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Partner commerciali di buon livello, ma divisi dallo spettro del nucleare

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Non acerrimi nemici, non fratelli separati alla nascita, come Praga e e la vicina Bratislava, né affidabili partner commerciali, come la stessa Praga e Berlino. Piuttosto cugini alla lontana, un po’ snob l’uno nei confronti dell’altro, a torto o a ragione, e con un’antipatia diffusa di fondo, che ha lasciato il segno nelle relazioni secolari tra i due Paesi.
Questo sono oggi Austria e Repubblica ceca, ma nonostante ciò i rapporti tra i due vicini non sono freddi e distanti e lo dimostrano i dati sull’interscambio e sulla presenza delle aziende e delle banche austriache nel territorio ceco. Ci sono state, però, negli anni ragioni di scontro e di animosità. Una di queste – tornata a più riprese e che è tuttora viva – è la questione del nucleare che vede Vienna opporsi ai progetti di Praga di raddoppiare la potenza installata nella centrale di Temelin in Boemia del sud.
Una questione, quella dell’energia atomica, che preoccupa in due sensi gli austriaci: da una parte gli ambientalisti e il governo chiedono che la Repubblica ceca non costruisca nuovi reattori soprattutto dopo l’incidente di Fukushima, dall’altra l’Austria acquista buona parte dell’energia elettrica da Germania e Repubblica ceca, che hanno il nucleare nel loro mix energetico e potrebbe doversi affidare ancor di più in futuro a questa fonte di energia per garantire le sue importazioni.
Alle denunce verbali dell’Austria, anche in sede europea, Praga ha risposto senza mezzi termini dichiarando che difenderà i suoi piani di espansione della potenza atomica, come ha ribadito Alan Svoboda, uno dei manager più influenti di Cez, la compagnia nazionale dell’energia ceca. “Dobbiamo difendere il principio del Trattato di Lisbona secondo cui ciascun Paese ha il diritto di stabilire il suo mix energetico e non ha nello stesso tempo il diritto di interferire e intimare agli altri stati su come dovrebbero costruire il loro”, ha dichiarato Svoboda facendo riferimento ai due nuovi reattori di Temelin e alle altre unità che Cez potrebbe decidere di costruire a Dukovany.
Uno dei progetti del governo ceco prevede di realizzare anche nuove centrali per garantire l’80% del fabbisogno dall’atomo entro il 2060, piano che non è certo visto di buon occhio dall’Austria che guarda da vicino Temelin, ad appena 50 chilometri dai suoi confini, con l’incubo di un disastro nucleare e il mancato rispetto del Protocollo Melk (il patto austro-ceco sugli standard di sicurezza delle centrali firmato nel 2001). Praga, però, è pronta a difendere con i denti la sua posizione, forte anche dell’abbandono del nucleare da parte della Germania che potrebbe garantire a Cez, nei prossimi anni, il ruolo di leader del settore e della fornitura in Europa centrale.
Ma Vienna non cede ed è pronta a utilizzare tutti i suoi mezzi, “giuridici e politici”, per impedire la realizzazione dei programmi di sviluppo nucleare annunciati dal governo di Praga, ha dichiarato nei mesi scorsi il ministro degli Esteri di Vienna, Michael Spindelegger. “La Repubblica ceca è un Paese al quale il disastro di Fukushima in Giappone, non ha insegnato nulla”, ha aggiunto. Malumori c’erano stati anche in occasione della visita del premier Petr Necas a Vienna a marzo. Il capo del governo era stato accolto dai manifestanti anti-Temelin e da un cancelliere austriaco, Werner Faymann, tutt’altro che arrendevole sulla questione, anzi pronto a un’offensiva a Bruxelles. La querelle ha fatto tra le sue vittime anche il ministro degli Esteri ceco Karel Schwarzenberg (che in Austria ha trascorso gli anni dell’esilio durante il regime): il quotidiano viennese Die Presse, commentando le posizioni espresse dall’anziano aristocratico rispetto alla questione di Temelin e a quella dei Sudeti, altro tasto dolente delle relazioni (“la centrale nucleare la amplieremo e i Decreti Benes non si toccano”), ha scritto che Schwarzenberg si è ormai trasformato da un paladino dei diritti umani a “un buon soldato Svejk”.
Detto questo potrebbe sembrare un quadro da separati in casa, ma i rapporti tra Austria e Repubblica ceca nascondono sprazzi di fratellanza inaspettati. Nel 2008 lo stesso Schwarzenberg e Jiri Grusa, ambasciatore ceco a Vienna, hanno dichiarato che austriaco e ceco sono due lingue diverse ma della “stessa nazione”. Inoltre l’Austria è il terzo investitore più importante in Repubblica ceca dopo Germania e Olanda e i due Paesi sono stati parte di un’unica entità sovranazionale per 400 anni, l’impero austro-ungarico.
Quest’ultima notazione, però, potrebbe essere il fulcro dei rancori: cechi e austriaci, proprio per il fatto di conoscersi così bene sono come membri di una stessa famiglia che dopo un litigio non hanno più ripreso i legami. Nel 1918, alla fine della Prima Guerra Mondiale, secondo alcuni storici, i cechi sottrassero la parte industrialmente più sviluppata dell’impero agli austriaci: in Boemia e Slesia si estraeva il 90,6% del carbone nero ed l’83,1% di quello marrone di tutto l’Impero. Ma, un ‘altra regione ceca, la Moravia meridionale, è rimasta in qualche modo parte integrante della storia austriaca e ha dato anche i natali a personaggi importanti della storia di Vienna: Adolf Scharf, presidente della prima Repubblica austriaca dal 1957 al 1965 e Karl Renner, prima di lui. Con in mente questa panoramica sfaccettata, per ritrovare il vero legame tra Praga e Vienna, bisogna forse guardare più alle relazioni di accoglienza dei rispettivi dissidenti in tempi di crisi (durante il nazismo e il comunismo) o ai rapporti culturali e turistici, da sempre molto vivi tra i due Paesi, piuttosto che agli screzi che ci sono e ci saranno, in quel rapporto di amore-odio che lega e continuerà a legare i due stati per molti anni ancora.

Di Daniela Mogavero