L’oncologo viareggino Luca Vannucci racconta il percorso che lo ha portato a ricoprire incarichi di grande prestigio nel sistema scientifico della Repubblica Ceca, senza mai perdere il legame con le proprie radici italiane.
Praga è la città dove la mia ricerca ha trovato casa
Dalla sala operatoria al laboratorio sperimentale, dalla rigorosa formazione alla Facoltà di Medicina di Pisa alla decisiva esperienza alla University of Chicago, fino alla scelta di stabilirsi a Praga, dove si è affermato nell’ Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca e ha raggiunto il vertice della Società Nazionale di Immunologia.
Quella di Luca Vannucci è la storia di uno scienziato italiano che ha attraversato tre diversi sistemi accademici, seguendo una traiettoria segnata dal rigore, dalla passione e da scelte non sempre semplici.
Oggi la ricerca è al centro della sua vita professionale, con risultati di rilievo anche internazionale. Vannucci dirige il Laboratorio di Immunoterapia presso l’Istituto di Microbiologia dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca, dove coordina un gruppo impegnato nell’oncologia sperimentale. Di recente è stato rieletto per un ulteriore mandato triennale alla presidenza della Società Ceca di Immunologia, incarico che conferma il ruolo di primo piano da lui assunto nella comunità scientifica del Paese.
Medico e ricercatore, ma con una formazione culturale che va ben oltre il laboratorio: fra i vari suoi interessi, Vannucci è un raffinato appassionato di musica, si dedica alla pittura e coltiva un interesse costante per la storia e la filosofia. Incarna così una figura di scienziato dal respiro ampio, in cui la curiosità scientifica convive con un solido impianto umanistico.
Negli ultimi anni Vannucci si è fatto anche promotore di incontri periodici tra i ricercatori italiani attivi in Repubblica Ceca, contribuendo alla nascita di una rete stabile di confronto e collaborazione.
Professor Vannucci, se non fosse diventato medico, quale pensa sarebbe stata la tua strada?
Probabilmente il musiscista o l’ archeologo. Tuttavia, da bambino quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo: “il papa o lo scienziato”.
Il papa?
Sì, probabilmente perché ho avuto un imprinting religioso molto forte: vengo da una famiglia cattolica, sono cresciuto con nonni e zie molto legati alla Chiesa, e quell’ambiente ha lasciato un segno. Il senso religioso, in qualche forma, mi è rimasto. Non tanto in senso clericale, quanto come tensione etica, come idea che la propria vita debba avere un’utilità e un significato più ampio e rivolto agli altri.

Infine, ha deciso di fare il medico
Perché allo stesso tempo, c’era la curiosità scientifica. Mi interessava capire come funzionano le cose, la biologia, la vita. In fondo anche la scelta di medicina è stata una scelta etica: volevo fare una cosa che fosse socialmente utile. E anche in questo c’è stato un elemento familiare: che io diventassi medico era il sogno di mio nonno. Ero il primo nipote e per lui è stata quasi “la gloria della casa”, di cui andare fieri: il primo laureato in famiglia e per di più medico!
Davanti a me da ragazzo vedevo però anche strade differenti. Mi sarebbe piaciuto molto fare il musicista, principalmente il direttore d’orchestra, o anche il cantante. La musica è sempre stata una dimensione importante della mia vita, una forma di espressione e di equilibrio, e il canto è un hobby che mi è rimasto.
Un’altra possibilità sarebbe stata l’archeologia. Sono sempre stato appassionato di storia, di scoperte e di antiche civiltà, in particolare dell’antico Egitto. Già da bambino ero letteralmente ossessionato dall’Egitto antico. Ricordo un sacerdote amico di mio nonno che aveva un grande libro fotografico sull’Egitto, in bianco e nero. Ogni volta che andavo a trovarlo volevo sfogliarlo. Alla fine, esasperato, mi disse: “Portatelo a casa, tienilo tu”.
In fondo, sia la medicina sia l’archeologia rispondono alla stessa spinta: scavare, indagare, cercare di capire, trovare qualcosa che prima non si vedeva. E comunque il motore principale è sempre stata la curiosità e la necessità di capire.
