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Circa un quinto della popolazione è rappresentato da studenti universitari, e molti di questi sono stranieri: Brno è oggi un centro importante per la ricerca del centro Europa. Con ampie prospettive di crescita

Iniziò Gregor Mendel, con i suoi esperimenti di genetica, nella seconda metà dell’Ottocento, e si proseguì poi con le osservazioni del fisico Ernst Mach, dell’ingegnere Viktor Kaplan, del dermatologo Ferdinand Von Hebra, del matematico Kurt Gödel. Tanti scienziati, ognuno di questi autore di studi importanti nella propria branca, che durante la propria vita vissero (o passarono da) Brno. La seconda città della Repubblica Ceca, celebre nel mondo per il circuito nel quale si corre ogni anno il motomondiale, è infatti un importante centro per la ricerca e l’innovazione. Probabilmente il più rilevante del Paese ed uno dei più vivaci di questa fetta d’Europa. Sono molti gli enti che qui si occupano di ricerca: l’Ospedale universitario Sant’Anna, l’Università Mendel (Mendelova univerzita) e quella di Tecnologia (Vysoké Učení Technické, il più grande ateneo tecnico del Paese), l’Istituto di Tecnologia del Centro Europa (Ceitec), l’Università Masaryk (Masarykova univerzita). In totale, queste ed altre realtà contribuiscono a formare l’incredibile bacino di 80mila studenti universitari per una città che conta 370mila abitanti.

Il Ceitec è da poco finito sulle pagine di diversi giornali europei per l’esemplare gestione dei fondi comunitari, ben utilizzati nella costruzione e nello sviluppo di un polo d’eccellenza. Entrando nella struttura che lo ospita, ci si accorge subito del pervadente silenzio. Un silenzio che crea un’atmosfera simile a quella di una chiesa, dove però la fede è riposta nella scienza e la quiete è strumentale a mantenere viva la concentrazione dei ricercatori al suo interno (oltre 500 tra scienziati e dottorandi). Questo ente, che fa parte del più grande ateneo della città, l’Università Masaryk (Muni), ha ottenuto negli anni alcune prestigiose borse di studio (tra cui tre ERC Grant, sovvenzioni del Centro Europeo della Ricerca, per tre dei suoi ricercatori) e attrae ogni anno scienziati da ogni parte del globo. Oggi nel Ceitec si studiano, tra le altre cose, i comportamenti dei virus e batteri che infettano le vie respiratorie dell’uomo.

Il centro di tecnologia ha contribuito molto alla crescita dell’università alla quale appartiene, che prende il nome dal primo presidente cecoslovacco, Tomáš Masaryk, che tanto si spese per la fondazione di questo ente accademico. Per molti anni, settanta almeno, l’impegno del presidente-filosofo Masaryk sembrò quasi vano. La MUNI dovette infatti attraversare anni difficili, fatti di contrasti sulla scelta di Brno come sede del secondo ateneo del Paese, violenze nei confronti dei docenti (un quarto dei professori di scienze venne ucciso o torturato dai nazisti), epurazioni, facoltà chiuse e pressioni politiche durante il regime comunista. Anche per questo travagliato passato, la crescita della Masaryk University appare oggi sorprendente, ed è considerata esemplare dalla European University Association, una delle più prestigiose realtà comunitarie del settore accademico.

Curiosi di scoprire le ragioni di questo rapido sviluppo, abbiamo incontrato il suo rettore, Mikuláš Bek, anche grazie ad un ufficio comunicazione che si è dimostrato sempre disponibile e professionale. Bek a settembre concluderà il secondo mandato alla guida dell’ateneo e si dedicherà esclusivamente alla carica di senatore, lasciando al successore, il neurologo Martin Bareš, una Muni classificatasi tra le prime 600 università mondiali e dotata oggi di strutture nuove e moderne. Tra queste, anche il campus di Bohunice, un complesso imponente di edifici dall’architettura a lisca di pesce, che ospita alcune delle nove facoltà della Masaryk. Secondo Bek, la crescita di Brno come centro di ricerca e innovazione è “frutto di un lavoro di cooperazione tra le istituzioni comunali e regionali, gli enti accademici ed alcune aziende, insieme alla camera di commercio (ndr.: ad oggi il secondo ateneo del Paese può contare su partnership con grosse imprese radicate in città, quali, ad esempio, KB, Starobrno, Esox, NeoVize, Reehap e Raiffeisen Bank). Un impegno sorto negli anni 90, quando, dopo il crollo del comunismo e nel mezzo di una crisi dei tradizionali settori produttivi della città (industria pesante, tessile, della ceramica e dei macchinari), si decise di concerto di trasformare il capoluogo moravo in un contesto fertile per un’innovazione che basasse la propria forza sull’esaltazione del capitale umano”. Tale percorso, per il rettore, ha avuto ed ha successo anche “grazie alle dimensioni di Brno, certamente grande in quanto secondo centro abitato della Repubblica Ceca, ma abbastanza piccola per costruire agevolmente (e, a volte, informalmente) relazioni proficue tra le diverse realtà locali”.

