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Babiš tra populismo e grandi attese, conflitto di interessi e grane giudiziarie. I timori e le aspettative di Ue e Visegrad

“Non sono né un Berlusconi, né un Trump. Consideratemi piuttosto il Michael Bloomberg della politica ceca”

Un novello Silvio Berlusconi o Donald Trump in salsa ceca, con una quantità paragonabile di patrimonio, di influenza e controllo sui media, di populismo in chiave elettorale e di grane giudiziarie, che comprendono anche la frode e l’appropriazione di fondi europei. A questo curriculum che potrebbe non scandalizzare alcuni, ma che fa paura a molti, si affiancano i temi con cui Andrej Babiš, leader del movimento Ano, ha vinto le elezioni: dalle posizioni anti-migranti a quelle no euro e euroscettiche in generale. La vittoria di Babiš non può che dare preoccupazioni in Europa, dove il crollo dei Socialdemocratici del Čssd (partito di governo uscente), uno dei pochi ad aver puntato sulla vicinanza all’Ue, ha sancito la distanza tra Praga e Bruxelles a livello elettorale e di percezione popolare.
Lo stesso Babiš ha preferito definirsi “eurocritico” rispondendo a chi gli chiedeva di “tranquillizzare” i partner europei, senza mancare di precisare: “Io non sono né il Berlusconi ceco né il Trump ceco, Il mio modello è piuttosto Michael Bloomberg”. Una posizione che l’abile uomo d’affari potrà sfruttare da una parte per venire incontro ai sentimenti euroscettici di buona parte della popolazione e della politica nazionale (anche della destra xenofoba), mantenendo così il consenso interno, dall’altra senza passare alle vie di fatto contro l’Ue.
Il possibile risvolto della medaglia, però, potrebbe però essere il rischio, per Praga, di seguire la medesima strada della Gran Bretagna, dove un referendum “Ue sì – Ue no” convocato per rafforzare la leadership di Cameron, ha portato poi all’esito inaspettato della Brexit. Ma Babiš sa bene che una Czexit comporterebbe più danni che vantaggi al proprio Paese.
08-09-babis-77363681_lL’imprenditore di successo prestato alla politica si è detto convinto chela Brexit “sia un fatto negativo per l’Europa”, ma ha aggiunto che Bruxelles dovrebbe pensare “al perché sia avvenuta”, a come “riformarsi e pensare a combattere immigrazione irregolare, che arriva dall’Africa, e il terrorismo, difendendo la pace e la sicurezza in Europa”.
Il messaggio è chiaro: l’Ue così com’è non va bene al nuovo uomo forte di Praga e non vanno bene le politiche di migrazione, quindi attenzione a sottovalutare chi non la pensa come il mainstream bruxellese.
Il Movimento dei cittadini scontenti (questo l’acronimo di Ano, che in ceco vuol dire Sì) ha ottenuto il 29,65 delle preferenze, lasciando distaccato, e anche di molto, il partito Civico Democratico (Ods) all’11,3% – “alleato naturale di Ano” secondo Babiš – che ha portato in campagna elettorale temi fortemente euroscettici. Sullo stesso versante anti Bruxelles, pur con argomenti diversi, gli altri tre partiti in graduatoria dopo il voto di ottobre: i Pirati, il partito della Libertà e della Democrazia diretta (Spd) guidati dal leader xenofobo Tomio Okamura e i Comunisti del Ksčm. Quelli che sono diventati “i nanerottoli della politica ceca” – i grandi sconfitti del voto, ciòè i Socialdemocratici della Čssd, i Cristiani popolari del Kdu-Čsl e i liberali del Top 09 – hanno pagato, a caro prezzo, il tentativo di contrastare l’ondata populista con l’apertura alla moneta unica europea e la mano tesa all’Ue. Posizioni che la stragrande maggioranza dei cechi non giudicano favorevoli al loro Paese.
E che il legame tra Praga e Bruxelles sia debole lo dimostra anche il fatto che uno degli ex alleati di Babiš, “garante” del suo europeismo, il vicepresidente del Parlamento europeo Pavel Telička, si sia eclissato, preferendo non sostenere la campagna elettorale dei “Cittadini scontenti”.
