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L’ascesa nel mercato energetico europeo del giovane miliardario di Brno, proprietario dello Sparta Praha, che qualcuno definisce l’Abramovich della Repubblica Ceca

Riflettori puntati in Europa occidentale su Daniel Křetínský, numero uno di Eph, la holding recente protagonista di un megashopping nel settore energetico in Inghilterra e Italia.

Al di là della Manica la compagnia guidata da Křetínský ha comprato, lo scorso autunno, la centrale a carbone di Eggborough (Yorkshire), un impianto che produce il 4% della elettricità della Gran Bretagna. In Italia ha invece celebrato l’inizio del 2015 con l’acquisizione di sette centrali – sei a gas e una a carbone – dalla tedesca E.On. In totale 4.500 megawatt di capacità di generazione complessiva, il doppio della centrale nucleare ceca di Temelín, che faranno della compagnia ceca il quarto-quinto produttore elettrico della Penisola. Il tutto dopo gli importanti investimenti in Polonia, Germania e Slovacchia compiuti gli anni scorsi da Eph, sigla che sta per Energetický a průmyslový holding (Holding energetica e industriale).

Tanto quanto basta, insomma, per attirare l’attenzione dei media occidentali, anche italiani, verso questo giovane miliardario, 40 anni il prossimo luglio, nativo di Brno, con studi da avvocato e una grande passione per il calcio, che lo ha portato a diventare proprietario e presidente dello Sparta Praha.
Questo mix di interessi nel settore della energia e in quello del calcio ha spinto alcuni osservatori a definire Křetínský il “Roman Abramovich della Repubblica Ceca”. La dimensione economica dei due è però differente in maniera abissale. Il ceco è accreditato di un patrimonio di 12,3 miliardi di corone, mentre il russo disporrebbe di una ricchezza 40 volte superiore.

Il paragone con l’oligarca russo, londinese d’adozione e proprietario del Chelsea, non è calzante neanche a proposito del modo con il quale è iniziata la loro carriera nel periodo post-comunista. I natali di Abramovich sono umilissimi. Persa la madre a pochi mesi, il padre, operaio, morì in un incidente in fabbrica, quando aveva quattro anni. Allevato dagli zii a Mosca, si diplomò presso un istituto tecnico, per poi arruolarsi nell’’esercito sovietico, prima di tuffarsi nel business selvaggio, dopo il crollo dell’Urss e dopo la Russia post sovietica di Boris Eltsin.

Tutt’altra l’estrazione sociale di Křetínský, rampollo di una famiglia della migliore borghesia ceca. Il padre è un docente, titolare di cattedra presso la Facoltà di Informatica dell’Università Masaryk di Brno, mentre la madre è un magistrato, giudice della Corte costituzionale sino allo scorso anno.

Laureatosi a pieni voti in giurisprudenza, nel 1999 Daniel viene assunto da J&T, banca di investimenti con radici slovacche, subito distintasi per la sua voracità e pronta a cogliere le opportunità di business nei due paesi ex confederati. Meno di ventimila corone il primo stipendio, ma al Křetínský bastano pochi anni per diventare uno degli uomini di maggior peso del J&T e gestire in prima persona operazioni da miliardi di corone.

In una intervista rilasciata nel 2005, quando non aveva ancora 30 anni, Křetínský pronunciò una frase rivelatasi profetica: “La Repubblica Ceca oggi, per gente come me, costituisce una enorme possibilità di fare affari”.

L’espansione iniziata sei anni fa

J&T nel 2009 partorisce Eph, che diventa in pochi anni un colosso nel settore energetico. Oggi fa capo a tre azionisti: Křetínský e lo slovacco Patrik Tkáč, che si dividono il 37% ciascuno, mentre il restante 26% appartiene a J&T.

A sancire il decollo definitivo dell’Eph nel firmamento del mercato energetico dell’Europa centrale, è nel 2012 il prestito sindacato di maggior valore mai offerto nella storia del sistema creditizio della Repubblica Ceca. A metterlo a disposizione è un pool di 11 banche, coordinate da UniCredit Bank. Vi partecipano anche Čsob e Komerční Banka. In totale una cifra di un miliardo di euro, destinata proprio a sostenere la campagna di espansione della holding guidata da Křetínský e partecipata in quel periodo per un terzo anche dal Ppf di Petr Kellner. Quest’ultimo ha ceduto la propria quota lo scorso anno, in cambio di un corrispettivo di circa 30 miliardi di corone.

Altra tappa fondamentale della scalata di Křetínský risale al 2013, quando Eph compra in Slovacchia il 49% dello Slovenský plynárenský priemysel (Spp), l’azienda del gas slovacca, la cui maggioranza è controllata dallo Stato. Nell’ex paese confederato l’Eph si sente così a casa da manifestare persino interesse per i due terzi del colosso energetico Slovenské Elektrárne, messi in vendita dall’italiana Enel.

Nel frattempo Eph attraverso la società Czech News Center, sborsa 170 milioni di euro per assicurarsi la proprietà del ramo ceco di Ringier Axel Springer, casa editrice che pubblica fra l’altro il quotidiano Blesk, il giornale più venduto della Repubblica Ceca, e il settimanale Reflex. Una operazione che ha portato il giovane miliardario di Brno a diventare uno degli uomini più forti del mercato ceco dei media.

Molti debiti per investimenti controcorrente nel gas e nel carbone

Lo slancio di investire dell’Eph non manca tuttavia di suscitare alcune perplessità. Alcuni osservatori si sono chiesti come mai tutto questo appetito di impianti di produzione a carbone e gas, proprio mentre in Europa si parla tanto di lotta alle emissioni e di energia alternativa.

Křetínský pensa evidentemente che Gran Bretagna e Italia, così come Slovacchia e Repubblica Ceca, siano paesi che ancora a lungo necessiteranno di questo tipo di centrali. Una fiducia nel carbone che Eph ha manifestato persino in Germania, dove ha deciso di farsi carico del 100% della Mibrag, una azienda il cui business si basa proprio sullo sfruttamento della lignite.

Commentando in particolare l’ultimo investimento nella Penisola, Křetínský ha sottolineato che “senza le centrali a gas il mercato non può funzionare, ma tutti i produttori a gas sono in perdita”. Ha aggiunto però di confidare in un futuro “capacity market” in Italia, vale a dire in un meccanismo futuro che garantisca una disponibilità di capacità produttiva di energia elettrica nel lungo periodo attraverso un corrispettivo da riconoscere ai produttori.

lteriori dubbi riguardano l’indebitamento di Eph, che, con le ultime operazioni in Gran Bretagna e Italia, dovrebbe superare la cifra complessiva di 100 miliardi di corone, più di 3,5 miliardi di euro. Anche a questo proposito Křetínský si mostra rassicurante, mettendo in rilievo nelle interviste che il rapporto fra debito e Ebitda rimane del tutto accettabile.

Non manca però chi ipotizza che l’elevato debito di Eph possa aprire scenari di altro tipo, in primo luogo il possibile arrivo, come partner di Křetínský, dei cinesi della Cefc (China Energy Company). Ad accreditare tale tesi è un accordo di collaborazione strategica fra Cefc e J&T (azionista di Eph), firmato lo scorso autunno in occasione del viaggio del presidente Miloš Zeman in Cina.

di Giovanni Usai