FacebookTwitterLinkedIn

La contesa dal sapore di Guerra Fredda con la Repubblica Ceca costretta, suo malgrado, a gestire la delicata partita diplomatica. La decisione finale sull’estradizione spetta al ministro della Giustizia, ma il Castello sta facendo di tutto perché il pirata informatico sia consegnato alla Russia

In un clima da nuova Guerra Fredda infarcita di cyber sicurezza, di spionaggio sul web e di moderne Cortine di ferro, Usa e Russia si contendono un hacker russo. E al centro di questa contesa c’è la Repubblica Ceca, dove Evghenij Nikulin, 31 anni, è stato arrestato ed è tuttora in carcere dopo un anno e mezzo di detenzione. A chiedere l’estradizione del pirata informatico sono stati prima gli americani, imitati immediatamente dopo dai russi, dando vita a una contesa dalla quale emergono i diversi orientamenti in politica estera e gli schieramenti che caratterizzano Praga. Il capo dello stato filo-Cremlino Miloš Zeman sta infatti facendo di tutto per far consegnare Nikulin alle autorità russe, mentre il ministro della Giustizia Robert Pelikán, al quale spetta l’ultima decisione, pare invece propenso ad accogliere la richiesta americana. Il tutto senza dimenticare l’atteggiamento molto cauto delle autorità giudiziarie ceche, chiamate anche a valutare i ricorsi presentati da Nikulin contro quella che considera una detenzione ingiusta e illegittima.

Su di lui pesano gravi accuse soprattutto sul versante americano. Per gli Usa Nikulin è il responsabile di un attacco informatico contro LinkedIn, Dropbox e Formspring avvenuto nel 2012. Inoltre Nikulin potrebbe avere informazioni importanti sull’intrusione cibernetica subita dal Partito democratico statunitense alla vigilia delle scorse elezioni presidenziali, allo scopo di danneggiare Hillary Clinton. L’hacker non avrebbe preso parte all’attacco, come gli era stato contestato al momento del suo arresto, però, secondo gli investigatori della Fbi, conoscerebbe i nomi di chi lo ha fatto. Avrebbe quindi informazioni sensibili su un tema che ancora tiene banco nella polemica post-elettorale americana. Dall’altra parte, invece, l’istanza ufficiale di estradizione da parte delle autorità russe contesta a Nikulin un reato ben più lieve: aver rubato attraverso Internet nel 2009 una somma pari a 3.450 dollari.

L’hacker è stato arrestato a Praga il 5 ottobre del 2016 su richiesta della Fbi in un’operazione che è stata ripresa dai media russi e rilanciata nei giorni da quelli internazionali. Luogo del fermo il ristorante di un albergo della capitale ceca, dove il giovane russo era giunto per trascorrere alcuni giorni di relax, come egli stesso ha poi raccontato.

Secondo alcune ricostruzioni dei media, egli era a conoscenza di essere destinatario di un “avviso rosso” (red notice, mandato di cattura internazionale) emesso dalla Interpol su richiesta dell’Fbi americana, cosa che non gli ha comunque impedito di concedersi la vacanza praghese. Una circostanza quest’ultima probabilmente da non sottovalutare, in quanto è stato come se, giungendo a Praga, Nikulin pensasse di essere in un luogo sicuro, dove poter stare tranquillo.

Al momento dell’arresto era in compagnia di una donna e non ha opposto la minima resistenza, come dimostrano le immagini video che sono state poi diffuse dalla polizia ceca.

Da allora, Nikulin è detenuto nella capitale e ha più volte lamentato attraverso il suo avvocato prolungata detenzione, le condizioni carcerarie e il ricovero in un ospedale psichiatrico subito dopo il fermo. Il ricovero, infatti, secondo il sospettato è stato soltanto un escamotage illecito, da parte delle autorità ceche per avere il tempo necessario a completare la documentazione per la detenzione in base al mandato d’arresto dell’Interpol.

