazione, per la preparazione della mostra, il cui costo è stato stimato a circa 10 milioni di corone ceche, ha lavorato con l’Istituto di Studi sui Regimi Totalitari. Un altro supporto decisivo è stato quello del Comune di Praga, che ha messo a disposizione lo spazio sotterraneo sulla collina di Letná. Gran parte del materiale viene dagli archivi nazionali della radio e della televisione cecoslovacca e da testimonianze dirette raccolte da Post Bellum.

Se la mostra ha già un’ambizione importante, il seguito potrebbe essere ancora più forte: il progetto a lungo termine è rendere questa esposizione permanente. Un luogo, questo sotterraneo, il cui passato è già di per sé un groviglio di memoria patria: oltre la statua di Stalin, l’opera maledetta dello scultore Otakar Švec, che poggiava proprio sopra questo sotterraneo, qui sotto, nell’ottobre del 1990 cominciò a trasmettere la prima radio pirata, che portava il nome del dittatore sovietico. Radio Stalin, sberleffo storico, trasmetteva nell’ambito di un’esposizione artistica underground organizzata quell’anno. Un’esperienza ribelle, pochi mesi dopo la Rivoluzione di velluto, ma bloccata presto dalle autorità che sequestrarono tutta l’apparecchiatura di trasmissione radiofonica. Ma fu tale il chiasso e il successo di quei primi giorni in attività che, grazie anche a una petizione popolare firmata da 30 mila cittadini in quel clima di libertà appena riconquistata, la radio poté rinascere col nome di Radio 1, la prima emittente privata dell’allora Cecoslovacchia. Una stazione radio che ancora oggi esiste e che si dedica principalmente alla musica alternativa e ai temi culturali.

Più tardi, dopo il trasloco di Radio 1, il sotterraneo venne presto abbandonato, per diventare in fretta cadente, nel suo stato di oggi. E così resterà, leggermente accomodato, ma ruvido e duro: come la storia di un secolo cecoslovacco.

di Edoardo Malvenuti