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Le nuove e vecchie sfide della politica estera ceca in un mondo messo sottosopra dalla pandemia
L’epidemia ha oscurato gli altri tavoli di scontro, dal bilancio europeo alla digital tax. E la Cina non sta a guardare

In attesa di capire quale impatto potrà avere sugli equilibri internazionali la pandemia del coronavirus, ad iniziare dalla tenuta della Unione Europea, proviamo a fare il punto sulle principali questioni che caratterizzano oggi la politica estera ceca. Per quanto riguarda in particolare la Ue, sino a poche settimane fa il mantra che sembrava circolare con più insistenza nelle teste di chi comanda a Praga, così come fra i leader di tutta Europa, era uno solo: soldi, soldi, soldi. Dalle prime avvisaglie, dal dibattito tra l’approccio solidaristico e l’utilizzo del famigerato Mes, appare chiaro che, nei prossimi mesi, tutto questo varrà ancora di più. Il tutto mentre, in piena emergenza Covid-19, la diplomazia cinese delle mascherine trova terreno molto fertile in Repubblica Ceca, come in altre parti d’Europa.

UE

A proposito di soldi, quando il Parlamento europeo a fine marzo ha detto sì alla misura da 37 miliardi di euro dei fondi strutturali per la lotta al coronavirus, il premier ceco Andrej Babiš ha commentato su Twitter con parole di una freddezza disarmante nei confronti della Unione: “Vorrei sottolineare che contro il Covid-19 la Ue non ci sta dando nemmeno una corona in più di quanto avessimo già diritto ad avere prima della pandemia. I media celebrano le istituzioni europee, ma non sono soldi extra. Sono soldi nostri già da molto tempo fa”.

Per la cronaca, a favore della Repubblica Ceca giungerà una cifra equivalente a più di 30 miliardi di corone, e Babiš su Twitter – come alcuni commentatori hanno fatto notare – ha omesso di precisare che Praga avrà ora la possibilità, con un regime diverso di erogazione delle risorse, di utilizzare tutto l’ammontare della cifra (il che le sarebbe stato quasi impossibile da fare entro la fine dell’anno, nello stesso periodo di programmazione). Il premier potrà farlo, per di più, senza alcun obbligo di integrare i fondi europei con risorse aggiuntive ceche, il che sarebbe altrimenti una delle condizioni per farvi ricorso.

Niente di nuovo comunque sotto il sole. Praga aveva già usato toni poco concilianti con Bruxelles già a fine febbraio, quando si parlava soprattutto del prossimo bilancio della Ue. In quella occasione Babiš aveva detto no a qualsiasi ipotesi di taglio dei fondi europei e soprattutto a qualsiasi indicazione vincolante su come spenderli. Il timore è che questo atteggiamento possa riverberarsi anche nell’approccio da adottare nella lotta contro la pandemia, in cui l’Europa degli Stati nazione dovrà farsi vedere più unita che mai per poter andare avanti, senza perdere pezzi.

Il summit europeo del 20 e 21 febbraio si era chiuso come sappiamo con un nulla di fatto nei negoziati per il budget settennale 2021-2027. La platea dei Paesi membri era apparsa nettamente spezzata in due (se non in tre): da una parte i cosiddetti “Frugali”, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, dall’altra i 17 membri degli “Amici di un’Europa ambiziosa” e poi Francia e Germania. All’interno del gruppo più nutrito i quattro Paesi di Visegrad, tra cui Praga, che avevano posto ulteriori sfaccettature: nessun taglio ai fondi fino ad ora ricevuti e nessun collegamento tra stanziamento e rispetto dello stato di diritto.

Vale la pena ricordare a questo proposito che la Repubblica Ceca, dal 2004 al 2019, ha ricevuto 56 miliardi di euro e ha contribuito versando 24,7 miliardi di euro, con un profitto netto di 32,4 miliardi di euro. Secondo la proposta della Commissione europea Praga si vedrebbe tagliare questo tesoretto di fondi di circa il 25%, 17,8 miliardi di euro in meno. Per Babiš invece i fondi servono ancora alla Repubblica Ceca che ha bisogno di investire ancora in autostrade e ferrovie. Per lui è inaccettabile il taglio che i Frugali vogliono imporre per il settennato e a nulla vale l’osservazione di Bruxelles che Praga non ha saputo sfruttare al meglio i 15 anni di membership (a differenza, giusto per non andar lontano, di Polonia e Ungheria che in questo periodo hanno realizzato migliaia di chilometri di autostrade).