Lei inizialmente era un chirurgo. Cosa le manca della dimensione clinica?
Per quasi vent’anni ho lavorato quotidianamente in sala operatoria. Poi mi sono dedicato completamente alla ricerca, anche se in realtà una componente “manuale” è rimasta ancora per qualche tempo: nei modelli sperimentali sul tumore ho dovuto fare microchirurgia, interventi veri e propri su animali da esperimento, maialini, ratti, topi. Quindi, in un certo senso, la chirurgia non è scomparsa di colpo. Soprattutto è la quadratura mentale nell’affrontare i problemi che è rimasta viva. Che cosa mi manca della dimensione clinica?
Da un lato, il rapporto diretto con la persona. Essere accanto a qualcuno che ha un problema, comunicare, condividere una responsabilità. E poi la soddisfazione di poter risolvere una situazione. Non sempre si riesce a risolvere tutto, ma almeno portare il paziente nelle condizioni migliori possibili. Il rapporto medico-paziente è una relazione forte, ed è probabilmente la motivazione più autentica per cui si sceglie di fare il medico.
La ricerca dà un altro tipo di soddisfazione: più lenta, più meditata, meno visibile. In clinica il risultato è davanti a te, quasi subito. Questo è forse l’aspetto che più distingue le due dimensioni.
Poi c’è anche l’aspetto tecnico. Non è elegante dire “mi piaceva operare”, ma c’è una soddisfazione nel fare bene un gesto chirurgico, nel compiere qualcosa di tecnicamente preciso, pulito, efficace, cosa che del resto e’ necessaria anche nell’approntare ed eseguire un esperimento.

Un intervento che ricorda ancora?
Ricordo una donna di 95 anni, la nonna di alcuni miei amici. Le era stato diagnosticato un tumore intestinale che rischiava di portarla rapidamente a un’occlusione. A quell’età non si ragiona in termini di grandi strategie oncologiche: l’obiettivo era evitare l’emergenza. Il timore era per l’età. La operai. Era molto magra, il che, paradossalmente, aiutava dal punto di vista anatomico. L’intervento andò bene, tanto che nel giro di una settimana tornò a casa sulle proprie gambe. Considerando l’età e la fragilità, fu una soddisfazione enorme. Un altro fu l’asportazione palliativa di un enorme condrosarcoma con una procedura sperimentale di ablazione con microonde su cui lavoravo assieme a un gruppo del CNR di Pisa. Il risultato, eccellente per il paziente e unico nel suo genere, fu pubblicato in un testo di chirurgia oncologica italiano.
Poi la decisione di andare a Chicago e l’opportunità di lavorare in ricerca sperimentale sui tumori, mentore il Premio Nobel Charles Brenton Huggins. Se potesse parlare oggi col giovane Vannucci che parte per gli Stati Uniti, che suggerimenti gli daresti?
Gli direi di fare esattamente quello che ha fatto. Non cambierei quella scelta. Vincere la borsa di studio della Rotary Foundation, che mi permise di vivere questa esperienza, fu una di quelle cose che ti cambiano la vita.
Sono stati due anni fondanti. Non solo dal punto di vista scientifico, ma anche umano. Io venivo da una famiglia normale: mio padre lavorava in uno scatolificio, in ambito tecnico-progettuale; mia madre era casalinga. Una famiglia molto coesa, molto protettiva, con un forte senso della casa come luogo centrale, quasi “sacro”. Una casa ordinata, regolata, tradizionale. Ho frequentato il liceo classico a Viareggio, con una formazione umanistica solida. Era un ambiente serio, ma anche piuttosto chiuso.
Arrivare a Chicago è stato uno shock positivo. Ho scoperto un mondo completamente diverso: persone che arrivavano da ogni parte del mondo, libertà di movimento, di confronto, di relazione. Se qualcuno arrivava senza un posto dove dormire, si stendeva un materasso a terra in una stanza e fine. Nessuna formalità eccessiva, nessuna rigidità. Una naturalezza nell’aprirsi agli altri che per me era nuova. E anche le relazioni con colleghi anche importanti erano semplici, dirette, diverse dall’ambiente accademico in cui mi sono formato.

