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La Vlašská kaple, uno degli storici simboli della presenza italiana in Boemia, finalmente sottoposta a una completa opera di risanamento

C’è una pietra preziosa incastonata in quel gioiello di architettura e arte che è la Città Vecchia di Praga; un’opera che attraversa i secoli e che porta impresso in ogni sua pietra il marchio ante litteram del “Made in Italy”, ma che è anche e soprattutto il simbolo di un legame antico tra culture diverse, oltre che testimonianza di una conoscenza profonda delle più avanzate e raffinate tecniche dell’arte iniziatica del costruire. La Cappella della Beata Vergine Maria Assunta in Cielo, parte del complesso architettonico del Clementinum, sulla via Karlova, è più nota con il nome di “Vlašská kaple”, la Cappella degli Italiani, così come viene chiamata ancora oggi da quel 23 luglio del 1590, giorno in cui il nunzio apostolico Alfonso Visconti pose la prima pietra della costruzione, nell’angolo Nord-Est, così come si usava fare un tempo per gli edifici di particolare importanza. A volere questo luogo di culto furono gli esponenti della Congregazione della Beata Vergine Maria Assunta in Cielo, associazione di italiani fondata dai Gesuiti tra il 1573 e il 1575, il cui motto “Pro Deo et paupere” ne sintetizzava gli scopi e le finalità: difendere la fede cattolica nella Boemia protestante e assistere poveri e bisognosi. Quanto la Congregazione italiana fosse apprezzata dalla popolazione locale e dai sovrani che le concessero diversi privilegi, lo testimonia il fatto che la Cappella, sua espressione sul piano materiale, fu costruita sulla via più importante della città, quella che prendeva il nome dall’imperatore Carlo IV, e che costituiva la parte principale della “Via Regia”, la “Královská cesta” il cammino che gli antichi re cechi dovevano percorrere per essere incoronati sulla collina di Hradčany. La costruzione doveva sostituire la cappella dell’Oratorio italiano, luogo di incontro della comunità, ormai troppo piccolo per via dell’arrivo di nuovi italiani dalle terre patrie. La nuova cappella, più grande, pensata per sostituire la precedente, avrebbe al tempo stesso accolto i membri per le funzioni religiose e testimoniato, con un segno tangibile, la presenza della Congregazione cattolica in terra protestante.

Una parte delle decorazioni e degli affreschi della cupola / A part of the decorations and the dome frescoes © Ambasciata d'Italia Ci vollero dieci anni perché il tempio cristiano fosse portato completamente a termine. Intorno al 1594, grazie alle donazioni dei membri della Congregazione, le pareti della Cappella vennero decorate con affreschi da maestri della pittura rimasti anonimi, e la navata arricchita di altari. In seguito la volta fu decorata con pitture e stucchi e fu costruito l’altare maggiore. Nel corso degli anni l’edificio si abbelliva sempre di più, e il 9 agosto del 1600, monsignor Filippo Spinelli, allora nunzio pontificio presso Rodolfo II, lo consacrò alla Beata Vergine Maria Assunta in Cielo, con una solenne cerimonia che coinvolse tutti gli italiani della città e le alte autorità del Paese. La Cappella, costruita in stile italiano, era sormontata da una cupola e progettata a pianta ovale. È interessante rilevare come le chiese a pianta centrale di forma ellittica, si diffusero soprattutto nei secoli XVII e XVIII e ciò fa sì che la Cappella degli italiani nella Città Vecchia, occupi un posto di rilievo nella storia dell’architettura in quanto risulta essere il primo esempio di cappella italiana a pianta ovale nell’Europa d’oltralpe. La chiesetta fu ornata con un maestoso affresco raffigurante l’assunzione della Vergine, e in seguito, nel 1607, anche le sette volte vennero affrescate con scene dei misteri della vita di Maria. Nella Cappella venivano celebrati gli uffici divini nelle ricorrenze solenni, e sin dal 1621, il 15 agosto di ogni anno, in occasione delle celebrazioni della Vergine, si soleva pubblicamente e con grande solennità proclamare la nuova direzione della Congregazione italiana di Praga. Nel 1647 il tempio si arricchì di una nuova e preziosa opera d’arte: una tela per l’altare principale realizzata dal pittore barocco ceco Karel Škréta, che celebrava in questa sua opera la Vergine Maria a cui sia la Congregazione sia il luogo di culto erano stati consacrati.

