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“Ciò che è autenticamente misterioso, nella manifestazione dell’essere, è la semplice cosa nei suoi usi più comuni. La trascendenza? È un fatto ma semplicemente come l’inesauribile sovrappiù di realtà reperibile nella minima cosa”. Considerazioni del poeta francese Yves Bonnefoy che perfettamente definiscono, con una lieve traslazione dal contesto poetico a quello pittorico, il senso dell’esperienza umana ed artistica di Štĕpán Zavřel. Umana, per una betoniera, oggetto che attraverso un imprevedibile percorso assurge – pur senza l’impatto metaforico di un Graal, o salvifico come la bacinella di acqua e cloruro di calce del dottor Semmelweis – a simbolo rammemorante del misconosciuto (in patria) artista boemo. Artistica, per il tocco fiabesco, per la fantasia evocativa quasi magica con cui Zavřel, grazie ad una sensibilità da marionettista, sapeva infondere un’anima, una caratterizzazione trascendente al proprio multiforme universo figurativo. Un universo in cui gli elementi policromatici mediterranei si mescolano alle luci basse e ai cieli oscuri mitteleuropei. In cui un sapiente sincretismo visuale permette accostamenti eterodossi tra l’arte persiana e l’iconografia cristiana medioevale, tra il mosaico bizantino e la secessione viennese, trascinando lo spettatore in un flusso emotivo che affascina e disorienta, anche in virtù della libera commistione tra elementi sacri e profani. In Zavřel il regressus ad originem (o progressus secondo il capovolgimento hrabaliano), il “maturare verso l’infanzia” si compie attraverso un percorso sacrale, carnevalesco e iniziatico, senza le ossessioni feticiste e zoometamorfiche di un Bruno Schulz.

Fronte grave e pensierosa, risata forte, sguardo profondo, disponibilità generosa ma esigente e un bicchiere di vino sempre nelle vicinanze. Così il critico Ferruccio Giromini ricorda Zavřel, un grande artista ma anche un produttore e un amante del buon vino (soprattutto Marzemino veneto) nonché illustratore di etichette per una casa vinicola. Nato a Praga nel 1932, formatosi prima come xilografo e poi come regista di film d’animazione alla scuola di Jiří Trnka, Štĕpán Zavřel fugge dalla Cecoslovacchia nell’estate del 1959 a causa dell’insofferenza verso il regime comunista e per desiderio di affermazione personale. Ripara prima a Roma dove frequenta il laboratorio di Giulio Gianini e di Emanuele Luzzati. Poi a Londra dove si appassiona alle implicazioni commerciali dell’attività artistica. Il soggiorno a Monaco di Baviera gli permette di studiare scenografia, applicando la lezione sulla teatralità di Luzzati alle architetture scenografiche. Dopo oltre dieci anni di spostamenti attraverso l’Europa come una sorta di viaggiatore incantato, nel 1969 si stabilisce definitivamente a Rugolo di Sarmede, nel trevigiano. L’iniziale diffidenza verso questo straniero dall’aspetto scontroso e dall’abbigliamento stravagante viene subito meno. Zavřel, un carattere complesso in cui l’edonismo dionisiaco si congiunge ad un’alta consapevolezza apollinea, apre il proprio casolare in collina a tutti gli amanti dell’arte di dipingere e di bere. In questa sorta di atelier permanente le serate conviviali si alternano a lunghi ed impegnativi seminari di pittura. Gradualmente, attraverso il contatto diretto, Zavřel riesce a trasmettere ad amici, allievi e collaboratori la consapevolezza e la tecnica artistica necessarie per affrontare il lavoro dell’illustratore di libri per l’infanzia; un mestiere in cui la cultura dell’immagine deve conciliarsi con l’atto comunicativo in un equilibrato connubio tra fantasia evocativa e strumenti realizzativi. Ma è con la tecnica dell’affresco che Zavřel rivoluziona l’estetica di Sarmede. Nell’arco di un trentennio l’intera contrada viene trasfigurata in un borgo incantato, in un grande libro illustrato, in parte anche all’aria aperta, dove si combinano religione, amicizia, amore, ecologia, i temi cari all’artista praghese scomparso nel febbraio 1999.

Ogni anno il Comune di Sarmede ricorda Štĕpán Zavřel con esposizioni all’omonimo museo, con laboratori teatrali, spettacoli itineranti e con una mostra internazionale d’illustrazione per l’infanzia dove si confrontano decine tra i più qualificati illustratori internazionali.

Ma anche se la fama e le quotazioni mondiali di Zavřel sono in costante aumento, in Repubblica Ceca l’artista non è ancora abbastanza conosciuto.

Nella comunità italiana in Repubblica Ceca il suo ricordo si materializzò anni fa sotto forma di betoniera piena di un sorbetto dal forte contenuto alcolico, intuizione etilica zavřeliana introdotta a Praga dall’amico Massimo De Martin. Così poteva accadere che durante uno sgropin party, tra molteplici fascinazioni, qualche silenzioso, discreto sodale brindasse alla memoria del geniale maestro che ha trasformato Sarmede in una fiaba.

di Alessio Di Giulio