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Il prestigioso studio danese di fama mondiale ha vinto il concorso internazionale per la progettazione della nuova Vltavská Filharmonie

di Alessandro Canevari

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Quattro semplici mosse: un parziale taglio verticale centrale dal basso seguito da una piccola trazione per separare i lembi ottenuti; una semirotazione lungo l’asse verticale di simmetria; altre due incisioni del volume dall’alto lungo i terzi e una lieve, ma decisa, trazione di due vertici superiori opposti verso l’esterno, et voilà, il grattacielo è servito. Più difficile a dirsi che a farsi, almeno sulla carta. Quelle che appaiono come quattro torri sono in realtà, nel concept dello studio danese Bjarke Ingels Group (BIG), il risultato della virtuale manipolazione di un unico edificio a torre che grazie a tagli, separazioni e torsioni massimizza la superficie e la facciata, aprendosi verso l’ambiente circostante, alla luce e alle persone. Tanto l’esito vistoso, e per certi aspetti controverso, quanto la disarmante semplicità dei pochi semplici gesti con la quale la Walter Tower (2007) avrebbe dovuto moltiplicare gli affacci sullo skyline di Praga avevano saputo attirare l’attenzione. Un anonimo parallelepipedo di novanta metri di altezza assumeva in un istante l’iconica forma di una gigantesca W. Una strategia già collaudata con il progetto dell’immenso RÉN Building (2005) proposto per l’Expo di Shanghai del 2010 che aveva fatto molto parlare di sé e del nuovo studio danese.

Erano i primi anni Duemila e il nuovo brand, appena fondato, dell’intraprendente Bjarke Ingels si affacciava sulla scena internazionale ottenendo riconoscimenti di prim’ordine e destando – si direbbe di proposito – qualche polemica in un dibattito ormai pressoché sopito, ma ancora pronto a infiammarsi, con fervore flebile ed effimero, qualora convenientemente sollecitato. Dinamiche che Ingels, allora poco più che trentenne, già dominava con il piglio del profondo connoisseur. L’esperienza triennale presso lo studio di Rem Koolhaas non era certo trascorsa invano diranno i più malevoli, dimenticando di annoverare altre tre abitudini che Ingels pare aver appreso dal teorico della bigness: l’accettazione della modernità per ciò che è, accostando con insospettabile nonchalance forme e usi apparentemente incongrui, l’attenzione al processo progettuale e una prodigiosa consuetudine editoriale.

Sono trascorsi quindici anni da quel tanto discusso primo premio rimasto sulla carta, un po’ troppo appariscente e visionario, secondo alcuni, per i misurati skyline delle capitali europee. Oggi BIG è un affermato studio di portata mondiale formato da più di seicento persone. Oltre al quartier generale di Copenhagen vanta quattro sedi e svariate decine di progetti distribuiti su quattro continenti che non si limitano all’architettura, ma sperimentano a tutto campo sognando il mondo di domani, senza abbandonare un certo compiacimento per la sfida e la provocazione.

Oggi il suo ritorno nella capitale ceca è con tutti gli onori della vittoria di un concorso internazionale indetto dall’amministrazione cittadina e dall’IPR Praha – l’istituto di pianificazione e sviluppo urbano della città – per il prestigioso progetto della nuova Vltavská Filharmonie, la Vltava Philharmonic Hall per il pubblico internazionale. Un ritorno combattuto contro altre centoventicinque proposte, delle quali le diciannove finaliste presentate da firme del calibro di SANAA, Ateliers Jean Nouvel, MVRDV, Diller Scofidio + Renfro e David Chipperfield Architects. Il primo posto di BIG è seguito dai cinque progetti, in ordine discendente di classifica, di Barozzi Veiga + Atelier M1, Bevk Perović Arhitekti, Petr Hájek Architekti e Snøhetta. Un ritorno che si annuncia in grande stile ma con la stessa immediata semplicità delle origini – oggi in forme più controllate e atte al ruolo istituzionale – che fa della poetica di BIG una carta vincente, rendendone il gesto architettonico comprensibile, comunicabile e attraente per il grande pubblico.