Le accuse a Nikulin erano state mosse da una corte federale di Oakland, in California, appunto per le sue presunte attività di hacking per cui rischia fino a 30 anni di prigione e una multa da un milione di dollari.

E fino a qui sarebbe una normale storia di cooperazione tra stati amici – Stati Uniti e Repubblica Ceca – che collaborano anche in campo giudiziario. Se non fosse che Nikulin – che ha chiesto più volte di non essere consegnato alle autorità americane ma a quelle russe e sta anche tentando l’asilo in Repubblica Ceca – è reclamato pure da Mosca, in un vero e proprio braccio di ferro diplomatico tra le due potenze.

Qui si inserisce la pesante interferenza del capo di stato ceco. Zeman, infatti, sta esercitando pressioni sul ministro della Giustizia Robert Pelikán (Ano), responsabile sulle richieste di estradizione. Il capo di stato già due volte ha convocato il ministro della Giustizia, chiedendogli di accogliere l’istanza di estradizione della Russia e di bocciare quella Usa. Gli incontri si sono svolti a quattr’occhi, ma a rendere pubblico l’interessamento presidenziale è stato lo stesso Guardasigilli che ha raccontato anche della visita del cancelliere presidenziale Vratislav Mynář, giunto per consegnargli la lettera inviata al Castello dalla madre di Nikulin. “Mi ha chiesto diverse volte e con veemenza di accettare la richiesta russa. Ho ascoltato e presentato la mia posizione al Presidente”, ha detto Pelikán, il quale ha tutta l’intenzione di non voler cedere alle pressioni del Castello.

Una risolutezza che rischia persino di costare il posto al ministro. In queste ultime settimane di trattative per la formazione del prossimo governo, è circolata infatti con insistenza la voce che il premier incaricato, Andrej Babiš, pur di non giocarsi la alleanza del capo dello Stato, stia pensando di sacrificare Pelikán e di sostituirlo con una persona più malleabile e disposta ad accettare il diktat del Castello.

Nel frattempo le autorità ceche si sono trovate costrette, a metà gennaio, a smentire il contenuto di un articolo apparso sul quotidiano moscovita Izvestija dal titolo “La morte lenta in una prigione ceca”. La tesi sostenuta era che le condizioni di salute di Nikulin – tenuto in isolamento da più di un anno nel carcere praghese di Pankrác – siano preoccupanti e in costante peggioramento, con l’aggravante che non gli verrebbero assicurate le necessarie cure mediche. “Non c’è assolutamente niente di vero” ha risposto Praga. Fonti riservate ceche hanno piuttosto fatto sapere che l’hacker è sottoposto al più elevato regime di sorveglianza, non solo durante i suoi trasferimenti dal carcere al tribunale, ma anche in cella. I servizi di sicurezza cechi temono infatti possa essere rapito o persino avvelenato.

Nella ingarbugliata matassa si inserisce una recente pronuncia della Corte Costituzionale ceca che ha congelato l’iter relativo a Nikulin, fino a quando i giudichi si saranno pronunciati sui ricorsi presentati dallo stesso hacker.

Non si sa ancora quando Praga prenderà una decisione, ma è chiaro che la questione sta facendo alzare la tensione Mosca-Washington a livelli pericolosi. Secondo fonti del ministero della Giustizia la sospensione della Corte Costituzionale potrebbe durare persino mesi.

Inevitabilmente la vicenda sta influendo anche sui rapporti fra la Repubblica Ceca e gli Stati Uniti. Fonti diplomatiche della amministrazione Trump non esitano a definirla “la questione numero uno da risolvere fra i due Stati”. Non sembra un caso che la visita di Miloš Zeman alla Casa Bianca – programmata e data più volte per sicura lo scorso anno dall’entourage presidenziale ceco – alla fine non si sia mai svolta.

Allo stesso modo, non risulta che in queste ultime settimane, fra le centinaia di telegrammi di congratulazioni giunti a Zeman dopo la rielezione presidenziale, sia arrivato quello di Donald Trump. Pura casualità anche questa? La risposta che ci appare più verosimile è in senso negativa.

di Daniela Mogavero