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Il 28 giugno arriva il centenario dell’assassinio di Franz Ferdinand. Tra storia e letteratura, tra una duchessa e un buon soldato, il legame a doppio filo con la nazione ceca

Nel frattempo, nella regione geograficamente opposta dell’impero che fu, la Repubblica Ceca si prepara all’anniversario con un’estesa e organizzata serie di eventi

“E così ci hanno ammazzato Ferdinando!” disse la governante al signor Švejk… Ecco l’incipit più famoso della letteratura popolare ceca, l’arrivo nella Praga Hašekiana della notizia che fece tremare il mondo intero, nella scintilla che fece scoppiare la Grande Guerra e, nel giro di poche pagine, che fece spedire il buon soldato Švejk al fronte. Quale Ferdinando? La signora governante ci tiene a precisare, nell’irriverenza dell’autore: “Signore mio, io intendevo l’arciduca Ferdinando, quello di Konopiště, quello grasso, quello così religioso”. Il lettore attento sa bene che Konopiště è una località nella Boemia centrale, e forse è già curioso di sapere quali e quanti legami, famosi e non, con l’attuale Repubblica Ceca vi siano in questa storia. Il primo e più ovvio, che alla fine di quella guerra nacque la Prima Repubblica cecoslovacca.

24 svejk attentatoAndiamo con ordine. Il 28 giugno del 1914, l’erede al trono austro-ungarico, l’arciduca Franz Ferdinand, è in visita a Sarajevo, in Bosnia Herzegovina. Si tratta della provincia più a sud dell’impero, strappata al dominio ottomano nel 1878. Il 28 giugno è l’anniversario dell’accordo tra l’arciduca e suo zio l’imperatore Francesco Giuseppe, con cui si impegnava a sposare la sua promessa Sophie nella formula di un matrimonio morganatico, ovvero rinunciando a farne un’imperatrice. Sophie Chotek von Chotkowa, duchessa di Hohenberg, boema della regione di Plzeň (di battesimo, Žofie Chotková), era infatti di un rango inferiore a quello prescelto per il trono d’Austria: ci si dovette rassegnare. Si racconta che il loro incontro fu ad un ballo di gala a Praga; di certo si sposarono nel castello di Zákupy, Boemia settentrionale, nel luglio del 1900. L’arciduca si trovava più a suo agio nella provincia boema che nella capitale viennese, e poco prima di quel suo ultimo viaggio spostò la sua residenza proprio nel castello di Konopiště. Tra il 12 e il 14 giugno 1914 vi ospitava il Kaiser Guglielmo II, a detta della stampa austriaca, per mostrargli le splendide rose del giardino: in realtà nel giardino di rose non ve n’era l’ombra; nella prospettiva di una guerra futura si discuteva con diffidenza dell’Italia (tecnicamente alleata) e di come farne a meno.

Svista imperdonabile o temibile affronto, il 28 giugno, giorno di San Vito nel calendario ortodosso, è anche l’anniversario della battaglia della Piana dei Merli (o di Kosovo Polje) del 1389, combattuta aspramente tra serbi e ottomani, l’ultima grande battaglia prima che i turchi risalissero i Balcani: una festa nazionale serba, e la Serbia nel 1914 è una orgogliosa nazione e un giovane Stato. Da metà dell’Ottocento, sulla spinta dei nazionalismi che infiammano l’Europa, l’idea di una nazione degli slavi del sud (Jugo-slavia) prende sempre più piede, e la Serbia ne è di fatto il gran sostenitore. Una nazione che si ribelli all’Austria-Ungheria così come s’era fatto contro i turchi.

Franz Ferdinand e Sophie attraversano Sarajevo a metà mattino, seduti nel retro di una macchina in un corteo di sette. Sette sono anche i giovani attentatori del gruppo Giovane Bosnia (Mlada Bosna), sparsi sulla strada che costeggia la Miljacka, il piccolo fiume che attraversa la città. Giovani e inesperti, l’attentato rischia di divenir farsa: c’è chi arriva in ritardo, chi se ne scappa, chi rimane inghiottito dalla folla. Una bomba viene lanciata, ma manca il bersaglio e crea scompiglio e feriti lontano dall’arciduca. La vacanza è comunque rovinata, e la coppia decide di interrompere la passerella e recarsi in ospedale. Avvisano dunque l’autista, tale Leopold Lojka di Znojmo (Moravia), che sta sbagliando strada: di fare marcia indietro e cambiare direzione. Gavrilo Princip, vent’anni da compiere e rivoltella in tasca, che dopo la prima esplosione aveva deciso di abbandonare tutto e andare a prendersi un caffè, vede la macchina dell’arciduca che lentamente fa manovra a pochi metri, e non crede ai propri occhi: salta via dalla sua sedia e scarica i suoi colpi. “Sette palle come a Sarajevo!” (in realtà ne bastarono due) esclamò giocando a carte un compagno di sventura di Švejk, finendo per essere arrestato ma soprattutto per diventare una delle citazioni più consuete nelle osterie praghesi (Sedm kulí jako v Sarajevu, e l’oste è pronto con sette bicchierini di slivovice). L’intenzione di Princip è assassinare l’arciduca e il governatore Potiorek, ma questo si salva e a lasciarci la pelle assieme al marito è purtroppo la duchessa Sophie (leggenda vuole che fosse anche in attesa del quinto figlio, ma questa par essere, per l’appunto, una leggenda). Il dado è tratto, lo sdegno imperiale è forte, le accuse sono dirette alla Serbia, tempo un mese e la Guerra più devastante mai immaginata (ma sappiamo, sarà ben surclassata) divampa nelle trincee di mezzo mondo. Il giovane regicida, dal canto suo, afferma di averlo fatto in nome della Jugoslavia, così come prove della colpa serba non ve ne sono – ma un decennio di corsa alle armi in Europa non sta lì a guardar quisquilie.

