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“Nabarvené ptáče”, un film cruento e controcorrente, dall’atmosfera tetra e grigia. Era da tempo che il cinema ceco non mostrava un prodotto più originale e audace

L’attesa è stata lunga ma, dopo anni caratterizzati da convenzionalità e pochi tentativi di correre rischi, il cinema ceco torna a suscitare interesse e polemiche. Proprio come fece il connazionale Gustav Machatý, 85 anni fa con lo scandaloso Estasi, anche il regista Václav Marhoul ha approfittato della Biennale di Venezia per presentare quest’anno un’opera capace di scioccare il pubblico, a tal punto che molti spettatori a metà proiezione se ne sono andati, sconvolti per le efferatezze e le atrocità proposte.

“Nabarvené ptáče” – o The Painted Bird per usare il titolo per la distribuzione internazionale – è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore polacco naturalizzato statunitense Jerzy Kosiński e si presenta come una evocazione degli aspetti più selvaggi e primitivi dell’Europa dell’Est alla fine della Seconda guerra mondiale.

Il praghese Marhoul non ha trascurato la crudeltà descritta nel libro, la stessa che viene scaricata sul piccolo protagonista (presumibilmente ebreo) sotto forma di odio, razzismo, e prepotenza (anche sessuale). Un film senza compromessi e che, come prevedibile, ha spaccato la critica in due: da un lato chi ritiene che sia l’opera di un vero visionario; dall’altro chi considera gratuita l’estrema violenza, definendola persino “una detestabile pornografia della miseria”, riprendendo le parole di Raffaele Meale, fondatore della rivista di critica cinematografica Quinlan. Parliamo dunque di un capolavoro o di un mero tentativo di sconvolgere gli spettatori con violenza gratuita?

È impossibile parlare della genesi del film senza fare riferimento all’omonimo romanzo di Kosiński: pubblicato nel 1965 e inserito nella classifica dei 100 migliori romanzi scritti in inglese dal 1923 al 2005 del settimanale americano Time. Anche il libro fece scalpore per la sua crudezza. Ma le polemiche non finirono qui. Al di là della Cortina di ferro fu considerato nazionalista e pericoloso dal punto di vista ideologico. I polacchi – in particolare – si sentirono offesi per il ritratto negativo del loro popolo. Del resto, anche in Occidente l’autore è stato accusato, ma di plagio. Il critico letterario Eliot Weinberger fu fra quelli che misero in discussione la paternità del romanzo, sostenendo che durante l’anno dell’uscita Kosiński non avrebbe potuto scrivere un libro in inglese così fluentemente. Malgrado i dubbi che riguardano lo scrittore Kosiński, il regista Marhoul è stato bravo nel modo con il quale è riuscito a schivare il problema della “polonofobia”, scegliendo di girare il film in lingua interslava, un idioma creato per facilitare la comunicazione fra i diversi popoli slavi. Il cineasta ha spiegato la sua coraggiosa scelta in un’intervista con il quotidiano indiano The Times of India: “Non volevo che nessuna nazione dell’Europa orientale fosse associata ai personaggi. Se fosse successo, sarebbe stato un problema. Inoltre, questa storia è senza tempo e universale”.

Il tono del film è stabilito già nella prima sequenza della pellicola: il protagonista viene rincorso e picchiato furiosamente da alcuni coetanei, i quali arrivano a dare fuoco al furetto che portava in grembo con tanto affetto. È il primo segnale di una spirale di violenza che si sviluppa su questa falsariga. Il bambino, per essere protetto dalla persecuzione nazista viene affidato alle cure di un’anziana, ma quando quest’ultima muore, si trova da solo a vagare tra villaggi e fattorie scontando sulla propria pelle la violenza dei contadini locali e la brutalità dei soldati russi e tedeschi.

Il titolo del film si riferisce a una scena in cui uno storno con le ali dipinte con della vernice viene ucciso dai suoi compagni, visto che una volta spiccato il volo nessuno del suo stormo lo riconosce come parte del gruppo. Il bambino protagonista, interpretato dallo splendido esordiente Petr Kotlár, rappresenta un essere umano che, proprio come il volatile al quale sono state colorate le piume, non viene accettato dai suoi simili.