Chicago, poi, allora era una città straordinaria. Culturalmente vivacissima. La Chicago Symphony Orchestra, il teatro d’opera, i musei, le mostre, i concerti. Io lì ho lasciato un pezzo di cuore. Era una città che ti nutriva continuamente.
Vivevo nel campus dell’University of Chicago, in una residenza che ospitava circa quattrocento persone provenienti da tutto il mondo: Europa, Asia, Sud America, Stati Uniti. Un ambiente internazionale vero, con uno scambio di idee e amicizie continuo.
E poi c’era il contesto accademico. Quando ero lì, l’università contava cinque premi Nobel attivi. Io ho lavorato con Charles Brenton Huggins, premio Nobel per la Medicina nel 1966, che mi ha insegnato a costruire modelli sperimentali. Ma si poteva incrociare in mensa un economista come Modigliani, uno scrittore come Saul Bellow, studiosi di fisica, filosofia, etnologia. Era un ambiente dove l’eccellenza non era celebrata, era normale.

Ricordo, vicino a dove lavoravo io, anche l’edificio dove aveva lavorato Enrico Fermi, mantenuto come luogo storico, coibentato con piombo per schermare le ancora presenti tracce di radioattività per gli esperimenti fatti! Per un caso, ho imparato una tecnica di colorazione dei nuclei cellulari da una tecnica di laboratorio che era la vedova di un collaboratore di Fermi. Era un mondo in cui la storia della scienza era fisicamente presente.
Ha pensato di restare negli Stati Uniti?
Sì, ma avevo ormai 29 anni. Per restare avrei dovuto rientrare nel sistema della specializzazione americana, fare anni di formazione, ricominciare praticamente da capo. Facendo i conti, sarei arrivato sul mercato del lavoro in ritardo rispetto ai colleghi più giovani. Scelsi di tornare in Italia, all’Università di Pisa, anche per questo. Poi il destino mi ha riservato, nel 1999, un nuovo trasferimento, a Praga, dove lavoro ancora adesso.
Dopo tutti questi anni all’estero, con quale stato d’animo guarda oggi al mondo accademico italiano? In che misura si sente ancora parte di quel sistema?
Diciamo che mi sento un frutto dell’università italiana. Ho avuto una formazione molto severa. La Facoltà di Medicina di Pisa, quando studiavo io, era considerata tra le più rigorose del Paese. C’erano figure di grande livello, docenti che avevano introdotto innovazioni importanti e che erano riconosciuti anche a livello europeo. Quella severità mi ha dato un metodo e una struttura mentale solida, che mi porto dietro ancora oggi.
Quanto al sistema nel suo complesso, non so quanto sia cambiato in profondità rispetto agli anni Novanta, quando io ne facevo parte. Mi sembra che oggi ci sia maggiore attenzione alla meritocrazia, più di quanto non fosse allora. Allo stesso tempo, resta la sensazione che le dinamiche relazionali contino ancora: appartenenze, reti interne, tradizioni di scuola. Il cosiddetto “pedigree” accademico, in passato, aveva un peso significativo. Forse oggi meno, ma non credo sia del tutto scomparso.
Detto questo, non mi sento estraneo a quel mondo. Anzi, sono orgoglioso di averne fatto parte. Mi sento formato da quella Scuola. Avrei anche voluto continuare lì, nel mio ambito, sviluppando una linea di lavoro più specifica. In quegli anni ho introdotto alcune innovazioni, ho proposto metodi nuovi, ho contribuito a organizzare percorsi di chemioterapia in un momento in cui non esisteva ancora un’oncologia medica strutturata come disciplina autonoma. Poi però le possibilità erano limitate. Spesso bisognava aspettare a lungo, perché qualcuno era già “in fila” prima di te. Non è che io sia andato via per mancanza di prospettive, ma ho trovato a Praga più possibilità concrete, tempi più rapidi, maggiore spazio per sviluppare alcune idee.