Ma la forza della Brno scientifica ha anche un’altra ragion d’essere: l’internazionalizzazione. Lo dimostrano i numeri del St. Anne’s University Hospital, che conta anche la presenza di due ricercatori italiani alla guida, in qualità di Principal investigator, di tre gruppi di ricerca, del Ceitec e della Masaryk. Quest’ultima, nel 2018, ha ospitato oltre 1.500 studenti stranieri, per un flusso in entrata e uscita verso altri atenei che ha superato le 3.500 unità, su un totale che oscilla tra i 35 ed i 40mila universitari. E stesso discorso vale per la platea di ricercatori che frequentano gli uffici e i laboratori della Masaryk: circa 50 nazionalità rappresentate e centinaia di dipendenti stranieri stipendiati dall’istituto moravo. Nel già citato Ceitec, il 37% dei 276 ricercatori scientifici viene dall’estero, e la percentuale sale al 40% nel caso dei dottorandi. Perfino i piani più alti della struttura organizzativa dell’istituto vedono il coinvolgimento di un organo consultivo formato da membri non cechi, l’International Scientific Advisory Board.

Se la principale conseguenza di questa forte presenza internazionale è quella di garantire all’università un contesto culturalmente ricco, humus importante per la ricerca e l’innovazione, ve ne sono altre che comunque sono rilevanti. Una di queste è la reputazione internazionale, quel fattore che, secondo Bek, “permette all’università di avere appeal nei confronti di scienziati e studenti ed affidabilità agli occhi degli addetti ai lavori che periodicamente sono chiamati a valutare e recensire le università mondiali”, impattando in tal modo sul percorso di parte dei finanziamenti.

Curiosi di scoprire da differenti punti di vista questo ente, abbiamo quindi incontrato Tommaso Reggiani, un trentacinquenne originario del milanese che oggi lavora al Dipartimento di Economia pubblica della Muni. Dopo gli studi a Milano e Bologna, Reggiani è stato ricercatore e assistente in Germania e Francia prima di partecipare e superare la selezione della Masaryk come Research Associate. Si occupa qui di insegnamento di microeconomia ed economia comportamentale per circa il 30% del suo tempo e di ricerca per il restante 70%. È particolarmente interessante la ricerca che porta avanti insieme al team di cui fa parte, in alcuni dei più moderni laboratori dell’ateneo. I suoi studi infatti riguardano l’economia comportamentale, ed uniscono i precetti delle scienze economiche e psicologiche ai temi dell’etica. Al campione osservato chiedono di prendere decisioni sulla base di incentivi monetari, ma influenzati anche dalla presenza di dilemmi etici e morali, analizzando così un percorso poco battuto dalla ricerca economica. Reggiani ci ha raccontato di aver risposto ad una mail della Muni che lo invitava a candidarsi per il ruolo di ricercatore, e oggi, a due anni dal suo arrivo, ha abbastanza chiari quali siano i punti di forza e debolezza rispetto al contesto italiano. Uno dei punti di forza riguarda gli incentivi a fare ricerca. Per Reggiani, alla Masaryk, “il sistema meritocratico di finanziamenti e la struttura degli stipendi dei ricercatori (una parte fissa per l’insegnamento, un’altra dipendente dalla quantità e qualità di studi ed esperimenti portati avanti) rende premiante lo sforzo creativo e di ricerca. In Italia, invece, il compenso per i professori finisce per essere simile a quello ceco negli importi, ma non nella struttura, poiché il fisso dedicato all’insegnamento è già alto e mancano quasi del tutto gli stimoli alla ricerca”. Il secondo e forse più importante vantaggio delle università ceche, in particolare della Muni, riguarda la burocrazia. La macchina burocratica accademica è snella e volta al supporto dei ricercatori nelle loro diverse esigenze operative: per Il ricercatore italiano, infatti, “l’amministrazione è fluida, con scadenze precise e una gestione responsabile e trasparente dei fondi”. E questo aspetto è di fondamentale importanza, perché riduce la presenza di soprusi e illegalità.

Non tutto però è rose e fiori in Repubblica Ceca. Secondo Reggiani, “nonostante lo spiccato potenziale innovativo delle istituzioni scientifiche ceche e l’impegno speso in tal senso da buona parte della loro dirigenza, alcune scelte accademiche di livello intermedio paiono essere vittima, non di rado, di una certa autoreferenzialità, e orientate più al breve periodo”. E questo potrebbe, a volte, sfavorire il sistema ceco in un contesto internazionale molto competitivo. Al contrario, e a dispetto dei problemi citati, l’Italia vanta una migliore prospettiva accademica, con i risultati della propria ricerca scientifica che rimangono comunque di alto livello. Ed è lo stesso rettore a mostrare apprezzamento per una parte del sistema universitario italiano, quando cita Trieste come esempio da seguire per la Masaryk: un ateneo relativamente piccolo, snello e con una qualità internazionalmente riconosciuta. Non avrebbe infatti senso, secondo Bek, avere come benchmark centri come il Cern o Oxford, perché Brno è sì un importante luogo di ricerca e innovazione in Repubblica Ceca e nell’Europa centrorientale, ma sarebbe poco realistico pensare di competere con contesti che storicamente e scientificamente rappresentano un unicum nel panorama mondiale.

Ad ogni modo e con tutto il realismo del caso, la Masaryk University è destinata a crescere ancora, e con lei tutto il sistema scientifico di Brno. Lo sviluppo economico dell’intero Paese e la gestione meritocratica e trasparente dei fondi alla ricerca (e non solo) sembrano essere capisaldi fondamentali per questa crescita, con prospettive per il futuro decisamente rosee. E, a proposito, quest’anno la Muni festeggia cento anni: tanti auguri!

di Giovanni Mattia