La storia di Tristano Testa, l’imprenditore bergamasco, che dopo una vita di business in giro per il mondo e dopo aver messo su casa a Praga, ha realizzato un progetto di solidarietà in Africa: una scuola per offrire istruzione e futuro ai bambini di Timboni
“Amo Praga, ma parte del mio cuore è in Kenya”
Nella comunità italiana di Praga il nome di Tristano Testa è tutt’altro che sconosciuto: imprenditore, bergamasco, classe 1952, da oltre vent’anni residente nella capitale ceca, ha attraversato paesi, settori e sfide professionali con quello stile concreto e discreto che contraddistingue la gente che viene da quella zona della Lombardia.
C’è però un aspetto della sua vita che in pochi conoscono: una scuola in Kenya, costruita mattone dopo mattone nell’entroterra di Watamu, che oggi offre istruzione, cibo e protezione a 170 bambini. Un progetto nato quasi per caso, e cresciuto in silenzio, grazie alla determinazione di Testa e al sostegno di pochi amici, alcuni dei quali italiani residenti proprio a Praga.
Lo abbiamo incontrato per farci raccontare il suo percorso, il legame con la Repubblica Ceca e la storia di Timboni: un esempio concreto di come, a volte, la solidarietà nasca lontano dai riflettori e, nonostante questo, riesca a fare la differenza.

Ci racconti della tua attività imprenditoriale e, più in generale, del percorso che da Bergamo l’ha portata a Praga.
La mia vita imprenditoriale iniziò molto presto, a poco più di venticinque anni. Allora lavoravo con mio padre Giuseppe, che operava nel settore delle ceramiche e dei materiali edili. Pur restando nello stesso ambito, sentii presto il bisogno di costruire un percorso mio. Così iniziai a commercializzare prodotti ceramici verso il Nord Africa, il Medio Oriente e, in parte, l’Estremo Oriente. Eravamo alla fine degli anni Settanta: oggi sembra normale prendere un aereo per Hong Kong o per l’Arabia Saudita, ma allora non lo era affatto. Non fu semplice, ma ho sempre avuto un carattere un po’ testardo; non seguii i consigli di mio padre, improntati alla prudenza, e decisi di buttarmi. Fu una scelta che mi arricchì molto, sia umanamente sia professionalmente.
Qualche anno dopo entrai in contatto con un’azienda che produceva macchinari e impianti per l’industria ceramica: non più prodotti finiti, dunque, ma la tecnologia per realizzarli. Iniziai come consulente, seguendo le aree che conoscevo — Nord Africa e Medio Oriente — poi il rapporto si approfondì fino a durare quasi vent’anni. Fu un periodo meraviglioso della mia vita: visitai decine di Paesi, entrando in contatto con culture e mentalità molto differenti. Negli ultimi cinque anni diventai responsabile commerciale, guidando un team in un’azienda di circa quattrocento dipendenti e vivendo anche per lunghi periodi all’estero, in Paesi come gli Stati Uniti e la Russia.