Altro tema che non va giù a Babiš – già ai ferri corti con l’Ue per le accuse di conflitto di interessi e frode nell’utilizzo di fondi Ue attraverso la sua Agrofert – è la prospettiva che sia la Ue a decidere come utilizzare buona parte dei fondi. Secondo la Commissione tre quarti dovranno essere spesi per sostenere scienza e ricerca e per la tutela ambientale. “Noi cechi sappiamo meglio di tutti a cosa ci servono questi soldi e le nostre priorità sono le autostrade e le ferrovie”, ha detto a muso duro il primo ministro.

Digital Tax

Un altro fronte che la crisi del coronavirus ha comprensibilmente fatto eclissare è quello apertosi nell’ultimo scorcio dello scorso anno con gli Stati Uniti, alleato strategico della Repubblica Ceca, anche dal punto di vista della Difesa e nella Nato. Parliamo della prospettata entrata in vigore in Repubblica Ceca, già da quest’anno della digital tax, un tema sul quale Washington ha subito fatto capire, senza troppi sotterfugi, di essere pronta a scatenare una guerra commerciale con Praga. L’imposta digitale andrebbe a colpire infatti i giganti del web americani come Google e Facebook. L’aliquota approvata dal governo di Praga alla fine del 2019 avrebbe dovuto essere del 7%, mentre in parlamento, l’ultima volta che a gennaio se ne è parlato, è sembrato prevalere un orientamento più moderato, fra il 3% e il 5%. La questione è stata poi travolta dalle urgenze scaturite dalla pandemia mondiale, ma prima che questo accadesse era intervenuto a dire la sua anche l’ambasciatore americano a Praga, Stephen King, il quale aveva messo in guardia il legislatore ceco da passi in avanti troppo affrettati, anticipando senza giri di parole possibili ritorsioni Usa.

Il tema avrebbe certamente contribuito a rendere più piccante la programmata visita a maggio nella Repubblica Ceca del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo. Il numero uno della diplomazia americana era infatti atteso per il 75esimo anniversario della liberazione di Plzeň da parte delle forze armate statunitensi. Appare del tutto improbabile però che il viaggio si svolga, così come è saltato a marzo il Forum ceco-americano che si doveva tenere al Castello di Praga al cospetto del presidente Miloš Zeman.

Cina

Il cataclisma sanitario provocato dal coronavirus sembra invece aver rilanciato nelle ultime settimane la sintonia diplomatica fra la Repubblica Ceca e la Cina, che negli ultimi tempi era sembrata sul punto di scrivere la parola fine. Il presidente Miloš Zeman aveva persino “minacciato” di rinunciare al programmato viaggio a Pechino di aprile, perché deluso dall’esiguità degli investimenti cinesi in Repubblica Ceca. A destare scintille era stato anche il gemellaggio tra il Comune di Praga e Taipei, così come la volontà del presidente del Senato Jaroslav Kubera, poi improvvisamente deceduto per un infarto a metà gennaio, di recarsi in visita a Taiwan. Un proposito al quale la diplomazia cinese aveva reagito con una lettera non certo benevola inviata al Castello di Praga, con addirittura la minaccia di ritorsioni nei confronti delle aziende ceche che operano in Estremo Oriente.

Il clima di poca armonia fra i due paesi, come si è detto, si è paradossalmente rasserenato con l’arrivo anche in Repubblica Ceca del coronavirus. A sedare i nervosismi ci ha pensato la cosiddetta “diplomazia cinese delle mascherine”, quando Praga, impreparata all’emergenza, non ha potuto far altro che accondiscendere al nuovo soft power del Dragone, subito manifestatosi sotto forma di aerei pieni appunto di mascherine, respiratori e altri indumenti sanitari. Il primo cargo proveniente dalla Cina è stato accolto all’Aeroporto di Praga da mezzo governo, guidato dal premier Andrej Babiš, il quale si è profuso, come mezza Europa nella medesima condizione, in ringraziamenti. Tutta l’operazione è stata favorita e velocizzata dall’intervento diretto del presidente Zeman e dai suoi collaboratori più vicini, visto che sono proprio gli uomini del Castello ad avere i contatti migliori in Cina.

Gli accordi prevedono che per un mese e mezzo arrivino in Repubblica Ceca, con un ritmo di tre volte alla settimana, aerei carichi di materiale sanitario cinese. A questo riguardo va osservato che mentre una serie di media cechi ha presentato l’operazione come una manifestazione di “grande generosità di Pechino nei confronti degli amici cechi”, non è mancato qualche osservatore che ha sottolineato come sia un grande business e che questi aiuti Praga li stia pagando fior di corone. Fra questi il sinologo Martin Hála, secondo il quale “questi aiuti generosi” non sono altro che un malcelato tentativo di Pechino di fare della Repubblica Ceca una colonia cinese in Europa.

di Daniela Mogavero