La Vlašská kaple era ed è ancora oggi un esempio di quella antica sapienza, di cui parlava Vitruvio, che fondeva insieme arte, scienza e architettura, e cela sotto forma di elementi architettonici e decorazioni i segreti dell’armonia noti solo ai più illuminati artisti e maestri architetti di ogni tempo. Uno di questi, ad esempio, è l’utilizzo del numero 7. Sette, infatti, erano le volte affrescate della Cappella con le sette gioie e i sette dolori della Vergine, un numero che, non a caso, è considerato nella tradizione religiosa simbolo di perfezione ed espressione massima della mediazione tra umano e divino. Ma anche il suo orientamento ad Est – punto dove il Sole sorge –, la sua collocazione sull’asse Est-Ovest della città, la disposizione degli ingressi, così come la pianta ovale – simbolo antico dell’uovo cosmico da cui nasce l’intero universo e sacro nell’antico Egitto così come in Alchimia – sono tutti elementi che da un remoto passato comunicano ancora oggi un messaggio chiaro: il voler raggiungere con un’opera materiale la sfera della massima spiritualità.

Ma il simbolo degli italiani di Praga ha attraversato periodi difficili. Fu danneggiata nel corso della Guerra dei Trent’anni, nel 1648, e nei due secoli successivi alla sua costruzione subì varie modifiche, costanti lavori di risistemazione e manutenzione degli spazi dovuti a vari fattori tra cui le frequenti alluvioni. Nel 1789 iniziò un periodo di grande decadenza a causa del decreto dell’imperatore Giuseppe II che soppresse l’Ospedale della Congregazione – sede dell’attuale Istituto Italiano di Cultura di Praga – e fece incamerare i suoi beni dallo Stato. In questo frangente anche gli arredi della Cappella vennero venduti dalla Congregazione per coprire le spese di restauro, ma già dal 1783, sempre per ordine di Giuseppe II, gli uffici divini in questo luogo di culto erano stati quasi del tutto soppressi. Anche in questo periodo, però, la Cappella continuò ad ospitare le riunioni della Congregazione e ad essere il luogo intorno al quale gli italiani si stringevano nei momenti di particolare difficoltà. Nel 1873, in occasione del terzo centenario dalla fondazione della Congregazione, l’edificio, fin dal 1810 ufficialmente dichiarato proprietà della “nazione italiana”, venne restaurato dall’architetto Giuseppe Schulz, grazie alle donazioni della comunità.

Il 7 giugno 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, la Congregazione sancì il passaggio allo Stato italiano sia della sede dell’ex Ospedale di Malá Strana sia della Cappella nella Città Vecchia. Da allora l’edificio entrò in una nuova fase di decadenza dovuta alla scarsezza di mezzi economici necessari al suo restauro, ma anche agli eventi storici che coinvolsero la Cecoslovacchia. A partire dai primi anni 2000, le istituzioni e la comunità degli italiani in Repubblica Ceca rivolgono nuova attenzione alla Cappella e si inizia a pensare a progetti per il restauro necessari a riportare l’edificio, simbolo dell’Italia, agli splendori di un tempo.

Lo scorso 31 ottobre nei saloni dell’Ambasciata d‘Italia, si è svolto un incontro in occasione della conclusione della prima fase di restauro della Cappella. L’Ambasciatore Amati ha ricordato che il risanamento è stato reso possibile grazie alla collaborazione tra istituzioni ceche e italiane e soprattutto agli sponsor privati. Durante la prima fase di restauro è stata già portata a termine la ricostruzione del tetto e della facciata e sono stati restaurati il portale d’ingresso, il cancello barocco e le finestre. La seconda fase che prenderà a breve il via riguarderà invece il restauro degli affreschi. Nel corso dei lavori sono stati ritrovati in due involucri alcuni preziosi documenti che andranno ad arricchire l’Archivio della Congregazione Italiana di Praga conservato presso l’Istituto Italiano di Cultura.

La Cappella degli italiani della Città Vecchia è da quattro secoli non solo il simbolo della presenza italiana in Boemia e dell’influsso che l’arte del genio italico ha esercitato in queste terre, ma soprattutto il segno tangibile di una fratellanza tra due popoli che, indipendentemente dalla loro cultura, origine e differenze, tracciano insieme la loro storia e il loro destino nel cuore antico dell’Europa.

di Mauro Ruggiero