Cosa le ha insegnato allora l’Italia accademica che considera ancora prezioso?
Dell’università italiana considero ancora preziosa, prima di tutto, l’importanza attribuita allo studio serio. Studiare tanto, non prendere nulla sottogamba. In medicina non si scherza: hai una responsabilità enorme verso le persone. Più sai, meglio è. E più devi sapere.
Un altro aspetto positivo era l’approccio non eccessivamente iperspecialistico. C’era l’idea che il medico dovesse avere una visione globale del problema. Non solo il dettaglio tecnico di un organo o di una funzione, ma il quadro complessivo. Devo dire che negli ultimi anni ho notato una tendenza crescente alla settorializzazione: programmi organizzati per blocchi molto specifici, anatomia di un apparato, fisiologia, patologia, e così via. Se tutto è ben coordinato può funzionare; se non lo è, rischia di frammentare il sapere e di far perdere la visione d’insieme. Per chi studia medicina, questa è una perdita.
Che cosa invece ha dovuto disimparare?
Una certa cultura dell’autorità. All’epoca esisteva ancora la figura del “barone”: il professore cattedratico che si sentiva investito di un potere quasi assoluto. C’erano figure straordinarie, di altissimo livello, che forse potevano anche permettersi un certo atteggiamento, ma c’erano anche situazioni meno nobili, in cui l’autorità diventava supponenza, feudalesimo, talvolta aggressività.
Io personalmente non ho mai interiorizzato quel modello, ma ho visto atteggiamenti teatrali, anche umilianti, soprattutto agli esami. Un modo di esercitare il potere che poteva essere anche inibente per chi stava dall’altra parte. Questo è qualcosa che non ho mai condiviso e che, se vogliamo, ho dovuto “disimparare” nel senso di non riprodurlo. E fortunatamente sta estinguendosi.
Pensa che negli altri Paesi dove ha lavorato le cose vadano diversamente?
Negli Stati Uniti – e in parte anche in Repubblica Ceca – il sistema è certamente diverso. Negli Stati Uniti, per esempio, non c’è il concorso nel senso tradizionale italiano. Si apre una posizione, si fanno colloqui, si valuta il curriculum, si sceglie. Certo, anche lì contano le relazioni e le preferenze, ma la selezione è molto legata alla performance concreta. E soprattutto se scegli male, paghi le conseguenze, anche legali. In ambito medico, le assicurazioni professionali sono altissime proprio perché il sistema è molto attento alla responsabilità individuale.
Un altro elemento che considero fondamentale è l’equità nella valutazione per le posizioni accademiche. A volte possono arrivare “segnalazioni”, suggerimenti, pressioni più o meno velate. Ma se una persona merita meno di un’altra, non va messa allo stesso livello solo per un input esterno. Questo è un principio che ho sempre rispettato nelle occasioni in cui ne avevo la responsabilità.
Ha mai preso in considerazione l’ipotesi di tornare a far ricerca in Italia?
Sì. Prima di accettare definitivamente la posizione qui, ne parlai con il mio direttore di chirurgia. Mi disse chiaramente che avrebbe voluto trattenermi. Io gli spiegai quali erano le condizioni necessarie per sviluppare il tipo di ricerca che stavo portando avanti.
Il problema non era teorico, era pratico. Certo tipo di strumentazione, spazi di lavoro, competenze specifiche con cui collaborare erano insufficienti rispetto all’Accademia delle Scienze che in quegli anni stava rimodernandosi per entrare sempre di piu’ nell’ agone scientifico internazionale.
A un certo punto mi sono chiesto: continuo così, con mezzi limitati, senza prospettive chiare di sviluppo e di stabilizzazione? Oppure scelgo un ambiente dove posso effettivamente portare avanti il lavoro?
Qui ho trovato condizioni più favorevoli. Più strumenti, più apertura, più meritocrazia, meno ostacoli strutturali. Non è stata una fuga, ma una scelta legata alla possibilità di lavorare in modo più coerente con quello che stavo cercando di costruire.
Che ragione si è dato di questa differenza?
