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Jan Němec, leggendario pioniere della “Nová vlna”, è scomparso a marzo scorso. Mancherà quel surrealismo tipico delle sue creazioni, quella sua capacità di giocare con l’assurdo

“Sai Němec, non possiamo permetterti di fare film. Sei troppo furbo, e sei un maiale”. Le parole di Kamil Pixa, il direttore generale di Krátky Film Praha, rivolte al regista praghese della Nová vlna, riassumono bene come il cineasta fosse considerato il più polemico e pericoloso degli anni ‘60. Il suo capolavoro O slavnosti a hostech (1966), fu uno dei quattro film cecoslovacchi ad essere banditi dal regime “per sempre”, un film che fece scalpore per la scelta di un cast fatto solo di dissidenti. Un artista puro, incapace di compromettersi, come dovettero fare alcuni suoi colleghi, come Jiří Menzel. Il film segnò la fine della sua carriera in patria.

Per fortuna, possiamo oggi godere di un’ultima opera, Vlk z Královských Vinohrad, girato l’anno scorso e arrivato nei cinema a settembre, a pochi mesi dalla sua morte – che ha sconvolto l’universo cinematografico lo scorso marzo. Il film cerca di ricapitolare la biografia del cineasta ripercorrendo la sua vita artistica e gli aneddoti più divertenti. Ma riesce veramente a essere il canto del cigno che il maestro meritava?

La straordinaria vita di Němec, “l’enfant terrible” del cinema ceco, cominciò il 12 luglio 1936, nella capitale boema. Inizialmente il giovane Jan sognava di dedicarsi alla sua prima passione, il jazz; fu il padre a convincerlo a perseguire una carriera nel mondo del cinema. Si arruolò quindi alla FAMU, la leggendaria scuola cinematografica di Praga. Oltre a scoprire le opere di Robert Bresson, Luis Buñuel, Federico Fellini ed Alain Resnais, registi che ebbero una profonda influenza su di lui, Němec fece anche amicizia con i futuri registi Jiří Menzel, Věra Chytilová e Evald Schorm.

Per Němec l’esperienza alla Famu significò essere nel posto giusto al momento giusto, non solo per conoscenze ed influenze artistiche, ma anche perché entrò nell’industria cinematografica cecoslovacca in quel suo breve periodo di libertà degli anni ‘60 – grazie anche al fallimento dello stile propagandistico degli anni precedenti. La settima arte era ormai divenuta una sua ossessione, mentre nasceva in lui l’intenzione di creare una forma di “cinema puro” in cui il perno della pellicola non fosse solo la trama, ma, complessivamente, un linguaggio cinematografico speciale.

Il regista sosteneva, e lo ha fatto fino agli ultimi anni della sua vita, che la professione è in declino proprio perché si producono troppi film che funzionerebbero anche nella forma di un romanzo o di racconto radiofonico, mentre scarseggiano registi come Buñuel o Resnais, che sanno trattare il cinema come un mezzo unico per raccontare storie e trasmettere emozioni.

Già dal suo primo cortometraggio, Sousto (1960, Il boccone), tratto da un racconto di Arnošt Lustig, si intuisce la ricerca sulla “nuova narrazione” inaugurata principalmente dalla “Nouvelle vague” francese. Il corto, realizzato alla Famu, diventò anche la base del suo primo lungometraggio, Démanty noci (1964, I diamanti della notte), tratto ancora da Lustig (che collaborò alla sceneggiatura). Lo scrittore attinse alla propria tragica esperienza nell’olocausto per narrare la vicenda di due ragazzi ebrei, in fuga da un treno blindato attraverso i boschi della Boemia. Němec d’altra parte tentò di creare un’opera più astratta, producendo un film privo di dialoghi, nel quale il sonoro è composto solo da rumori. Contano i piedi che battono sul fondo del bosco e il crescente ansimare in campo, o l’eco degli spari – ma allo stesso tempo il cineasta non sottovalutò la potenza dei silenzi.