Marhoul nelle interviste rilasciate per promuovere il film ha enfatizzato come la guerra annulli la civiltà e la differenza tra bestie e uomini, in quanto entrambi subiscono violenze ed entrambi ne causano, in maniera spietata. The Painted Bird mostra come non solo i soldati e i nazisti furono brutali, ma anche le persone “normali”, i contadini, condotti all’ignoranza e a credenze fasulle a causa della superstizione o dell’isolamento. Un’osservazione mirata che si riferisce al presente tanto quanto al passato.

Un progetto veramente insolito quello di Marhoul, coproduzione ceca, ucraina e slovacca, che non manca di vari attori noti a livello internazionale, come Udo Kier (il mugnaio), Harvey Keitel (il sacerdote cattolico), Stellan Skarsgård e Barry Pepper (due soldati) e Julian Sands (un uomo che prima dà ospitalità al bambino e poi si rivela forse il suo peggior incubo). Una curiosità: Keitel al suo arrivo a Český Krumlov per girare le sue scene era totalmente ignaro del fatto che le sue battute non sarebbero state in inglese, ma in interslavo, tant’è che per aiutarlo è stato convocato il professor Vojtěch Merunka, uno dei creatori della nuova lingua.

Nemmeno la scelta degli attori sembra casuale e Marhoul, a volte, sceglie gli attori in base a cosa rappresentano per il pubblico. Il regista si ispira chiaramente a capolavori del cinema bellico sovietico come Va’ e vedi di Elem Klimov e L’infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij. L’attore protagonista del primo film, Aleksej Kravchenko, compare in The Painted Bird nel ruolo di un soldato russo, mentre Barry Pepper si è fatto conoscere parzialmente per i suoi ruoli in film di guerra come Salvate il soldato Ryan (1998) di Steven Spielberg e Flags of Our Fathers diretto da Clint Eastwood (2006).

Le recensioni della critica internazionale si possono dividere in due categorie: da una parte c’è chi è rimasto ipnotizzato dalla meravigliosa fotografia in bianco e nero di Vladimír Smutný, le immagini forti ed eloquenti di un film con una quasi totale assenza di dialoghi, dall’altra parte c’è chi ritiene che il tentativo di fare un film realistico venga contraddetto dalla insistenza con la quale il regista turba e sconvolge la sensibilità degli spettatori, come si farebbe in un film dell’orrore, con un uso della violenza in forma assoluta, quasi con un leggero compiacimento. Forse è stato Xan Brooks – critico del giornale britannico The Guardian – a riassumere al meglio il film con queste parole: “dico senza esitazione che si tratta di un’opera monumentale e che sono profondamente contento di averlo visto. Ma posso dire con altrettanta certezza che spero di non vederlo mai più”.

In fin dei conti, nessuno dei due gruppi ha tutti i torti, ma c’è da dire che un aspetto del libro e del film viene spesso trascurato: il professore dell’Università di Varsavia e critico letterario Paweł Dudziak, ha sottolineato più volte che il libro è surreale, una storia di fantasia, e non presenta – o pretende di presentare – eventi del mondo reale, vedendo un fraintendimento del libro da parte di coloro che lo prendono troppo alla lettera. Anche nel caso del film di Marhoul – se lo si prende come una parabola surreale del destino umano e come l’incarnazione del male insito nella natura umana – possiamo giustificare almeno in parte gli estremi ai quali giunge la pellicola.

The Painted Bird è un calvario duro e inarrestabile, un’esperienza lunga due ore e cinquanta minuti, un film che divide: lo si ama o probabilmente lo si odia. Noi crediamo che, nonostante non manchino difetti e o imperfezioni, costituisca un’esperienza affascinante, coinvolgente, coraggiosa e originale che dà speranza a chi segue il cinema ceco.

di Lawrence Formisano