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La beffa delle democrazie occidentali, la rabbia verso i propri leader, lo scontro tra nazionalismi, la diffidenza verso l’Europa: la Conferenza di Monaco, nell’anniversario numero 75

Racconta Jean-Paul Sartre che Édouard Daladier, primo ministro francese nel settembre 1938, tornando in patria dopo i Patti di Monaco fosse certo di trovare delle dure contestazioni per quelle concessioni ai nazisti. Invece trovò una folla esultante. Stupito, disse al suo consigliere Alexis Léger “Ah, les cons!”, “Ah, che stupidi!”. Daladier sapeva di aver tradito un popolo: ma non era il suo. Il 29 e il 30 settembre di quell’anno il capo del governo francese ed il suo omologo britannico Neville Chamberlain, per scongiurare la guerra nell’aria, permettevano a Hitler di risolvere a modo suo la “questione dei Sudeti”. Il termine rappresentava una regione al nord della Cecoslovacchia, una grande striscia di terra che più o meno omogeneamente seguiva il confine con il Reich tedesco. Al suo interno, tre milioni e mezzo di abitanti, in maggioranza di lingua tedesca; ma anche fortificazioni militari, industrie energetiche e dell’acciaio. Hitler, dopo l’annessione dell’Austria, voleva quei territori. E così fu deciso con il consenso di Francia, Inghilterra, e ovviamente dell’Italia fascista – Mussolini, conscio dell’impreparazione italiana a qualsiasi conflitto, era tra i promotori della conferenza. La Cecoslovacchia, diretta interessata, non fu invitata ai lavori.

(Fonte: Deutsches Bundesarchiv)

Va sottolineato che Parigi aveva stipulato un trattato di difesa reciproca con Praga: era dunque un vero e proprio tradimento. Ma in maniera più ampia era un tradimento delle “democrazie occidentali”, dato che la Cecoslovacchia era l’unica realtà democratica del centro-est europeo. Lasciato solo contro la Wehrmacht, il presidente Edvard Beneš decise di evitare il bagno di sangue, e capitolare. I tedeschi passarono il confine senza trovare resistenza, anzi salutati con gioia da molti abitanti locali che avevano abbracciato l’ideologia nazista (dal 1935 il partito tedesco filo-nazista dei Sudeti – SdP – era il secondo partito del Paese). Non tutti, va detto: solo nell’ottobre 1938 circa 30 mila profughi di etnia tedesca si aggiungevano ai 120 mila boemi che lasciavano le zone occupate per rifugiarsi in quel che restava dello stato cecoslovacco.

A completare lo sfascio della Prima Repubblica, la Polonia invadeva il distretto di Český Těšín mentre l’Ungheria annetteva la Rutenia (l’estremo lembo orientale del Paese) e buona parte della Slovacchia meridionale; infine nel marzo del ‘39 i tedeschi occupavano Boemia e Moravia. Quello che restava agli slovacchi divenne uno stato fantoccio capeggiato dal prete cattolico Jozef Tiso.

Minimizzando: con questo precedente, chiunque serberebbe un po’ di rancore verso amici traditori e vicini approfittatori. E certo non fu irrilevante per le forti simpatie verso i sovietici nate alla fine della guerra: a parte l’aver liberato la nazione dai nazisti, erano tra i pochi ad avere le mani pulite (anche se pulite lo sarebbero rimaste poco, ma questo i cecoslovacchi lo dovevano ancora scoprire).

A 75 anni dall’evento, la Conferenza di Monaco suscita ancora forte interesse, rancore e polemiche, riflessioni e cambi di prospettiva. Per i quattro decenni socialisti, mentre altrove la Conferenza portava questo nome, nelle scuole cecoslovacche si studiava il Mnichovský diktát, il diktat di Monaco, o anche la Mnichovská zrada, il tradimento. Il punto di vista era chiaro – e a favore della bontà del socialismo: le democrazie borghesi avevano fatto il loro interesse, lavandosi le mani tanto della legalità quanto della fratellanza internazionale. La colpa, insomma, era loro.

Negli ultimi due decenni diversi storici e giornalisti, così come molti politici, tra la ricerca della verità e finalità meno nobili, hanno spesso rimescolato le prospettive del vecchio sistema. È accaduto anche al diktat di Monaco, che nella Repubblica Ceca contemporanea torna volentieri a chiamarsi in maniera più neutra: “Accordi di Monaco” (Mnichovská dohoda). Questo perché di recente si è deciso di puntare il dito verso le élite cecoslovacche, ree di non aver lanciato l’azione difensiva, cambiando l’ordine degli accusati. La colpa, insomma, era nostra.