Nel 1965 prese parte al primo film “antologico” ceco, tratto dai racconti di Bohumil Hrabal, Perličky na dně (Perline sul fondo), con il corto Podvodníci (Gli impostori). Si tratta di un altro film chiave della Nová vlna, con episodi diretti da Menzel, Chytilová, Schorm e Jaromil Jireš. “Gli impostori” racconta di due anziani in fin di vita che mentono reciprocamente sul proprio passato. Il magnum opus arrivò l’anno successivo con O slavnosti a hostech (1966, Sulla festa e gli invitati), con cui il regista approfondì e perfezionò il tema dell’assurdo. Il capolavoro inizia con quattro coppie, di estrazione piccolo-borghese, in un bosco per un picnic. Queste vengono raggiunte e bloccate da alcuni uomini, e poi invitate, ma in realtà praticamente costrette, a partecipare ad una festa, davanti a lunghi tavoli di centinaia di persone. Il capo festeggiato (interpretato dal drammaturgo, attore e regista Ivan Vyskočil, l’inventore del ne-divadlo, “non-teatro”) invita ognuno a mangiare (ma in realtà tutti sono ospiti-ostaggio). Il film, chiaramente influenzato anche dalle opere di Kafka, Beckett e Harold Pinter, scatenò le furie dell’allora Presidente Antonín Novotný, un rigido stalinista, il quale dopo la visione pare volesse persino chiedere l’arresto di Němec. Il film fu bloccato e bandito subito, ma il regista riuscì a farsi finanziare ancora un altro film, incomprensibilmente surrealista: Mučedníci lásky (1966, I martiri dell’amore).

Inutile dire che l’invasione dei carri armati sovietici del 21 agosto 1968 mise fine alla sua carriera, almeno per tanti anni – nonostante il regista avesse casualmente ripreso l’invasione, riuscendo a superare la frontiera e a portare la pellicola in Occidente. Se si sa meno dell’attività del praghese dal ‘68 in poi, gli amanti del cinema possono oggi gioire per la distribuzione del nuovo e ultimo film del defunto cineasta, Vlk z Královských Vinohrad. Il film, nel quale l’attore Karel Roden ha assunto la parte del narratore, rivisita gli episodi e i ricordi più divertenti della vita di Němec, il quale viene rappresentato dal suo alter ego John Jan (interpretato da Jiří Mádl). Da sottolineare la scelta bizzarra (e poco comprensibile) di assegnare il ruolo principale a Mádl, un attore popolare presso i più giovani, ma poco adatto a trasmettere l’intelligenza e la natura ribelle dell’artista praghese. Il risultato è una pellicola di un certo interesse, informativa e divertente. Fra gli episodi migliori, spicca anche un incontro con Ivana Trump negli Stati Uniti alla ricerca di fondi per finanziare un film. L’incontro però va storto e Němec riceve solo una copia firmata dell’autobiografia di Trump, che butta immediatamente nel cestino. Alla fine del suo esilio la pellicola diverte anche con una scena all’Ufficio per il controllo dell’immigrazione del Dipartimento di Giustizia statunitense. Siamo nel 1989 e Němec ha bisogno di un documento per tornare in patria. Quando sente che può ricevere il documento solo nel caso di un funerale, Němec suggerisce la possibilità di tornare per “il funerale del comunismo”. L’idea piace al funzionario americano, che così gli concede il permesso. Un tocco di assurdo che calza come un guanto in un film sulla vita di Němec.

È precisamente quel surrealismo tipico delle sue creazioni, quella sua capacità di giocare con l’assurdo che mancherà al cinema ceco con la sua scomparsa. Un capitolo del cinema si è così concluso, non solo perché potrebbe essere l’ultimo film diretto da un regista della Nová vlna, ma anche perché il sogno di Němec di creare un “cinema puro”, privo delle urgenze dell’industria dell’intrattenimento, è quanto mai trascurato nel cinema moderno.

I nostalgici potranno consolarsi con Vlk z Královských Vinohrad che, pur non essendo un capolavoro, fa divertire e sottolinea ciò che rese Jan Němec una figura unica dell’arte cinematografica ceca.

di Lawrence Formisano