Qui in Repubblica Ceca rispetto all’Italia c’è soprattutto un differente e più elevato livello di interazione. I ricercatori cechi sono generalmente meno gelosi dei propri strumenti e delle proprie competenze. Ovviamente l’elemento umano esiste ovunque, ma c’è una consapevolezza diffusa: nessuno può avere tutto nel proprio laboratorio. Per fare bene ricerca è necessario collaborare, condividere attrezzature, competenze, idee. È una necessità pratica prima ancora che ideologica.
In Italia, almeno per come l’ho vissuta io, era più frequente un atteggiamento del tipo: “Questo è mio, non toccarlo”. Oppure una competizione più marcata anche su linee di ricerca simili, vissute come territorio da difendere. Qui questo accade meno: se stai lavorando su qualcosa di affine, più facilmente si trova una forma di collaborazione invece che di chiusura.
Un altro aspetto è la trasparenza nei percorsi di carriera. All’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca, per esempio, esistono livelli di progressione chiari. Sai che puoi passare da uno stadio all’altro in base a criteri definiti. Lo stesso vale, in parte, per l’università.
In Italia, almeno negli anni in cui ero dentro il sistema, la progressione era meno lineare. Dipendeva molto dai programmi del cattedratico, dal concorso che si apriva, da chi lo gestiva, dalle dinamiche interne.

Dirigere un laboratorio significa anche ora, anche per lei, decidere il destino professionale di altre persone. Come vive queste situazioni?
Dirigere un laboratorio è un po’ come guidare una piccola azienda. Devi programmare, trovare risorse, ma soprattutto scegliere le persone. Ed è la responsabilità più delicata.
Quando qualcuno si candida per un dottorato o per lavorare nel gruppo, non guardo solo il curriculum. Valuto anche l’aspetto umano: la capacità di lavorare in squadra, di comunicare, di accettare una critica. Puoi essere molto brillante tecnicamente, ma se manca il coinvolgimento reale diventa difficile costruire qualcosa di solido.
Non è un problema se qualcuno vuole poi andare nel privato. Il punto è il commitment: se vieni qui, devi voler imparare davvero a fare il ricercatore. E fare ricerca significa maturare in capacità ideativa e di programmazione del lavoro sperimentale, sviluppare capacità critica sui propri dati per produrre risultati consistenti, pubblicare, contribuire a un progetto comune. Per un gruppo non numeroso come il nostro – con almeno cinque articoli scientifici pubblicati l’anno – è un impegno serio e continuo.
Nel laboratorio si lavora in team. Ognuno sviluppa una propria competenza specifica, ma c’è uno scambio costante di tecniche e conoscenze. Questo crea solidità e continuità.
Le decisioni non sono mai leggere. Ma nel mio ruolo ho imparato che qualità scientifica e qualità umana devono andare insieme: se una delle due manca, il laboratorio ne risente

Le è mai capitato di fidarsi di un’intuizione contro l’evidenza scientifica iniziale?
Sì, è successo. La nostra scoperta più importante è nata proprio da un’intuizione che andava contro quello che ci aspettavamo di trovare. Una cosa mai vista. All’inizio ho pensato anch’io che fosse un errore: magari un problema tecnico, un anticorpo sbagliato, un test mal calibrato. Ho fatto ripetere gli esperimenti, cambiato reagenti, insistito. Quasi mi arrabbiavo perché il risultato non tornava con la teoria.
Anche colleghi più esperti dicevano: “Rifallo, la letteratura dice altro”. Era un dato che sembrava non avere senso.
In quel momento mi è tornata in mente una frase del professor Miloslav Pospíšil, il mio mentore a Praga, con cui ho lavorato a lungo. Diceva sempre: “Non dovete far dire alla natura quello che pensate voi. Guardate quello che la natura vi sta dicendo”. È una lezione fondamentale.
