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Un ritratto di come i comunisti presero il potere 70 anni fa, raccontato con una passeggiata per la capitale

Nel bel mezzo della Praga turistica, poco sotto la piazza del Castello, il 25 febbraio 2018 una targa, solitamente trascurata dai selfie stick del pubblico internazionale, si è riempita di fiori. Proprio prima che la via Nerudova diventi una scalinata, la targa sul muro è lì a ricordare gli universitari praghesi scesi in piazza alla fine del febbraio 1948, per incontrare i manganelli e la repressione. Esattamente 70 anni fa la Cecoslovacchia scivolava verso la cosiddetta dittatura del proletariato, o più concretamente, verso il regime autoritario del Partito comunista cecoslovacco: l’incipit di quattro ossessivi decenni di chiusura.

Passeggiando per la capitale è facile raccontare la storia del “Febbraio vittorioso” (eccone il nome da dettato comunista) perché questa trova voce nei suoi luoghi simbolo. Ma, prima di tutto, un po’ di storia.

Il maggio 1945 lasciò le ceneri della guerra posarsi a fatica sulla Cecoslovacchia. Se è vero che l’Europa fu divisa a Yalta, Praga rimaneva l’unica capitale sotto l’influenza sovietica con un pluralismo parlamentare. Da una parte i sostenitori della democrazia liberale, dall’altra il partito comunista. Se i primi avevano sulle loro spalle il tragico finale della Prima Repubblica e il tradimento dell’Occidente con i Patti di Monaco, i secondi vantavano il supporto del primo vincitore morale della guerra.

Su questa spinta il Partito comunista vinse le elezioni del 1946, con un totale di poco sotto il 40% dei voti, ed il suo esponente di spicco Klement Gottwald divenne Primo Ministro. Presiedeva una larga coalizione, i cui ministeri maggiori erano tra le mani comuniste, tranne Palazzo Černín, sede storica degli Affari esteri; lì sedeva Jan Masaryk, figlio di Tomáš Garrigue Masaryk, il padre fondatore e primo presidente del Paese.

Il presidente Edvard Beneš, democratico, sperava di rendere Praga un ponte tra Oriente e Occidente, ma sapeva di giocare in un equilibrio precario, sempre cauto a non innervosire l’alleato sovietico. In un primo momento l’idea di una vittoria parlamentare appariva, agli occhi di Mosca, come una ghiotta pubblicità verso il resto d’Europa. Ma se la vittoria appariva dolce, la sconfitta non sarebbe stata presa con fair play. Nel 1947 la Cecoslovacchia viveva un momento difficile, aveva subito una forte siccità, gli agricoltori contestavano i piani di collettivizzazione, gli aiuti internazionali scarseggiavano e Praga rifiutava l’idea di quel Piano Marshall che si preannunciava oltreoceano: i comunisti perdevano consensi. Così a settembre il segretario del partito Rudolf Slanský fu preso in disparte da Stalin durante il primo meeting del Cominform, nell’impronunciabile cittadina polacca di Szklarska Poręba: bisognava cambiare tattica. Testa d’ariete fu il ministro degli interni Václav Nosek, che cominciò spudoratamente ad accentrare il potere giudiziario nelle mani comuniste. Dagli archivi sappiamo con minuzia di domicilio anche che 40 agenti della NKVD sovietica, corpo di sicurezza da cui nacque il fantomatico KGB, arrivarono a Praga a inizio febbraio: 23 soggiornavano all’Hotel Flora e 16 all’Hotel Steiner. Fu proprio una mossa del ministro Nosek, l’epurazione di otto ufficiali di polizia non comunisti, la goccia che fece traboccare il vaso. Il 17 febbraio 1948 scoppiò la crisi: confidando nella possibilità di Beneš di sciogliere il governo, dodici ministri non comunisti minacciarono le dimissioni se Nosek non avesse fatto un passo indietro; cosa che non avvenne, ed i ministri si dimisero in massa il 20. La situazione era molto complessa: Gottwald, tramite le manifestazioni nel paese, suggeriva la minaccia di un aperto conflitto civile.

A muovere gli equilibri, il piccolo partito socialdemocratico si schierò dalla parte dei comunisti, in cambio di minori ruoli di governo. I ministri in rivolta si affidarono a Beneš, ma il 25 quest’ultimo capitolò e accettò di offrire ai comunisti le poltrone dei dimissionari. Nel giro di poche ore la democrazia parlamentare di Praga si trasformò in una repubblica popolare sul modello orientale. Il 26 febbraio 1948 il Corriere della Sera titolava: Beneš china la testa innanzi all’ultimatum comunista. Fatale epilogo di una crisi manovrata dalla piazza…