Da quel periodo appresi una lezione fondamentale: quando vivi o lavori all’estero devi ricordarti che sei un ospite. Negli anni Settanta e Ottanta molti italiani viaggiavano improvvisando, e spesso i problemi nascevano proprio da questo. Io capii presto quanto sia importante rispettare profondamente i Paesi in cui ci si trova. È un principio che vale ancora oggi: anche qui, in Repubblica Ceca, dopo tanti anni, mi sento comunque un ospite.
Nel 2002 rientrai in Italia, ma compresi subito che non riuscivo più a riconoscermi in quella vita. Fu allora che scoprii per caso Praga: mio fratello lavorava qui e mi invitò a fargli visita. Da lì ebbe inizio un nuovo capitolo della mia esistenza.
Cosa l’ha spinta a rimanere tutti questi anni a Praga e a costruire qui una parte così importante della tua vita?
Io sono arrivato qui nel 2003 ed ho avuto un vero colpo di fulmine: stile, equilibrio, qualità della vita. Praga mi ha colpito in modo immediato, quasi irrazionale. Nella mia scelta c’era — e c’è ancora — una dimensione umana profonda. Allora, per esempio, amavo camminare di notte, osservare la bellezza della città e delle sue meraviglie architettoniche. Dopo tanti anni passati in Paesi lontani dall’Europa, Praga rappresentava per me l’essenza e la bellezza della cultura europea.
All’inizio portavo avanti ciò che sapevo fare: consulenza e impianti per l’industria della ceramica. Parallelamente ho iniziato a effettuare investimenti nel settore immobiliare. Non grandi operazioni ma progetti misurati, che progressivamente hanno preso il posto delle consulenze internazionali, che erano diventate sempre più impegnative.
Tra il 2014 e il 2015 è arrivata una nuova opportunità: alcuni amici mi hanno coinvolto nella fabbricazione a Praga e a Bergamo di macchine di cogenerazione di varia taglia, capaci di produrre energia elettrica e acqua calda. Sono macchine che vengono vendute principalmente negli Stati Uniti. È un’attività che porto avanti ancora oggi accanto a quella che ancora svolgo nel settore immobiliare. Devo dire però che negli ultimi anni il mercato immobiliare praghese è cambiato molto: è diventato più complesso, costoso, meno accessibile.

Per la pensione, comunque, c’è ancora tempo: ho settantatré anni e continuo a fare progetti.
Per quanto riguarda la mia vita a Praga, l’unico rammarico, forse, è quello di dover ammettere di non aver mai imparato la lingua. Per fortuna parlo altre quattro lingue — italiano, inglese, francese e tedesco — e questo mi ha sempre permesso di comunicare senza grossi problemi e di sentirmi comunque parte della città.
Di recente lo Slavia Praga, in occasione della partita di Champions con l’Atalanta, ha omaggiato Bergamo con queste parole: “l’anima di un lavoratore e l’eleganza di un artista”.
È una definizione che condivido pienamente. Bergamo è esattamente questo: laboriosità ed eleganza, concretezza e senso del bello. Non dimentichiamo che negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta sono stati proprio i bergamaschi — insieme ai bresciani — a costruire letteralmente Milano. Insomma, siamo grandi lavoratori: operai instancabili, ma anche imprenditori capaci di trasformare attività marginali in importanti realtà industriali.
Allo stesso tempo Bergamo ha sempre conservato una forte anima artistica, evidente soprattutto in Città Alta, un luogo armonioso, curato e ricco di storia.
Oggi la città è sede di grandi imprese: dalla Brembo alla Gewiss, fino al Kilometro Rosso e al tessile delle Valli, e molte altre realtà nate dal lavoro silenzioso di persone solide e affidabili. Bergamo può sembrare, a un primo impatto, riservata o quasi timida, ma dietro quella apparente ritrosia si cela una cultura del lavoro profonda. Direi che Bergamo e la sua provincia, così come Brescia, hanno rappresentato per decenni il cuore del terziario avanzato di Milano e della Lombardia, un po’ quello che la Repubblica Ceca è diventata negli ultimi anni per la Germania.

Negli ultimi tempi, poi, grazie anche ai successi dell’Atalanta, la città ha conquistato una visibilità internazionale senza precedenti. A ciò si aggiunge l’aeroporto di Orio al Serio, oggi il terzo d’Italia, che ha dato un impulso decisivo al turismo.
Eppure, Bergamo è riuscita a mantenere misura e discrezione: qualità che restano parte essenziale della sua identità.
E se dovesse definire Praga in poche parole, cosa direbbe?
Probabilmente utilizzerei le stesse parole utilizzate per Bergamo, “una città con l’anima di un lavoratore e l’eleganza di un artista”, ma aggiungerei anche due aggettivi: magica e ammaliante. In particolare, “ammaliante”, una parola forse fuori moda, ma perfetta.
Praga offre una qualità della vita altissima, servizi che funzionano davvero, un senso dell’equilibrio quasi naturale. Basta camminare anche nel centro storico per rendersene conto. È una città che sa essere splendida senza diventare invadente. Anche nei periodi di maggiore affluenza conserva una sua compostezza, una cura diffusa che la rende davvero a misura d’uomo. È una città preziosa, da proteggere. Una “chicca”, come diremmo noi.