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Il forte carattere urbano della proposta di BIG si coglie a prima vista. In gioco c’è molto più di un complesso di sale da concerto, una scuola e una nuova sede per l’Orchestra Filarmonica Ceca e la Orchestra Sinfonica di Praga FOK. In gioco c’è la rinascita di una grande area centrale della città: il nuovo quartiere Bubny-Zátory, la porzione occidentale di Holešovice alle spalle della riva nord della Vltava che guarda l’isola Štvanice, proprio di fronte al River City Praha, il business centre sorto sul lungofiume di Karlín. Incorniciata tra la testa del ponte Hlávka e una nuova piazza a ovest e quella del viadotto Negrelli e un nuovo parco urbano a est, la magia della forma di BIG trasforma così un punto urbano nevralgico che aspira al ruolo di cerniera tra la scena culturale contemporanea e quella storica della città.Una sezione concettuale d’impareggiabile chiarezza sintetizza l’intento che guida l’intero progetto impilando sette strip fotografiche della città vecchia. Dalle acque del fiume si risale alla riva, per poi passare alla quota dei ponti storici, alle piazze di Staré Město e poi via via su per le strette scalinate di Malá Strana fino al belvedere del Castello per arrestarsi, infine, romanticamente, alla quota panoramica dei tetti.

Con la sincera semplicità di un gigantesco origami alla scala urbana, le forme architettoniche si dispiegano a fisarmonica assottigliandosi attorno al volume centrale della Vltavská Filharmonie, rendendolo interamente percorribile all’esterno come una passeggiata che dal fiume risale avvitandosi sino ai tetti. Un gesto che ricorda nitidamente l’atelier e ancor più l’hotel che BIG ha recentemente realizzato per il brand Audemars Piguet, ma che ostenta la stessa vocazione pubblica della ‘facciata scalabile’, dalle pendenze addirittura sciabili, della sua famosa CopenHill – il termovalorizzatore di Amager, a Copenaghen – che lo stesso Ingels definisce con orgoglio “un chiaro esempio di Sostenibilità Edonistica”. Immensamente diversi e straordinariamente simili, questi esempi si fondono in una contraddizione che nell’ossimorico universo BIG non può che essere considerata come una qualità o un vanto. Ma non chiamatele coperture praticabili. A Bubny-Zátory sarà la città stessa, staccandosi dal lungofiume, a risalire fino a un punto panoramico da cui rimirare la gigantesca statua equestre di Jan Žižka svettare dalla collina di Žižkov o i tetti della città vecchia volgendo lo sguardo a sud-ovest.Nel panorama della Praga notturna la nuova Filharmonie appare come una grande lanterna di carta tra le tremolanti luci della città che a perdita d’occhio tra le colline si riflettono nelle lievi increspature delle acque della Vltava. Al suo interno le ambizioni urbane e di socialità si conciliano con il rigore, l’attenzione al dettaglio e le più avanzate dotazioni tecniche necessarie per mettere in scena la grande musica classica per l’esigente pubblico ceco e internazionale. Le sale, inscritte nella compattezza di quadrati perfetti, racchiudono un turbine di gallerie-gusci rivestite in legno dalle quali le poltrone offrono una vista e un’acustica ottimale, cercando di infondere nel pubblico un “maggiore senso di unità e di esperienza condivisa”. Essenze lignee tipiche della Šumava, la Selva Boema, rivestiranno la parte inferiore delle terrazze per estendersi all’interno del foyer ispirato alla tradizionale lavorazione vetraria locale, omaggiando la lunga corsa della Vltava attraverso i territori boemi.

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L’“utopismo pragmatico” e ottimista della visione di BIG trasforma con coraggio e – talvolta con apparente spensierata incoscienza – le visionarie aspirazioni degli architetti in successi per il vasto pubblico. E la Vltavská Filharmonie sembra non fare eccezione sin dai propri esordi. Complessità e contraddizioni dell’architettura, e idealmente del mondo intero, sono superati nell’ossimorico universo BIG con una leggera e affascinante confezione prêt-à-porter con scanzonata religiosa osservanza del loro motto. Yes, is more.