Resta poi la preoccupazione che con l’ascesa del patron di Agrofert si possa creare una saldatura forte tra il Gruppo di Visegrad, o una parte di esso (Slovacchia e Repubblica Ceca) e l’Austria del neo-eletto Sebastian Kurz. Li tengono insieme molti temi, ma soprattutto il no deciso e reiterato ai migranti, al sistema di quote di accoglienza di rifugiati, alla suddivisione del “peso” degli sbarchi su tutta l’Europa secondo il principio di solidarietà. Babiš, in questo senso, non fa altro che rafforzare lo spettro di un fronte centro-est europeo contro la politica migratoria sostenuta dalla cancelliera Angela Merkel.
Un punto che resta da chiarire e su cui Babiš da ministro delle Finanze era stata molto chiaro è quello che riguarda la moneta unica. La Repubblica Ceca, infatti, non fa ancora parte dell’Eurozona nonostante i suoi parametri di base rientrino nei criteri di Maastricht. La decisione mai presa e sempre rinviata sull’adozione dell’euro è stata oggetto di dibattito nei diversi governi cechi che si sono succeduti da oltre dieci anni a questa parte. Anche la decisione di svalutare la corona, sino alla primavera di quest’anno, per migliorare la competitività delle esportazioni e delle produzioni ceche ha dato ragione a Praga. Ora però Babiš dovrà decidere se tener fede alla posizione populista e anti-euro che ha portato avanti in campagna elettorale o se, affidandosi al suo istinto da magnate con un patrimonio da quattro miliardi di dollari, decidere di fare il grande passo e avvicinarsi un po’ più a Bruxelles e soprattutto alla moneta del grande mercato unico.
Si tratterebbe di un cambio di passo molto forte rispetto ai toni e agli argomenti utilizzati durante la campagna elettorale, quando Babiš a più riprese ha definito l’euro “un progetto fallito”, dicendo di non voler “rischiare di dover pagare i debiti di Italia e Grecia entrando in eurozona”.
Intanto a ottobre l’attivo di bilancio della Repubblica Ceca è stato di 26,5 miliardi di corone rispetto ai 17,4 miliardi del mese precedente, ma in netto calo rispetto al surplus dell’ottobre 2016 che era stato di ben 98,3 miliardi: la flessione è dovuta al minor ingresso di risorse provenienti dall’Europa come ha reso noto il ministero delle Finanze.
In relazione ai rapporti Praga-Ue, è necessario ricordare che sul miliardario ceco pesa anche una tegola non da poco, vale a dire l’accusa di frode su fondi europei per la vicenda Čapí hnízdo (Nido della cicogna). La Camera ha già dato l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti, ma con le nuove elezioni e con la riconquistata immunità parlamentare da parte di Babiš, l’iter dovrà ora riprendere a capo. Su di lui sta indagando anche l’Autorità europea per la lotta alle frodi (Olaf) che vuole vederci chiaro su quanto accaduto in occasione del finanziamento coi fondi Ue della esclusiva fattoria Nido della Cicogna.
Infine c’è sempre in ballo la questione del conflitto di interessi, nonostante la cosiddetta Lex Babiš, che lo ha costretto a “liberarsi” almeno formalmente delle sue proprietà trasferendole a una fiduciaria. Già lo scorso marzo la Commissione europea, che guardava da tempo con sospetto all’ex ministro delle Finanze ceco, aveva sanzionato Praga a pagare 22 milioni di corone dopo aver accertato irregolarità per conflitto di interessi nella concessione di 1,5 miliardi di corone di finanziamenti europei fra il 2014 e il 2015 a favore del gruppo Agrofert. Era emerso infatti che Jaroslav Faltýnek – braccio destro di Babiš, vicepresidente di Ano e contemporaneamente, al tempo dei finanziamenti Ue, consigliere di amministrazione di Agrofert – era in quel periodo anche membro del collegio di sorveglianza dello Szif, fondo statale di intervento agricolo, vale a dire l’organo incaricato della vigilanza sulla ripartizione delle risorse Ue.
Dove si sposterà, in un contesto simile, l’asse della politica ceca, ora che è in mano al miliardario Babiš, il populista, pragmatico ed eurocritico che intende gestire il governo come un’azienda? La risposta potrà influenzare il futuro di Praga e forse anche dell’Europa.

di Daniela Mogavero