Palazzo Kinský

Un punto di partenza per una passeggiata sul ‘48 è la piazza della città vecchia. A pochi metri dal severo sguardo di Jan Hus si staglia il Palazzo Kinský, elegante edificio in stile barocco, oggi una delle tante sedi della Galleria Nazionale. Qui dove un tempo il padre di Franz Kafka aveva una sartoria, il 25 febbraio di quell’anno fatale il primo ministro Gottwald apparve dal balcone del primo piano per arringare la folla: il comunismo s’era imposto. Le fotografie del momento inquadrano il politico, la sua faccia larga tra un giaccone innevato e un berretto di lana. Ecco una storia nella storia, con cui Milan Kundera inizia il suo Libro del riso e dell’oblio: “Gottwald era circondato dai suoi compagni e proprio accanto a lui c’era Clementis. Cadeva la neve, faceva freddo e Gottwald era a capo scoperto. Clementis, premuroso, si tolse il berretto di pelliccia e lo mise sulla testa di Gottwald. [...] Quattro anni dopo Clementis fu accusato di tradimento e impiccato. La sezione propaganda lo cancellò immediatamente dalla storia e, naturalmente, da tutte le fotografie. Di Clementis è rimasto unicamente il berretto”. Una digressione da regime.

Verso il castello

Dalla Staroměstské náměstí ci dirigiamo verso il castello. Per farlo c’è da raggiungere e attraversare il Ponte Carlo, e qui lo sforzo d’immaginazione è necessario: cambiando gli abiti di ogni turista, e vestendoli con le spartane divise della milizia popolare (un lungo giaccone grigio, berretto di lato e fucile in spalla), si potrebbe avere un’idea di quei giorni, in cui il braccio paramilitare del partito faceva sentire la propria presenza. Nate per mantenere l’ordine alla fine della guerra, le ronde comuniste aumentarono la tensione del febbraio – o galvanizzarono i suoi sostenitori, a seconda dei punti di vista. E soffermarsi sui punti di vista è importante: se oggi giustamente si ricordano le vittime del regime (248 giustiziati come nemici dello stato, 347 uccisi mentre tentavano la fuga dal paese, più le migliaia di incarcerati e le decine di migliaia – almeno 200mila – che trovarono asilo politico all’estero), si è solitamente meno propensi a ricordare l’entusiasmo, presto tradito, per il movimento comunista. Il deputato laburista inglese Richard Crossman, in quei giorni a Praga, mandò a Londra un dispaccio per il partito, in cui analizzava la situazione e sottolineava, “contro le manifestazioni della sinistra, solo alcune centinaia di studenti dell’Università di Praga hanno osato organizzare una protesta pubblica. Non ho notizia di altre manifestazioni in nessuna altra città del Paese. Secondo la propria politica e classe, i cechi hanno accolto la rivoluzione di febbraio con entusiasmo proletario, o con l’ipnotizzato rigore di un coniglio davanti a un predatore”.

Studenti che finirono per essere brutalmente malmenati per le strade di Malá Strana. Gli scontri lasciarono due morti e quattro feriti e, soprattutto, un grande silenzio a seguire. Si tratta dell’episodio raccontato dalla targa sulla Nerudova, sul nostro percorso che ormai ha raggiunto Hradčany.

Palazzo Černín

Raggiunta la piazza del castello, giriamo a sinistra sulla Loretánská, per arrivare dinanzi al Palazzo Černín.La statua di Edvard Beneš ci accoglie nella piazza antistante, a braccia conserte, uno sguardo serio, quasi preoccupato. Negli anni Beneš ha raccolto più infamie che lodi, sia per la firma sui decreti anti-tedeschi, sia per la gestione della crisi del ‘48. Un suo connazionale e storico di un certo prestigio, il professor Igor Lukeš della Boston University, intervistato da Český rozhlas ne ha minimizzato la figura a quella del solito ceco senza grinta, incapace di azioni eroiche o drammatiche; “fosse stato un polacco, ad esempio, le cose sarebbero andate diversamente. Ma Beneš era quel che era”. Un giudizio duro, per il politico che aveva già accusato due infarti prima del febbraio, e che morì pochi mesi dopo.

Il suo profilo greve risalta sullo sfondo dei tre piani del palazzo barocco. Il numero massimo dei piani è un dettaglio importante, poiché da tale altezza cadde misteriosamente Jan Masaryk, trovato morto la mattina del 10 marzo 1948. La verità tra suicidio e omicidio politico è stata ignota a lungo, ma i dubbi diffusi avevano ribattezzato l’evento “la quarta defenestrazione di Praga”. A corroborare la versione popolare dell’omicidio un esame necroscopico della polizia ceca, nel 2004, stabilì che almeno un’altra persona fu coinvolta nel tragico momento. I funerali furono un evento di massa; un triste saluto ad un’epoca passata. Oggi una pubblicità del festival del cinema di Praga, casuale ma del tutto inappropriata, crea una scena grottesca proprio sotto il palazzo. Sul poster un uomo vola, scompostamente, in aria.

di Giuseppe Picheca