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Obama e Medvedev hanno firmato nella capitale ceca il nuovo Trattato sulla riduzione delle armi strategiche. Per alcuni politici uno scacco al ruolo del Paese nella politica estera Usa.

Il presidente americano ha voluto rassicurare i leader dei Paesi centroeuropei dopo l’abbandono del progetto di scudo antimissilistico

Praga al centro della politica estera degli Stati uniti. Lo era al tempo della Guerra fredda e lo è tuttora, ma in modi assai diversi. A sancire il drammatico passaggio da centro degli interessi statunitensi nell’Europa centrorienetale in funzione anti-russa, a palcoscenico privilegiato per annunci attesi e di importanza mondiale è stato il presidente Usa Barack Obama, che dal 5 aprile di un anno fa all’8 aprile del 2010 ha tracciato un’immaginaria parabola che ha ridisegnato il ruolo ceco negli interessi strategici americani. Dalla promessa di un mondo senza armi nucleari alla firma del nuovo trattato Start con la Russia, per la riduzione delle armi strategiche di teatro, tra tutte le testate atomiche.
Un cambio di ruolo e di posizione che ad alcuni, come il presidente Vaclav Klaus, padrone di casa in occasione della cerimonia tra Obama e Medvedev, è andata a genio: “Questa firma è stata più importante di quanto avessimo creduto – ha dichiarato il capo di stato ceco – un momento straordinario che ha rafforzato i nostri legami” con Washington. Ma in molti hanno storto il naso nel veder trasformare Praga da città di “confine” della contrapposizione tra Russia e Usa, a luogo neutrale in cui firmare un trattato della portata dello Start II. E se Obama ha voluto rassicurare i leader della regione, primi fra tutti proprio i polacchi e i cechi delusi dopo l’abbandono del progetto dello scudo antimissilistico statunitense in Europa centrorientale, non è mancato chi ha espresso in maniera secca e aperta la sua opinione negativa. Tra questi l’ex ministro degli Esteri, Karel Schwarzenberg, l’aristocratico ora a capo del partito conservatore Top09, colui che aveva firmato i Trattati per l’installazione del radar statunitense sul territorio ceco, ha rinunciato al pranzo offerto dal presidente Klaus al Castello di Praga, dopo la firma del Trattato Start II perché “è tempo perso – ha spiegato senza nascondere la propria irritazione – preferisco dedicarmi alla campagna elettorale. Chiedono la nostra presenza al pranzo come ospiti ma non abbiamo un ruolo superiore a quello dei camerieri”.
07 Obama Medvedev Start
Un’amara verità o soltanto la nostalgia di quello che è stato? Forse molto di più. E’ apparso significativo, infatti, che alla cerimonia nella Sala Spagnola del Castello di Praga non ci fosse un volto noto e simbolo dell’alleanza tra Stati uniti e Repubblica ceca nel secondo dopoguerra: Vaclav Havel. L’ex presidente, leader della Rivoluzione di Velluto, non sarebbe stato invitato. Proprio Havel che Obama aveva voluto incontrare nella sua prima visita nella capitale ceca, anche a costo di rinviare la propria partenza, non era presente alla firma di un Trattato che da tutti è stato definito storico. Secondo i rumors di palazzo l’esclusione sarebbe stata la diretta conseguenza del “rimprovero” e della levata di scudi pubblicati nella lettera firmata, tra gli altri da Havel e Lech Walesa, in cui si esprimeva la preoccupazione per il nuovo approccio americano verso la Russia. Politici e leader dell’ex Patto di Varsavia avevano chiesto a Obama in quell’occasione di non sacrificare gli interessi della regione per migliorare i rapporti con Mosca. Una richiesta forse legittima dopo che l’inquilino della Casa Bianca aveva cancellato con un colpo di spugna, e una semplice telefonata al premier ceco Jan Fischer, anni di diplomazia per la realizzazione dello scudo Usa tra Repubblica ceca e Polonia. Un’ansia forse con un sapore un po’ retrò ma che ha trovato anche in Lubos Dobrovsky, ex Charta77 e ambasciatore ceco a Mosca, vicino ad Havel, una sponda: l’ex ministro della Difesa è del parere che i russi abbiano interpretato lo Start II come un segnale di debolezza degli Usa.
A confermare questa visione la dichiarazione unilaterale di Mosca nella quale si sottolinea che la Russia potrà uscire in qualsivoglia momento del Trattato “qualora l’aumento quantitativo e qualitativo del potenziale della difesa antimissili strategici Usa inizierà ad avere un’influenza consistente sull’efficacia delle forze strategiche nucleari russe”,. Una versione che sottintende, neanche tanto velatamente, che se il progetto di scudo, anche nella nuova versione “diffusa” con un centro nevralgico in Romania, prenderà corpo l’uscita dallo Start sarà immediata con tutto quello che ne conseguirà.
A che vale allora la promessa di Obama che agli 11 leader dei Paesi centrorientali riuniti a Praga ha garantito che la ripresa dei rapporti con Mosca non andrà a loro spese? Secondo il premier ceco gli stati della regione hanno chiesto che i rapporti Usa-Russia rispettino gli interessi dell’area e siano costruiti in modo trasparente. Un modo diplomatico per chiedere di non essere messi in mezzo e usati come pedine di scambio. La strategica cena nella residenza dell’ambasciatore Usa, quindi, ha sicuramente dato maggiori garanzie a Bucarest e al suo presidente Traian Basescu, arrivato per ultimo, ma accolto prima dei leader cechi da Obama. Ma Praga ne esce ammaccata se non altro nell’orgoglio.

Di Daniela Mogavero