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Commenti di un certo interesse, in questo anniversario, non sono mancati, e spesso si sono inseriti in questo secondo filone. Ad esempio un intervento del regista Pavel Ries sul sito del popolare magazine Respekt (testata che ruota in area Top09, mentre Ries si definisce addirittura nostalgico della corona austroungarica), che accusa direttamente i generali dell’esercito per l’ignominia di non aver combattuto e ricorda la debolezza della repubblica (18 governi in 19 anni di storia), o un pezzo di Česká Televize – a cura della giornalista Hana Brádková – che ridimensiona il ruolo negativo di Francia e Regno Unito concordando sulla giustezza della loro azione per prevenire la guerra. Reazioni ben più radicali hanno ultimamente spostato l’attenzione verso la questione etnica della vicenda. Verso metà settembre è stata resa nota la decisione di dedicare un memoriale nella città di Plzeň ai 250 mila cecoslovacchi che, nei primi mesi di occupazione dei Sudeti, decisero di rifugiarsi nell’entroterra o fuggire all’estero. L’agenzia di stampa ceca Čtk ha pubblicato la reazione dell’associazione austriaca di rifugiati tedeschi dei Sudeti (SLÖ) – tra gli espulsi dal Paese a fine della guerra dai famigerati decreti Beneš. La dichiarazione al vetriolo dell’associazione indica come inutile il memoriale, perché a loro avviso quei cecoslovacchi erano intrusi nella terra dei tedeschi. Da sinistro contraltare alla vicenda, alcuni storici sulle pagine del Lidové Noviny hanno espresso, ragionando sul totale degli eventi tra Monaco e decreti d’espulsione, un giudizio sostanzialmente positivo, poiché aveva espulso la componente ostile (i tedeschi) e consolidato i confini nazionali. A porre freno a questa deriva nazionalista, un discorso più pacato e oggettivamente più completo l’ha fornito lo storico Matěj Spurný (dell’Accademia ceca delle Scienze) sulle frequenze di Český Rozhlas. L’accademico ammette che la maggioranza ceca ha spesso approfittato del proprio vantaggio sulle minoranze (su tutti i tedeschi, e in maniera diversa slovacchi, polacchi, ruteni) ai tempi della Prima Repubblica, e sottolinea come l’incapacità dei cechi di mantenere la ricca eterogeneità sul territorio dello Stato porti i suoi strascichi ancora oggi – pensiamo ai diversi atti di razzismo verso l’ultima comunità esogena rimasta sotto Praga, la minoranza Rom. Sul diktat di Monaco in sé, non va minimizzato il dietro-front degli alleati: meno che tradimento, proprio non si può chiamare. Riprendendo il discorso di Spurný, più che leader da prima linea e boria di combattimenti per la patria, se c’è una mancanza da recriminare alla Repubblica di Masaryk e Beneš è proprio quella di non aver saputo mantenere insieme un Paese splendidamente multiculturale.

Sulla riconciliazione tra i popoli si è pronunciato anche il cardinale Reinhard Marx, porporato tedesco che ha partecipato quest’anno al pellegrinaggio a Stará Boleslav in onore di San Venceslao. Nella città dove il re-santo fu ucciso per mano fraterna più di mille anni fa, Marx ha ricordato la sofferenza scaturita da quel terribile settembre 1938, abbracciando l’arcivescovo di Praga, il cardinale Dominik Duka, e guadagnandosi approvazione e applausi dai fedeli boemi. Ulteriore passaggio verso dialogo e distensione, la Germania ha prestato quest’anno a Praga il documento originale degli accordi di Monaco: dal 28 ottobre è in esposizione al Museo Nazionale.

Per i cechi di oggi, indipendentemente dal racconto storico, tra congiura internazionale e pochezza della leadership, il ‘38 è stato un anno fondamentale per, chiamiamola così, la psicologia della nazione. Se aggiungiamo l’oppressione sovietica, in particolar modo l’episodio cruciale del ‘68, con il Paese ancora una volta invaso e defraudato da vicini e alleati, si può ben comprendere l’atteggiamento di diffidenza del cittadino comune verso qualsiasi struttura verticale. Se la politica nazionale non naviga in buone acque in quanto a consensi, l’Unione Europea è vista spesso come un nuovo estraneo pronto a lavorare per il proprio tornaconto all’ombra del cavallo di Venceslao.

Senza dimenticare che a capo del Paese è stato per molti anni l’euroscettico per eccellenza, Václav Klaus, la poca fiducia verso Bruxelles è cosa nota: un sondaggio di un anno fa tra tutti i membri dell’Unione segnava la Repubblica Ceca come il membro più deluso di tutti. Come dire: nessuna sorpresa.

di Giuseppe Picheca