24 Sarajievo novinyL’attentatore Princip è catturato e trasferito nel carcere di Terezín – sempre nell’attuale Repubblica Ceca, regione di Ústí nad Labem, dove morirà di tubercolosi nel 1918. La stessa fortezza poi tristemente usata dai nazisti per farne un campo di concentramento. In quanto all’autista moravo Leopold, sopravvissuto, gli viene ordinato di inviare tre telegrammi: all’imperatore, al kaiser tedesco e al figlio maggiore di Franz Ferdinand. Ricompensato per l’eroico servizio nel 1916, dall’ultimo regnante dell’Impero asburgico Carlo I d’Austria, o Carlo IV d’Ungheria (si sa, l’araldica è una questione di punti di vista), con 400 mila corone, con cui aprirà un albergo a Brno, mostrando a clienti e curiosi un braccialetto di Sophie e le bretelle insanguinate dell’arciduca.

La Sarajevo d’oggi è un cantiere in affanno per le grandi celebrazioni estive. All’imbocco del più antico ponte sulla Miljacka, il ponte Latino, c’è l’incrocio dove l’attentato ebbe luogo – lì dove la città vecchia ottomana lascia spazio agli edifici d’influenza austriaca. Una lapide racconta l’episodio in bosniaco ed inglese, sulla facciata del museo cittadino ancora nascosto dai lavori di riparazione. Una giovane guida racconta ad un torrente di giapponesi come e dove l’autista della Repubblica Ceca (con una certa nonchalance storica) manovrava lentamente la vecchia limousine Gräf & Stift, oggi esposta al museo militare di Vienna. All’interno del museo, un’esposizione fotografica, due statue di cera degli assassinati e l’impietoso declino di Gavrilo Princip da eroe nazionale (ai tempi del socialismo) a terrorista internazionale (ai tempi d’oggi). Franz e Sophie fanno l’occhiolino nelle vie del centro nei nomi di ostelli, ristoranti o sale da tè, nello scontato marketing da souvenir.

Nel frattempo, nella regione geograficamente opposta dell’impero che fu, la Repubblica Ceca si prepara all’anniversario con un’estesa e organizzata serie di eventi: Velká Válka, la Grande Guerra. Esposizioni e iniziative per tutta l’estate, per raccontare l’impatto sulla storia ceca e mondiale, la chiamata alle armi di boemi e moravi, la dissoluzione dell’Austria-Ungheria e l’arrivo della sognata libertà dal giogo imperiale – giogo un po’ allentato, com’è d’uso oggi, dal discreto fascino della nobiltà boema sui cechi contemporanei. Otto grandi musei fanno parte del progetto, a Praga il Museo Nazionale della Tecnica, il Museo Postale e l’Istituto di Storia Militare, a Brno il museo cittadino, il museo tecnico ed il Museo e la Galleria della Moravia; e il castello di Konopiště, dove è conservato il proiettile che trafisse l’arciduca. Ciò non toglie che iniziative vi saranno anche in centri minori, come ad esempio nel Krkonošské muzeum di Jilemnice, dove si racconta della dinastia degli Harrach, dei suoi esponenti amici di Franz Ferdinand, tanto che il conte Franz Harrach viaggiò con l’arciduca a Sarajevo e gli “prestò” il già citato autista Leopold.

Si prevede dunque un’estate ricca di storia e ridondante di termini cupi, piena di parole come attentato, guerra, assassini e nobiluomini perduti, sperando che il buonumore di Švejk renda efficace ed immortale la satira contro la guerra e contro le facili glorificazioni – così com’era speranza del suo burlesco autore.

di Giuseppe Picheca – da Sarajevo