In che modo la mentalità ceca ha inciso sul suo modo di vivere e sul suo approccio al lavoro?
Direi che più che aver cambiato loro me, sono stato io ad adattarmi ai cechi. Qui c’è un ordine, una disciplina quotidiana che all’inizio colpisce e a cui noi italiani non siamo del tutto abituati. Dal semaforo al passaggio pedonale, dall’ufficio postale al piccolo negozio di quartiere: si fa la fila, si aspetta il proprio turno, nessuno prova a superare gli altri. Sono dettagli, ma raccontano un modo di vivere basato sul rispetto delle regole.
Questo modo di comportarsi crea un ambiente dove le cose funzionano. Basta guardare il traffico, i pedoni, le biciclette, le auto: ognuno si muove nel rispetto dell’altro. È un equilibrio che ti entra dentro e che finisci per fare tuo.
Avendo vissuto in molti Paesi — dal Medio Oriente agli Stati Uniti — ho imparato che ogni società ha i propri codici. Qui a Praga funziona così: disciplina, rigore, rispetto delle regole. E se ti inserisci in questo modo di vivere, tutto diventa più semplice.

Vorrei dire però che accanto alla vita che ho costruito a Praga, poco alla volta è cresciuta anche un’altra storia, diversa ma complementare: quella di Timboni, in Kenya. E’ un impegno lontano da qui, ma profondamente legato ai valori che negli anni ho imparato a riconoscere come essenziali. Una storia nata quasi per caso, e che con il tempo è diventata molto importante.
In tanti, infatti, la conoscono come un imprenditore, ma pochi sanno del suo impegno in Kenya. Da dove nasce questa dimensione solidale?
È vero, in passato ne ho parlato molto poco. Ho visto troppa beneficenza fatta per farsi fotografare con i bambini, una forma di egoismo travestita da generosità. Non volevo far parte di quel mondo, né dare l’idea che stessi facendo qualcosa per mettermi in mostra.
Tutto è nato quasi per caso, nel 2006, durante una vacanza in Kenya con mia figlia Laura, che allora si stava laureando in Scienze dell’Educazione. Abbiamo visitato diversi villaggi dell’entroterra e ci siamo trovati davanti a bambini che vivevano in condizioni molto difficili: povertà estrema, poca istruzione, nessuna prospettiva.

All’inizio abbiamo semplicemente cercato di aiutare come potevamo. Andavamo in Kenya una o due volte all’anno e abbiamo iniziato con un piccolo spazio e otto bambini. L’anno successivo erano già venti. Poi abbiamo aggiunto un paio di aule. Era tutto molto semplice, quasi artigianale.
Ma verso il 2010, ci siamo resi conto che serviva un progetto più stabile, più organico, qualcosa che potesse davvero durare nel tempo. Così, tra il 2010 e il 2011, abbiamo deciso di costruire una scuola vera e propria, acquistando un terreno a Timboni, nell’entroterra tra Watamu e Malindi.
È un progetto nato completamente da zero, mattone dopo mattone, con la consapevolezza che ogni passo avrebbe avuto un impatto diretto sulla vita dei bambini che incontravamo.
Che risultato avete raggiunto? Ci racconti com’è organizzata oggi la scuola? Quanti bambini accoglie e cosa offre?
La scuola in questi anni è cresciuta. Oggi accogliamo circa 170 bambini, dai tre anni fino ai dodici-tredici. Per loro rappresenta l’intero ciclo di istruzione primaria, quello che da noi sarebbe la scuola elementare e la scuola media. Ed è un percorso riconosciuto ufficialmente dallo Stato keniota, quindi permette ai ragazzi di proseguire negli studi o di avere almeno le basi per costruirsi un futuro diverso.
Abbiamo dodici aule. Della scuola fa parte un fabbricato dove vivono stabilmente circa venticinque bambini che non hanno una famiglia o che abitano troppo lontano per tornare a casa ogni giorno. Sono accuditi da una famiglia che lavora per noi, e questo dà loro una stabilità che prima non avevano. Abbiamo scavato due pozzi per essere autonomi con l’acqua, cosa fondamentale in quella zona, e acquistato un piccolo bus che ogni mattina va a prendere i bambini dei villaggi vicini.

