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Per rileggere lo straordinario capitolo della storia del nostro continente rappresentato dalla caduta del Muro di Berlino, ci siamo rivolti a Filippo Maria Pandolfi, a lungo ministro in Italia (della Finanaza, del Tesoro, dell’Industria e dell’Agricoltura) e poi, dal 1989 al 1993, Vicepresidente della Commissione europea. La sua ci è parsa non solo una testimonianza preziosa, ma anche una efficace analisi del presente e del futuro della nuova Europa.

Presidente Pandolfi, vent’anni fa la Caduta del muro di Berlino e il rapido succedersi di una catena di eventi nell’Europa centro-orientale cambiarono la storia del mondo. Lei seguì quegli avvenimenti dall’osservatorio privilegiato di Bruxelles. Che ricordo ha dell’atmosfera di quei giorni?

Da meno di un anno ero a Bruxelles, Vice presidente della Commissione europea: certamente un osservatorio e un laboratorio privilegiato. I ricordi della sera di quel giovedì 9 novembre sono tanti: emozioni, riflessioni, analisi, speranze. La mattina dopo, alle 9, sono a Bonn, per un incontro sui temi della ricerca – il portafoglio comunitario di cui ero responsabile – con i vertici confindustriali tedeschi. Ma l’ordine del giorno fu travolto dagli eventi della sera precedente. Non riuscimmo a parlare d’altro. Ripartii dopo meno di due ore. Per il pomeriggio mi attendeva una riunione diventata di importanza eccezionale.

 12 Intervista Pandolfi

Una riunione della Commissione?

Sì, ma non una delle consuete riunioni settimanali. Jacques Delors, il nostro presidente, aveva introdotto una importante consuetudine di lavoro: i seminari di riflessione. Tre o quattro volte all’anno ci si incontrava per discutere informalmente della strategia della Commissione. Ma quel venerdì tutto si concentra su un solo grande tema obbligato: l’agenda europea dopo la caduta del Muro. In apertura di riunione, il collega tedesco Martin Bangeman esordisce usando non una delle due lingue di lavoro, ma la sua lingua nazionale: poche, commosse parole e un momento di emozione per tutti.

E’ chiaro che non si potevano prendere decisioni immediate. Ma ricorda qualche orientamento emerso da quel seminario di riflessione?

Lavorammo fino alla sera di sabato. Mi limito a dire della mia posizione, che sostenni con convinzione e fervore. Tre punti. L’unificazione tedesca: da realizzarsi al più presto; questione di mesi, non di anni come qualcuno dei presenti sosteneva. Il pericolo di una “balcanizzazione” di parte della nuova Europa, tale da riportare l’ultimo decennio del secolo ai drammi del primo decennio. Infine, i problemi del passaggio delle nuove democrazie da un’economia statalistica ad una economia di mercato.

Che ruolo pensa abbia avuto la Comunità europea nel processo che portò alla caduta del sistema sovietico?

La fine dell’impero sovietico è stata una vittoria dei principi di libertà e democrazia. Essa è stata certamente preparata dalla potenza militare, “hard power”, dell’alleanza atlantica e, in particolare, degli Stati Uniti. Ma se essa si è determinata senza colpo ferire e se i paesi del centro-est hanno in brevissimo tempo ritrovato la strada della democrazia, ciò è anche il frutto del richiamo culturale e politico, “soft power”, esercitato dalla contigua realtà dell’Europa comunitaria.

Lei è stato sin da subito il sostenitore dell’allargamento a Est. Che bilancio pensa si possa fare oggi della decisione di far entrare nell’Unione europea gli ex paesi satelliti di Mosca?

Non ho mai avuto dubbi. Aprirsi ai paesi del centro-est è stata ed è missione storica dell’Europa comunitaria. Si tratta di un percorso articolato e complesso, un percorso necessario. Ma mi lasci dire: quale altro processo dell’integrazione comunitaria è stato esente da difficoltà e da lunghezza dei tempi? Ricordiamo che l’attuazione del mercato unico, obiettivo relativamente semplice, ha comportato un cammino di 35 anni, quanti ne sono passati dal 1957 al 1992.

Quale pensa possa essere il limite di estensione dell’UE? Si parla per esempio della Turchia e, dopo la crisi del Caucaso, non è mancato chi ha persino chiesto la futura adesione della Georgia.

E’ bene essere chiari. Davanti a noi, nell’immediato, c’è un obiettivo prioritario: la progressiva integrazione dei paesi dei Balcani occidentali, diventati ormai una “enclave” totalmente circondata da paesi dell’UE. Non si tratta di un’ “optional” ma di una necessità, legata a questioni di pace e stabilità, dopo le tragedie delle due guerre degli anni ’90, in Bosnia e in Kosovo. Veniamo alla Turchia: un grande paese, un importante ruolo geopolitico, uno status riconosciuto di paese candidato all’adesione. E’ arduo fare previsioni. Si può dire soltanto: nessun passo indietro, passi avanti da affrontare con cura. Non parlerei d’altro. I paesi caucasici sono oltre l’orizzonte.

Il Trattato di Lisbona sta per entrare in vigore, dopo la ratifica di tutti gli Stati membri dell’UE. Come valuta il fatto

che proprio in alcuni paesi dell’Est, come la Repubblica ceca e la Polonia, le resistenze alla ratifica siano state più forti?

Non accentuerei unilateralmente le difficoltà venute da Repubblica ceca e Polonia. Da più parti sono venute le difficoltà, a partire dal rigetto nel 2005, del Trattato costituzionale da parte di due dei sei paesi fondatori per giungere alle travagliate vicende successive del trattato di Lisbona. Non possiamo dimenticare. del resto, che Polonia e Repubblica ceca hanno il merito storico di avere contribuito in maniera determinante, con la discesa in campo del movimento di Solidarnòsc all’inizio degli anni ’80 e con la travolgente forza della rivoluzione di velluto del novembre 1989, alla connotazione popolare delle nuove democrazie del Centro-est. E’ un patrimonio prezioso per l’intera Unione europea. Uomini come Lech Walesa e Vaclav Havel, per ricordare due simboli storici, hanno aperto una nuova strada per i popoli d’Europa.

Di Giovanni Usai