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Il fascino senza tempo del castello di Okoř – o di quel che ne resta

Immerse nel silenzio di un’alba invernale, tra la bruma di un paesaggio spoglio ed un poco innevato, le maestose rovine del castello di Okoř potrebbero essere un’invenzione del pittore Caspar David Friedrich. Non sarebbe difficile neppure immaginarne le vestigia saldamente ancorate sulla rocca e in una notte burrascosa lambite da una flebile luna mentre un rapido destriero attraversa la scena in un’onirica tela di Böcklin, o vederne i dettagli scolorare in un pallido acquerello di Thomas Girtin o ammirarne il torrione diroccato dissolversi in lontananza tra bagliori di fiamma in una veduta di Turner. Nella sua configurazione attuale il castello di Okoř sembra essere il soggetto perfetto per un artista romantico, pronto a ritrarre in versi ispirati o a fermare su tela il pervasivo fascino di quelle rovine – come avviene in alcuni placidi paesaggi di Antonín Mánes e in opere di Mikoláš Aleš e Antonín Hudeček.

Oggi, i ruderi del castello evocanti un glorioso passato sarebbero un’impareggiabile location per l’epica battaglia conclusiva di una saga fantasy, tanto sul grande schermo quanto nell’avvincente gameplay di un gioco per console. Certo, la densa immagine di quelle vestigia difficilmente lascia indifferenti, gettando una “grande moralità in mezzo alle scene della natura”. La ricerca di un’impalpabile e consolatoria corrispondenza tra ciò che resta di dirute costruzioni e la fugacità della vita umana spiegherebbe per Chateaubriand la segreta attrazione dell’uomo per le rovine – almeno nella cultura occidentale.

Saldamente ancorato ad una piccola roccia, il castello di Okoř come ogni altra rovina esibisce l’architettura privata di ogni valore d’uso, regalando un’illusione di eternità attraverso la sua debole e transeunte vittoria contro il tempo, sospeso in una sorta di nuovo status. Circondato di alberi e lambito dal ruscello Zákolanský in una valle tra i campi, il castello appare come se fosse lì da sempre, con il suo torrione che domina la pianura. Qui più che altrove l’attrazione per le rovine sembra incontrare l’idea di Simmel che indica l’origine di tale fascinazione nel percepire un’opera dell’uomo come prodotto della natura. Questo fascino più emotivo che intellettuale mostra così nella distruzione altre forme e altre forze, ibridando la potenza della natura, un segno tangibile dell’inesorabile scorrere del tempo e la storia di coloro che costruirono, abitarono, difesero e infine distrussero questa fortezza a quindici chilometri a nord-ovest di Praga.

Si narra che il toponimo Okoř – prossimo al termine kořen, radice – abbia addirittura origine dal leggendario Přemysl l’Aratore che sulla strada per la sua roccaforte Vyšehrad qui inciampò nella radice emergente di un grande albero. La realtà ci consegna reperti attestanti insediamenti agricoli in questa valle risalenti al quarto millennio avanti Cristo e un atto di Ottocaro I di Boemia che nel 1227 indica Okoř come proprietà del monastero benedettino di San Giorgio al Castello di Praga. Tuttavia, una prima testimonianza scritta circa il castello è datata solo 1359 e ne attribuisce la fondazione al borghese František Rokycanský, consigliere di Carlo IV. Forse fu proprio il sovrano ad assegnare ai Rokycanský – a František o al padre Mikuláš – il primo nucleo del maniero con le terre circostanti.

Fu František a far irrobustire le mura della cappella preesistente per innalzarvi i cinque massicci piani del torrione, ai cui piedi ne sono ancora visibili le tracce. Di quella cappella gotica datata intorno al 1260 resta un’alta porzione di muro poligonale absidato con cinque finestre ogivali, alcune delle quali presentano chiaramente al loro interno bifore murate, offrendo uno degli scorci più suggestivi dell’intero complesso.

I Rokycanský lasciarono Okoř mezzo secolo dopo il loro arrivo e per un oltre un ventennio le tracce della fortezza si perdono tra le pieghe della storia.

Nel 1421 gli ussiti conquistarono il castello senza combattere, insediandovi un loro luogotenente. Tuttavia, la grande ricostruzione tardogotica dell’intera fortezza fu prevalentemente opera di Bořivoj di Donín che la ereditò nel 1470 da Bořivoj di Lochovice, che ne aveva iniziato l’espansione. Completata intorno al 1494, la famiglia Donín aggiunse la parte inferiore del castello e, soprattutto, una fortificazione esterna articolata in un sistema di bastioni circondato su tre lati da un fossato, offrendo protezione ad alcuni edifici agricoli costruiti all’interno delle nuove mura.

Il Rinascimento portò un profondo cambiamento tanto nello stile di vita quanto nelle esigenze di rappresentatività nei castelli cechi. La famiglia Bořita di Martinice trasformò così la fortezza acquistata nel 1518 in un confortevole castello rinascimentale. Le facciate furono intonacate e decorate a sgraffito – tecnica a fresco diffusa tanto nel Rinascimento italiano quanto nella tradizione boema, furono aggiunti portici nelle corti, gallerie lignee e gli interni rinnovati e dotati di confortevoli arredi. La famiglia Bořita di Martinice mantenne la proprietà del castello fino al 1649 ininterrottamente o quasi. Tra il 1618 e il 1620 la proprietà fu infatti confiscata dai ribelli a Jaroslav Bořita di Martinice – una delle vittime della defenestrazione di Praga.

Al termine della guerra dei trent’anni, l’intero complesso gravemente danneggiato fu lasciato in eredità ai Gesuiti del Collegio di San Clemente di Praga che lo ripararono gradualmente nel trentennio seguente, facendone una residenza estiva in stile barocco.

Con la soppressione della Compagnia di Gesù da parte di papa Clemente XIV nel 1773 e la confisca di tutte le loro proprietà prese avvio anche il lento declino del castello di Okoř. Presto trasformato in una cava a cielo aperto e saccheggiato dei materiali che potevano essere rivenduti il castello in totale abbandono divenne un pericolo per la sicurezza delle abitazioni addossate ai suoi piedi.

Trascorsi quasi centocinquanta anni di oblio la messa in sicurezza delle desolate rovine iniziò nel 1921 sotto la guida dell’architetto eclettico Eduard Sochor, che restaurò in forme romantiche anche il castello di Kokořín.

Poco resta dei fasti del glorioso castello di Okoř che con il suo palinsesto di frammenti ci ricorda dell’inesorabile scivolamento nel quale ogni uomo permane mutando. All’ombra del torrione diroccato, porzioni di palazzo e bastioni, pozzi nascosti, bifore, pietre incise e una straordinaria cantina-birreria ricavata nella roccia in cui la temperatura rimane pressoché costante, il castello di Okoř continua a narrare la sua storia e le sue leggende. Così, come la scena fissa di un disordinato teatro classico le spesse mura finestrate di antichi edifici sovrastate dal severo e vigile torrione con la loro ostinata presente assenza ci avvicinano all’invisibile.

di Alessandro Canevari