Com’è organizzata l’istruzione a Timboni? Qual è la lingua di insegnamento e quali progressi avete visto nei bambini?
Le lezioni sono in inglese, com’è previsto dal sistema scolastico keniota, mentre nella vita quotidiana i bambini parlano anche swahili, che definirei un cocktail linguistico utilizzato diffusamente nei paesi dell’Africa centrale e orientale.
Negli anni abbiamo visto risultati concreti: alcuni dei primi bambini oggi lavorano negli hotel della costa, altri sono riusciti ad andare a studiare all’università a Nairobi. Sono piccoli segnali, ma ti fanno capire che la scuola funziona, che sta lasciando un segno reale.
Ovviamente, allargare il progetto non è semplice. Vorremmo poter accogliere altri quaranta o cinquanta bambini. Ma sappiamo che ogni nuovo alunno comporta più materiali, più costi. Per questo cerchiamo di andare avanti con equilibrio. In questo periodo stiamo costruendo un’altra aula e continuiamo con le manutenzioni che non finiscono mai: un tetto da rifare, alcuni banchi da sostituire, qualche intervento sull’impianto idrico.
È un lavoro continuo, ma è anche la parte più bella: vedere questa piccola realtà crescere insieme ai bambini che la abitano.
Chi l’aiuta in loco nel progetto?
Il progetto non esisterebbe senza una squadra solida, che negli anni si è costruita, un po’ come la scuola stessa. Fondamentale è la parte educativa, portata avanti da un gruppo di insegnanti locali: una dozzina di persone serie, preparate, affidabili, che conoscono bene la comunità e sanno come lavorare con i bambini.
Accanto agli insegnanti, ho due collaboratori che considero fondamentali: Liston e suo figlio Kenedy. Liston lo conosco da molti anni ed è diventato la mia figura di riferimento sul posto: è lui che ogni mese gestisce il budget, tiene la contabilità, verifica le spese e mi aggiorna su tutto. È una persona scrupolosa, precisa, con cui ho instaurato un rapporto di fiducia totale. Suo figlio Kenedy invece segue tutta la parte tecnica: dalla manutenzione dei tetti e delle aule alla gestione dei pozzi, fino alla cura della casa dei bambini e della casa che ho sulla costa, e che uso come base quando sono lì.

Uno dei miei obiettivi era proprio questo: costruire un progetto che potesse funzionare anche senza la mia presenza costante, con persone del posto, radicate nel territorio, capaci di prendersene cura ogni giorno.
Anche mia figlia Laura continua a seguire il progetto, pur vivendo a New York. È stata lei ad accompagnarmi in Kenya la prima volta e, anche se oggi la distanza non le permette una presenza costante, è parte della storia della scuola fin dall’inizio.
Ci racconti di Timboni: che tipo di luogo è?
Timboni è un villaggio dell’entroterra keniota, circa otto chilometri da Watamu e dieci da Malindi. Lungo la costa trovi le case degli europei e gli hotel; basta spostarsi di pochi chilometri all’interno e ti ritrovi nella vita reale: famiglie numerose, giovani, una comunità viva ma povera, pochi servizi. È qui che si concentra il bisogno vero. Ed è per questo che la scuola è stata costruita proprio a Timboni.
Sottolineo che è un luogo assolutamente sicuro, anche se la sicurezza lì si basa molto sul rapporto di fiducia. Io, per dire, posso lasciare la macchina aperta, con il portafoglio dentro, e nessuno tocca nulla. Loro sanno chi sei e capiscono perché sei lì.
Se si arriva con rispetto, lo si riceve in pieno. È una comunità che osserva, valuta, e poi accoglie. In tanti anni non ho mai avuto problemi, anzi: a volte mi sento più tranquillo lì di quanto mi capiti in certe città europee.

