FacebookTwitterLinkedIn

Il Cardinale Miloslav Vlk, Arcivescovo di Praga, alla vigilia della visita di Benedetto XVI parla ai lettori del Progetto Repubblica Ceca

“Dopo il 1989 la società ceca avrebbe dovuto dare più spazio ai valori dello spirito e non pensare solo ai vantaggi materiali del guadagno e del profitto”.
Il cardinale Vlk è un’autorità morale della Chiesa europea. Ordinato sacerdote durante la Primavera di Praga, successivamente, al tempo della normalizzazione, si vide negata l’autorizzazione a svolgere l’ufficio sacerdotale. Esercitò allora clandestinamente il ministero e contemporaneamente lavorò come lavavetri nel centro di Praga. Poi la «Rivoluzione di velluto». Giovanni Paolo II lo ha nominato vescovo nel 1990 e poi cardinale nel 1994. E’ Arcivescovo di Praga dal 1991.
12 Miloslav Vlk
Eminenza, siamo alla vigilia della visita del pontefice Benedetto XVI. Che significato ha questo evento per il vostro Paese e in particolare per la comunità cattolica ceca?
Questa è in primo luogo una visita pastorale, ma essendo il Santo Padre anche il capo dello Stato del Vaticano, si tratta chiaramente anche di una visita di stato. Vorrei ricordare che negli anni scorsi il Papa si è recato in Paesi più grandi del nostro e dove lo spirito religioso è molto diffuso. Il fatto che venga ora in un paese piccolo e religiosamente non così forte, rappresenta un onore ma anche un segnale forte. Evidentemente non sono fondate le parole del presidente Vaclav Klaus, il quale in passato ha dichiarato che la Chiesa in Repubblica ceca ha lo stesso valore di un “club turistico”.
Un club turistico?
Sì, come se fossimo una associazione di amici, di scarso peso sociale. In realtà il Papa con questa visita dimostra che facciamo parte a tutti gli effetti della Chiesa mondiale e che non è possibile emarginarci così facilmente. Questa visita costituisce quindi un elemento di rafforzamento della Chiesa ceca, nonostante siamo una Chiesa piccola e minoritaria.
Nella Repubblica ceca i rapporti fra Stato e Chiesa risentono di due questioni ancora aperte: il Concordato mai ratificato da parte del Parlamento ceco e la mancata approvazione della legge sulle restituzioni ecclesiastiche. La classe politica ceca sembra agire con il pieno sostegno di parte consistente, con ogni probabilità maggioritaria, della opinione pubblica ceca.
Questo orientamento della opinione pubblica è una triste eredità del comunismo, perché al tempo del regime il diritto non esisteva. Perché il comunismo è stato il periodo della ingiustizia. Quella che ci riguarda è una questione eminentemente di giustizia, sono in gioco i diritti della Chiesa. Purtroppo la gente non si chiede a chi appartengono certi beni, ma si chiede piuttosto che bisogno ha la Chiesa di certi beni. Ripeto, è una mentalità che abbiamo ereditato dal comunismo, un sistema che ha distrutto il senso del diritto e della giustizia. Le conseguenze di questa mentalità possiamo notarle ancora oggi, purtroppo, in tanti campi della nostra vita civile, persino a livello di rapporti costituzionali e politici.
Tornando alla visita del Papa, pensa che possa consentire un passo avanti nella soluzione delle questioni ancora aperte fra Stato e Chiesa?
Il Santo Padre non viene per trattare queste cose, è chiaro. Egli però già in passato ha espresso chiaramente la propria opinione. Lo scorso anno, in occasione della cerimonia di presentazione delle credenziali del nuovo ambasciatore presso la Santa Sede, Pavel Vosalik, il Papa ha chiesto che le istanze della Chiesa vengano prese in considerazione e che si trovi una soluzione. Il Papa però non viene a Praga per discutere di queste cose, che si trattano piuttosto a livello diplomatico. Probabilmente la questione verrà affrontata durante l’incontro fra il segretario di stato Tarcisio Bertone e il capo del governo Jan Fischer. 
Ripensando alle tre visite compiute da Giovanni Paolo II in Repubblica ceca, in che modo pensa che si caratterizzerà il prossimo viaggio di Benedetto XVI?
La prima volta Giovanni Paolo II giunse a Praga nel 1990, significativamente pochi mesi dopo la caduta del regime, su invito dell’allora presidente Vaclav Havel. L’intento del Papa era di manifestare il proprio sostegno ai cambiamenti politici. Poi venne ancora nel 1995 per la canonizzazione di due santi, Jan Sarkander e Zdislava di Lemberk. Infine nel 1997, quando giunse da “pellegrino”, come egli stesso disse, per il millennio del martirio di Santo Adalberto. Bisogna sottolineare che Giovanni Paolo II era un papa slavo e avendo vissuto sulla propria pelle la tragedia del comunismo, veniva da noi anche con l’intenzione di rendere onore a una Chiesa martirizzata dal regime.
La prima visita di Giovanni Paolo II si svolse nel 1990, alla vigilia delle elezioni, esattamente come oggi. In quella occasione l’allora presidente Vaclav Havel disse: “Spero che l’arrivo del Papa aiuti la gente a guardare anche al cielo, oltre che alla politica di partito e alle ambizioni personali”. Pensa che quell’augurio di Havel sia ancora attuale?
Io penso che sia sempre attuale e forse lo è a maggior ragione. Subito dopo la fine del regime si sperava che nella nostra società avrebbero trovato posto i valori dello spirito, e non solo quelli materiali del guadagno, del profitto, del vantaggio personale. Tutte speranze che col tempo si sono rivelate purtroppo illusorie. Le racconto un episodio del 1995, quando partecipai a un dibattito televisivo con l’allora capo del governo Vaclav Klaus. Il tema era quello della situazione della nostra società. Il mio interlocutore continuava a parlare di trasformazioni economiche. Io gli dissi: “Signor primo ministro, forse stiamo dimenticando di parlare della trasformazione dei cuori…”. Lui mi rispose: “Io non so cosa sia la trasformazione del cuore”. Ripeto, quel richiamo di Havel ai valori del cuore è più attuale oggi di allora.