A un certo punto, cambiando la prospettiva, ho avuto un lampo. Mi sono accorto che avevamo trovato un tipo di infiammazione latente, subdola, che era attiva nonostante le molecole infiammatorie fossero a livello praticamente normale, perché non erano bloccate da un fattore di regolazione, praticamente azzerato. In parole semplici: in un tessuto normale esiste un equilibrio tra fattori che promuovono l’infiammazione e fattori che la regolano e la tengono sotto controllo. Se i fattori pro-infiammatori aumentano molto, l’infiammazione diventa visibile: arrossamento, dolore, patologia manifesta. Poi il sistema si autoregola e torna in equilibrio.
Nel nostro caso, i fattori infiammatori non erano particolarmente elevati, erano quasi nella norma. Ma era diminuita la regolazione. In pratica, si era abbassata la soglia di controllo. Il risultato era un’infiammazione “latente”: non evidente nei parametri classici, ma biologicamente attiva. Come brace sotto la cenere. Non la vedi, ma è lì.
Questa infiammazione sommersa è in grado di modificare lentamente la struttura del tessuto, il collageno, creando le condizioni per pronuovere trasformazioni patologiche, inclusi processi tumorali.
Alla base di questa interpretazione c’è stata un’intuizione, sì. Un momento in cui ho smesso di forzare i dati dentro la teoria e ho provato a guardare i dati per quello che erano. L’istinto, se vogliamo chiamarlo così, è intervenuto quando ho accettato che la risposta potesse essere diversa da quella che cercavo.
E quella intuizione ha aperto una linea teorica che sto portando avanti da anni nei congressi internazionali: l’idea di un’infiammazione latente, mimetizzata, ma biologicamente rilevante e pericolosa.

Dopo tutti questi anni a Praga, ci sono momenti in cui si sente anche un po’ ceco? E quali invece quelli in cui si sente ancora straniero? Sia in ambito lavorativo, che nella vita di tutti i giorni
In ambito lavorativo e per le questioni pratiche, devo dire che, in generale, mi sento perfettamente a mio agio qui, quasi “a casa”. C’è una forte coscienza della professionalità. Per professionalità intendo non solo puntualità e precisione, ma preparazione concreta: sapere di cosa si sta parlando, conoscere il proprio lavoro.
Più in generale, se vai per esempio in banca o in un ufficio pubblico e fai una domanda, spesso trovi una persona che sa esattamente cosa fare, quali moduli compilare, a chi inoltrare la pratica. In poco tempo la questione si risolve. C’è chiarezza, c’è organizzazione, c’è rispetto del ruolo.
Questo mi fa sentire in sintonia con l’ambiente, perché anch’io sono molto rigoroso. Mi stimola a dare il massimo. Per esempio, nel laboratorio ho una tecnica di laboratorio a cui mi affido completamente per la gestione dei materiali. Lei ha il controllo della situazione, fa le verifiche, tiene tutto sotto controllo. Io intervengo solo quando serve. Questo livello di responsabilità diffusa crea un clima che spinge tutti a mantenere uno standard alto. La cortesia e il rispetto amichevole nei rapporti sul lavoro e’ un altro aspetto largamente presente, almeno nel nostro ambiente.

In Italia, per la mia esperienza, mi è capitato più spesso di percepire una gestione meno strutturata e minore attenzione a certi dettagli organizzativi. Non voglio generalizzare, ma talvolta l’atteggiamento risulta piuttosto pressappochista e di una informalità non appropriata nelle funzioni pubbliche, tipo l’impiegato che ti dà del tu. E questo, per uno che ha un’impostazione molto metodica e rispettosa, può risultare faticoso e fastidioso.
Un altro esempio è la sanità. Qui, quando hai un appuntamento medico, entri all’orario stabilito. Non ci sono file interminabili, c’è puntualità. La diagnostica che in Italia faresti in settimane se non in mesi qui riesci a farla nell’ordine di giorni o un paio di settimane. Questo è un aspetto che molti italiani notano subito. Dall’altra parte, però, nella routine, c’è un elemento più “autoritario”: il medico riceve i risultati degli esami, che valuta, e ti dice “va tutto bene”, ma senza spiegazioni, ti devi fidare. Non sempre ti consegna automaticamente i risultati degli esami. Devi chiederli. È un rapporto più verticale, meno “negoziato” rispetto a quello che si è sviluppato in Italia negli ultimi anni, fin troppo “orizontalizzato” e irrispettoso delle competenze professionali.