A sostenere il progetto ci sono anche alcuni amici. Che tipo di aiuto riceve?
La maggior parte dei costi li copro io, ma negli anni una serie di persone (e società) davvero speciali hanno scelto di darmi una mano.
Come giù detto non ho mai voluto “pubblicizzare” troppo il progetto, né trasformarlo in una raccolta fondi continua. Preferisco che chi decide di sostenere la scuola lo faccia perché ne comprende lo spirito, non perché gliel’ho chiesto io.
Fra gli amici che contribuiscono ci sono anche imprenditori o professionisti che vivono qui a Praga, alcuni degli quali hanno visto con i loro occhi cosa facciamo a Timboni. Sono infatti addirittura venuti in Kenya con me: e quando tocchi con mano la realtà, tutto cambia prospettiva. Perché un conto è sentirne parlare, un altro è camminare dentro quel villaggio, vedere i bambini, la scuola, la loro voglia di imparare.
A volte arrivano gesti bellissimi, spontanei. Faccio un esempio: un mio caro amico, Aldo, per il suo recente matrimonio ha scelto di devolvere tutti i regali alla scuola. Non sono cose che chiedi, nascono da chi sente il progetto come qualcosa di autentico. E questo per me vale moltissimo.
Sapere che ci sono amici che credono in quello che stiamo costruendo — fosse anche con un piccolo contributo — dà forza, fa sentire che non si è soli.

Sappiamo che a questo proposito ha anche fondato una Onlus di diritto ceco?
Sì, in primo luogo per garantire trasparenza e correttezza. Alcuni amici volevano contribuire in modo regolare, con la possibilità della deduzione fiscale. Con l’aiuto di un avvocato ho così fondato una Onlus secondo la normativa locale, in modo che ogni donatore sappia esattamente come vengono usati i fondi. Devo dire che la normativa ceca è giustamente molto rigorosa da questo punto di vista.
E’ fondamentale che chi mostra sensibilità e vuole dare un contributo, possa farlo in maniera chiara e tutelata.
Quali sono le principali spese?
Le spese quotidiane sono tante. Ci sono gli stipendi degli insegnanti, il cibo quotidiano per circa 170 bambini, l’acqua e l’energia necessarie per far funzionare tutto, la manutenzione dei due pozzi, le docce, i materiali scolastici, i quaderni, le matite.
Ogni anno dobbiamo anche sostituire una cinquantina di banchi: il clima, l’uso continuo, l’usura… tutto si rovina in fretta. E poi c’è la manutenzione delle strutture: le aule, i tetti, le recinzioni, il bus che va a prendere i bambini ogni mattina. È un lavoro continuo, che non si ferma mai.
Per dare un’idea concreta, un bambino ci costa poco più di un euro al giorno. Sembra poco, quasi niente. Ma se lo moltiplichiamo per 170 bambini e per 365 giorni, si arriva a 80-90 mila euro all’anno, e questo solo per coprire la gestione di base. Poi ci sono gli imprevisti: un guasto, una pompa da sostituire, un problema sanitario… Tutte cose che arrivano all’improvviso e che dobbiamo affrontare.

