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Con “Gottland”, lo scrittore Marius Szczygiel compila un “abbecedario di cultura ceca”

In principio fu Ripellino. Nome leggendario per tutti gli appassionati (italiani e non) di Praga e dintorni . Sì, perché lo scrittore palermitano Angelo Maria Ripellino con la sua “Praga magica” compilò una guida insostituibile per gli amanti della città d’oro. Parliamo, è chiaro, di anni lontani, degli anni della durissima “normalizzazione” dopo i fuochi della primavera del ‘68: 1973 e dintorni, momento, appunto dell’uscita del volume ”magico”. Anni duri, quando al timone della repubblica comunista era il compagno Gustav Husak. Allora, fra gli italiani, la capitale boema era meta di visitatori radi e sostanzialmente classificabili in tre tipi: appassionati “delle bellezze del posto”, nel senso più vasto del termine, sparuti intellettuali e funzionari politici. Ultimi, riservati manager di enti economici e qualche diplomatico. Per questi, e per i pochi e affinati boemisti di casa nostra, Ripellino era l’unica guida, l’unico riferimento ( o quasi) in un mare oscuro.
Non c’erano, allora, molte altre possibilità. Non c’era Ryanair, non c’era il turismo di massa cui assistiamo oggi. Per cui, dell’immaginario ceco, arrivavano in Italia poche e diradate immagini, non lontane dalla pericolosa foschia dei luoghi comuni: certo, la bontà delle birre, forse qualche esemplare di auto Skoda giunto chissà come in terra italiana, certo, le porcellane e le delikatessen gastronomiche. Ultimo, il ricordo di qualche esule della primavera approdato nella penisola (fra tutti, forse il più noto Jiri Pelikan) a mantener viva l’immagine della amicizia italo-ceca.
Il resto, mistero unito a confusione. E’ chiaro che il velo su quanto succedeva “di là dal muro” sarebbe caduto solo con l’89 e la “sametova revoluce”.
Un nome su tutti: Vaclav Havel, che ha riportato Praga e dintorni al centro del Palcoscenico internazionale.
Ma se il muro di silenzio politico è caduto vent’anni fa su tutto l’Est, c’è qualcosa che sarebbe rimasto in piedi molto più a lungo, e non solo a Praga.
19 Karel Gott
Parliamo della vita di tutti i giorni, delle abitudini, del senso comune in cui sono vissuti i popoli oltreCortina in quegli anni. Tutte cose che non basta neppure una rivoluzione a far scoprire. Proprio così: quando cade un regime si conoscono subito le gesta dei suoi oppositori ( in questo caso, i fondatori di “Charta 77”) , si studiano magari le canzoni dei “Plastic people”, il gruppo musicale forse più aggressivo del periodo 68-69, si studiano le tendenze degli artisti più ribelli, ma lo zoccolo duro, le tradizioni e i simboli del vivere quotidiano ceco, quelle son cose che bisogna “zapparsi” di persona. Son cose che , solitamente, nessun libro ti regala. Ci riuscì invece a suo tempo, con una guida ormai passata fra le anticaglie, quel bravissimo pragofilo che è Claudio Canal. Compilando per la casa editrice Clup, all’inizio degli anni ’90, una guida turistica che guida turistica non è . Piuttosto, un archivio di tutti i misteri: architettonici, alchemici, gastronomici e musicali, persino toponomastici praghesi.
Adesso, arriva Szczygiel. Che praghese non è neppure lui, neanche italiano se per questo. E’ piuttosto un ottimo giornalista polacco innamorato degli scomodi vicini. Questo Marius Szczygiel con il suo libro “Gottland” (Edizioni Nottetempo, 19 euro) fa una cosa che nessun altro prima di lui aveva saputo fare: racconta l’animo praghese, la prosa della vita di tutti i giorni con una clamorosa semplicità. Szczygiel sa far friggere la storia scegliendo bene, uno per uno, i simboli di questa apparente banalità del vivere: icone del vivere boemo, che magari un altro straniero non avrebbe saputo cogliere né capire nel loro valore appunto simbolico.
Dunque nel suo libro, dalla prosa asciutta e stringata, trovi tutti i riferimenti, i dettagli che aiutano a intuire gli snodi della società mitteleuropea dell’ultimo secolo. Le scarpe Bata nate dall’intraprendenza di un calzolaio di Zlin e diventate mito dell’industria cecoslovacca e poi internazionale, la bellezza abbacinante di Lida Baarova, amante del gerarca nazista Joseph Goebbels,ma soprattutto donna avvolta da mille contraddizioni, le canzoni e il carattere di Karel Gott, “il Presley e Pavarotti ceko”, oppure l’intervista di Milena Jesenska , il grande amore di Kafka, a un contadino-filosofo.
Tanti flash che, messi insieme, compongono un vero mosaico sociale, se non antropologico. Visto che il carattere ceco è anche in buona parte surrealista, se non surreale, non manca neppure
un vignettista che augura, ai lettori del 1968, un “felice Natale ‘89”. Ironie della storia, che le pagine di Gottland riescono a farci annusare. Se volessimo avvicinarlo a qualche parente vicino,
non potremmo però accostare Szczygiel ai volumi di Viewegh.
Lo scrittore Michail Viewegh parla dal di dentro del nido della società ceca, non ha bisogno di trovare icone della storia del paese per dar vita ai suoi personaggi. Viewegh è nato a Brno, ha respirato un’aria di casa che invece il suo collega polacco deve sforzarsi di scavare lui per primo. Deve annusarla e intuirla di persona, prima di farla arrivare a noi, lettori ignari della penisola. Se dovessimo cercare un paragone artistico per questo volume di storia sociale, penseremmo piuttosto a “Kolja”, il film premio Oscar del regista Jan Svěrák, che ha raccontato meglio di tutti il cambio dell’89. Il crollo del regime comunista visto attraverso pochi giorni della vita a Praga di un piccolo bambino russo. Non cantava le canzoni di Karel Gott, il piccolo Kolja, ma calzava pur sempre scarpe Bata.…

Di Ernesto Massimetti