Sul piano personale, forse qualche difficoltà è legata alla naturale riservatezza dei cechi. Tuttavia, per esperienza diretta, i rapporti diventano molto più facili e liberi quando si può parlare la lingua. Come si comunica è importante, e questo aiuta in tutte le occasioni. Vivendo qui, non mi sento assolutamente isolato, grazie anche all’ambiente cosmopolita di Praga e alla comunità italiana che è molto presente e attiva.

Da alcuni anni si è reso promotore di incontri periodici dei ricercatori italiani che operano in Repubblica Ceca e ultimamente ha preso l’iniziativa di creare una associazione che vi rappresenti. A quale bisogno risponderebbe una associazione di questo tipo? Perché serve qualcosa di strutturato?
Negli anni mi sono accorto che a Praga e in Repubblica Ceca siamo in tanti, ma dispersi. Incontravo un collega all’Istituto di Cultura, un altro all’Università, un altro ancora all’Accademia delle Scienze. Mi sono chiesto: possibile che non esista nemmeno un registro, un modo per sapere chi siamo e cosa facciamo?
Così nel 2018 ho iniziato, in maniera molto semplice: un passaparola, un formulario, l’idea di creare un primo elenco dei ricercatori italiani in Repubblica Ceca. Non per fare un club autoreferenziale, ma per conoscerci e capire quali competenze, quali storie, quali percorsi fossero presenti qui. È venuto fuori un gruppo consistente, multidisciplinare, con profili molto qualificati.
Da lì sono nati gli incontri periodici, prima informali, poi più strutturati, anche con il coinvolgimento dell’Ambasciata e dell’Istituto di Cultura. Però finora è rimasto tutto su base personale, relazionale. Dato che al momento il registro conta un centinaio di ricercatori nei vari settori scientifici, umanistici e tecnici, mi è sembrato il momento per dare più consistenza a questa comunità e concretizzarla in un soggetto giuridico riconoscibile.
L’idea dell’associazione nasce proprio da questo: dare una forma stabile a una realtà che già esiste. Non è solo un fatto simbolico: è una presenza oggettiva, un grande segno di integrazione e interazione tra comunita’ scientifica italiana e ceca. Un corpus che può dialogare con le istituzioni italiane e ceche, favorire scambi, creare occasioni di collaborazione, rappresentare un interlocutore riconoscibile anche nei confronti del Ministero degli Esteri Italiano, che già dialoga con associazioni simili in altri Paesi.
Un’associazione di questo tipo rafforza il legame con l’Italia, ma in qualche modo ne certifica anche la distanza. Indica il fatto che voi siete in larga misura espressione di una diaspora
In realtà fa entrambe le cose: rafforza il legame con l’Italia ma allo stesso tempo sottolinea il fatto che non operiamo nel nostro Paese.
Rafforza il legame perché ci riconosciamo come parte di una comunità culturale comune. Nessuno di noi ha cambiato pelle: siamo italiani per formazione, per imprinting, per modo di pensare. Anche lavorando qui, portiamo con noi quella matrice. Organizzarsi significa non disperdere quel patrimonio.

Ma allo stesso tempo, è vero che questa luce fa emergere anche l’altra faccia della medaglia. Molti di noi – non tutti, ma molti – sono andati via perché altrove hanno trovato condizioni di lavoro più appropriate. L’associazione, in un certo senso, renderebbe visibile questo paradosso: abbiamo potuto fare qui quello che avremmo voluto fare in Italia ma mancavano adeguate condizioni di lavoro e di sviluppo. Non è un atto di rivalsa, non è un rinfacciare qualcosa. È una constatazione.