Come descriverebbe i bambini della scuola di Timboni e il loro atteggiamento verso la vita e la scuola?
I bambini di Timboni sono ovviamente la parte più bella del progetto. Sono fantastici. Hanno pochissimo, a volte quasi nulla, eppure sono pieni di dignità. Questa è forse la cosa che colpisce di più. Sono educati come non ti immagineresti, con un senso naturale del rispetto che i bambini europei hanno spesso ormai perso. Anche nelle piccole cose si vede la loro attenzione: mi colpisce sempre l’attenzione con la quale durante la merenda, quando vanno a prendere il loro succo di frutta, lavano e rimettono a posto il loro bicchierino di plastica. Nessuno lo butta per terra, nessuno lo dimentica in giro.
Sono poi bambini che sorridono sempre. Nonostante la povertà, nonostante le difficoltà.
Quando li vedi così, con quello spirito, ti chiedi come sia possibile che noi, che abbiamo tutto, spesso riusciamo a lamentarci di qualsiasi cosa.
Quando arrivo a visitare la scuola vogliono tutti darmi la mano: è un gesto semplice, ma dice molto su chi sono. Vivono in condizioni difficili, ma hanno una forza, una dignità e una riconoscenza che colpiscono. Sono anche molto motivati: per loro la scuola è una vera opportunità di vita e lo sanno. Sono anche orgoglioso del fatto che nella scuola convivono bambini cristiani e musulmani senza alcuna difficoltà: la convivenza è naturale, spontanea. Un insegnamento per tutta l’umanità.

Cos’altro le ha insegnato questa esperienza?
Direi fondamentalmente due cose, che sembrano semplici ma non lo sono affatto. La prima è il rispetto. Il rispetto per le persone, per le loro storie, per le loro difficoltà. È qualcosa che puoi imparare ovunque, certo, ma in Africa assume un valore diverso, più netto, più profondo. Lì capisci che non sei tu al centro: sei solo qualcuno che può dare una mano, se lo vuole e se lo fa con umiltà.
La seconda lezione è la misura delle cose. Quello che per noi è nulla — un quaderno, un pasto, un letto pulito — per loro può essere tantissimo. Devi imparare a ragionare diversamente, a capire che ciò che a te non costa quasi nulla, per un bambino di Timboni può significare davvero cambiare vita. Rinunci a qualcosa senza nemmeno accorgertene, e quella piccola rinuncia diventa per loro un’opportunità enorme.
È forse la chiave di lettura più importante di tutto quello che facciamo: capire il valore reale delle cose.
La soddisfazione più grande è tornare dopo qualche anno e vedere quei bambini diventati ragazzi, con una vita diversa, con un avvenire dignitoso. Lì, in quel momento, capisci che aver avviato questo progetto ha un senso, eccome. Che non è un’idea astratta: è qualcosa che lascia un segno concreto nella loro esistenza.
Ha mai pensato, sulla base di questa iniziativa di solidarietà, di creare un ponte tra la Repubblica Ceca e il Kenya?
Sì, ci ho pensato. E ci ho anche provato. Negli anni ho invitato alcuni medici e volontari italiani a venire a Timboni, ma non è semplice come si immagina. Le condizioni sul posto sono molto diverse dalle nostre: mancano strumenti, infrastrutture, continuità operativa. Spesso la cultura dell’aiuto europea è un po’ troppo “frettolosa”, parte con entusiasmo ma non sempre riesce a inserirsi nella realtà locale.
L’idea di portare invece i ragazzi di Timboni in Europa è ancora più complessa. Per un ragazzino di 14 anni, che non ha mai lasciato il proprio villaggio, il salto sarebbe enorme.
L’adattamento culturale, linguistico, emotivo… tutto diventerebbe complicatissimo, soprattutto se poi la prospettiva è quella di tornare indietro. Rischierebbe di sentirsi fuori posto qui e poi fuori posto anche una volta rientrato. E purtroppo nelle comunità molto povere succede un fenomeno spiacevole: chi parte e torna rischia di essere visto come “il diverso”, e questo può creare gelosie, incomprensioni, perfino tensioni tra i ragazzi.
Per questo motivo preferisco far crescere le persone sul posto. Prendere insegnanti locali, formarli, creare professionalità lì, senza sradicare nessuno. E aiutare i bambini a costruire la loro vita direttamente a Timboni: terminare il percorso scolastico, trovare un lavoro, mettere su famiglia, costruire basi solide.
Quando avranno davvero una stabilità — affettiva, economica, umana — allora sì, se qualcuno vorrà fare un’esperienza all’estero da adulto, potrà farlo.
Ma mandare su dei ragazzi “a spot”, per qualche settimana, non serve a loro e rischia di far più male che bene.
Tra i primi bambini accolti, qualcuno ha proseguito gli studi o trovato una nuova strada?
Sì, ed è una delle soddisfazioni più grandi. Alcuni dei bambini che abbiamo accolto per primi, nel 2007-2008, oggi sono adulti. Alcuni hanno trovato un lavoro stabile, altri sono riusciti addirittura ad andare all’università a Nairobi. Per loro è un risultato enorme.
Devo dire che non è facile mantenere i contatti: spostarsi dalla costa a Nairobi è complicato e costoso. Il viaggio in autobus dura anche 15-20 ore, e per un ragazzo che viene da Timboni prendere un volo interno — che per noi sembrerebbe la soluzione più comoda — è praticamente impossibile: troppo caro, troppo lontano dalla loro realtà.
Ma il fatto stesso che qualcuno di loro sia riuscito ad arrivare fino a Nairobi per studiare è la prova che la scuola funziona, che ha un impatto reale sulla loro vita.
Non sempre riescono a tornare a salutarci, proprio perché viaggiare è complicato, ma quando capita è un’emozione vera. Ti guardi indietro e pensi a quel bambino che era arrivato da noi a tre o quattro anni, magari senza nulla, e oggi vedi un giovane adulto che ha trovato la sua strada. E allora capisci che tutto il lavoro, tutta la fatica, ne vale davvero la pena.

Come immagina il futuro del progetto?
La scuola oggi è organizzata bene, funziona, ha un suo equilibrio. Siamo autonomi nella gestione quotidiana: abbiamo i bilanci mensili in ordine, le verifiche, la manutenzione continua. È un meccanismo che, nel tempo, si è strutturato e che può andare avanti senza grandi problemi.
Ma la verità è che, in progetti come questo, la cosa più importante è non interrompere mai il flusso. Servono risorse costanti, non cifre enormi, ma costanti. È questo che fa la differenza: avere la certezza che, mese dopo mese, si possano pagare gli insegnanti, comprare il cibo, riparare ciò che si rompe. Basta poco per mandare tutto avanti, ma quel “poco” deve arrivare quando serve.
Per questo dico che il futuro del progetto dipende da una cosa molto semplice: continuare a esserci, a mantenere viva l’attenzione. Finché ci sarò io — e finché ci sarà qualcuno disposto a dare una mano — la scuola continuerà a crescere. Magari piano, senza fare salti più grandi delle nostre possibilità, ma con continuità. E questo, alla fine, è ciò che conta.
(di Giovanni Usai)
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COME DARE UN SOSTEGNO LA SCUOLA DI TIMBONI (KENYA)
Le donazioni sono gestite da Timboni, nadační fond, una fondazione registrata a Praga
Il fondo permette ai residenti in Repubblica Ceca di usufruire delle agevolazioni fiscali previste dalla legge per le donazioni a enti non profit.
Nome della fondazione: Timboni, nadační fond
Numero di identificazione (IČO): 19999488
Sede legale: U Kanálky 1359/4, Vinohrady, 120 00 Praha 2
IBAN: CZ57 2700 0000 0013 8808 6908 (euro)
SWIFT: BACXCZPP
Banca: UniCredit Bank Czech Republic and Slovakia, a.s.
Causale consigliata: Donazione – Scuola di Timboni (Kenya)
Missione del fondo: il fondo sostiene la Timboni Junior Academy, una scuola e casa per bambini dai 3 ai 13 anni.