Un’associazione dei ricercatori italiani è anche un modo per rilevare come le nostre competenze siano state valide e apprezzate dai colleghi e dalle istituzioni ceche, creando un’ottima integrazione ed un reciproco rispetto e capacità di collaborazione. Non è quindi una certificazione di distanza dall’Italia. È piuttosto un modo per mantenere un ponte con l’Italia, un ponte che certo sottolinea anche una realtà semplice: per molti di noi, la piena realizzazione professionale è avvenuta fuori dall’Italia. E questo dato non può essere ignorato. Tuttavia, proprio l’impegno e la qualità che portiamo ci permettono di rappresentare qui il nostro Paese al meglio. Questo è stato riconosciuto anche dall’Italia con l’assegnazione ad alcuni di noi, da parte della Presidenza della Repubblica, del titolo di Cavaliere o Ufficiale dell’Ordine della Stella d’Italia per il nostro ruolo rappresentativo.

Quali sono i tratti comuni che riconosce fra i ricercatori italiani in Repubblica Ceca?
Certamente la determinazione. Chi è qui, in genere, ha fatto un percorso impegnativo, spesso iniziato altrove, e ha deciso di restare nonostante le difficoltà. Perché non è tutto rose e fiori. Praga è una città costosa, e per molti giovani ricercatori si pongono problemi concreti, per esempio il costo della vita sempre più elevato, ad iniziare da quello della casa. Non è insomma una scelta priva di sacrifici.
Eppure, quando si parla di un eventuale ritorno in Italia, la risposta è quasi sempre dubitativa o negativa. Nonostante le difficoltà, non percepisco una forte volontà di rientrare. Questo dice qualcosa: significa che, nel bilancio complessivo, qui trovano condizioni più favorevoli, incluso il vantaggio di essere nel centro dell’Europa, cosa che facilita nei contatti internazionali.
C’è poi un elemento più sottile: una certa capacità di adattamento e, allo stesso tempo, un orgoglio delle proprie radici. Non si diventa “cechi” nel senso di cambiare identità. Si resta italiani, ma si impara a muoversi in un altro contesto. È una stratificazione, non una sostituzione.
Infine, noto un forte senso di competenza e di impegno. Tutti i ricercatori con cui sono venuto a contatto sono persone che hanno scelto di misurarsi in un ambiente internazionale, spesso competitivo, e che hanno accettato di mettersi alla prova. Questo richiede una certa tenacia, fiducia nelle proprie capacità, volonta’ di crescita ma anche una certa dose di coraggio.

Tornando a lei, in questi anni ha raggiunto traguardi scientifici importanti e riconoscimenti prestigiosi. Eppure, parlando dell’Italia, affiora talvolta una nota più complessa, forse anche un filo di amarezza
Più che di amarezza parlerei in certi momenti anche di delusione. Non è una questione di vanità personale: l’ego col tempo si perde. Da ragazzo ero diverso, volevo essere il più bravo, il più riconosciuto. Poi la vita ti cambia.
Quello che pesa non è la medaglia mancata. È una constatazione più generale che personale, e non riguarda solo me. Qui in questo Paese ho potuto creare un laboratorio, sono stato il primo straniero eletto nel consiglio nazionale della Società Nazionale di Immunologia, in cui addirittura sono stato eletto presidente per ben tre volte. La domanda è perché qui è stato possibile e in Italia no, pur lavorando sempre nello stesso modo, con la stessa dedizione? Un po’ mi dispiace anche che dalla mia città, Viareggio, nessuno abbia sentito il bisogno di fare un gesto simbolico di vicinanza, anche solo dire: abbiamo visto quello che sei riuscito a fare e come ci rappresenti.

Non si muore, certo, però ti chiedi: perché. E’ la distanza? E’ disinteresse? È quel modo di pensare per cui, se vai via e fai qualcosa altrove, diventi “quello che si crede chissà chi”? Chissà, questioni di mentalità’.
Una cosa che mi dispiace e’ che non ho potuto avere tutto il tempo che sarebbe stato bello avere per essere vicino ai miei genitori, nonostante il contatto continuo “virtuale” e i viaggi quando era possibile. Se ne sono andati entrambi e quel tempo smarrito è un motivo di nostalgia.
Ho ancora dei parenti e il legame con l’Italia resta comunque forte, e sono fiero di essere italiano, viareggino.
di Giovanni Usai






